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Barbara Belloni featuring Four Fried Fish | Photographs & Memories – Tribute to Jim Croce

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07.01.2013..

Jim Croce fa parte di quella famiglia di musicisti fortunati per talento, ma sfortunati per colpa di un fato avverso che gli ha strappato la vita prematuramente, nei confronti dei quali prevale il rammarico di poter solo immaginare quello che avrebbero potuto fare rispetto alla creatività espressa nell’arco delle loro brevi carriere. Jim, infatti, nel settembre del 1973, appena trentenne, rimase vittima di un incidente aereo, destino condiviso con artisti geniali quali Buddy Holly, Otis Redding, Stevie Ray Vaughan, ognuno diverso dagli altri, ma tutti maestri nel lasciare una traccia indelebile nella storia della musica.

 

Certamente Croce non ha avuto l’impatto rivoluzionario rock’n’roll di Holly, o l’energia soul prorompente di Otis, né poteva essere uno dei casi marziani di fusione uomo/chitarra rappresentato da Vaughan: tutta gente dotata di super poteri artistici che l'hanno proiettata nel firmamento delle icone. Jim risultava più discreto, riservato, quasi timido, un uomo comune. Ha lasciato in eredità qualche decina di canzoni apparentemente semplici, ma dense di contenuti testuali e musicali, confezionate muovendosi tra gli stilemi del folk, del country e del blues americano, e ritagliate per una proposizione da loner, in duo, o in piccola formazione. A mio avviso è stato un’artista seminale e la sua influenza è chiaramente presente in tutto il movimento dei songwriter americani che origina da Pete Seeger, Guthrie padre e figlio, Johnny Cash, e passa per Dylan, Simon & Garfunkel, Carole King, Cat Stevens, James Taylor, fino a John Mellencamp, John Hiatt e Springsteen, tanto per citarne qualcuno.

 

Le composizioni di Jim Croce hanno una dimensione duale. Da una parte sono delle storie condensate in versi di piccola ampiezza, a loro volta ordinati in strutture armoniche e musicali compiute, apparentemente definitive. Dall’altra mostrano invece un potenziale interpretativo assolutamente open e, di conseguenza, si rivelano passibili di essere fatte proprie da chiunque voglia rimodellarle con una sensibilità e un background artistico diverso ma, soprattutto, con amore.

 

In effetti, il disco oggetto di quest’articolo è un vero e proprio atto d’amore: la realizzazione di un desiderio maturato nel corso degli anni. Marco Lincetto, produttore e talent-scout, titolare dell’etichetta Velut Luna, lo dichiara senza mezzi termini: ”Mi sono innamorato di Jim Croce più di trent’anni fa, quando qui veramente in pochi sapevano chi fosse – N.d.A. Io ero tra i pochi, Marco! – Finalmente… Finalmente ci sono riuscito!”. Con queste autentiche sentimentali premesse nasce il progetto di Tribute to Jim Croce, che prende il titolo da una delle sue composizioni, Photographs & Memories, alle soglie del quarantennale della scomparsa. Non è un comune album di cover, come potreste trovarne a decine negli scaffali dei negozi di dischi – Ma esistono ancora negozi di dischi in Italia? Sigh! – bieche operazioni commerciali e sfruttamento ignobile dei diritti di autori scomparsi da tempo. E anche il termine tributo gli sta stretto. Nelle note interne di copertina Lincetto si confessa a cuore aperto: ”… ed eccomi qui, finalmente, a rendere omaggio a un artista che è stato ed è importante per me e per molte altre persone che hanno amato e amano le sue canzoni”. L’affermazione cela un’implorazione al coinvolgimento, alla condivisione.

 

Le canzoni, appunto: i brani presenti non sono tra i più noti, e neanche i più belli tra quelli scritti. Ma, in questo contesto, assurgono a un livello di splendore che non sarebbe dispiaciuto neanche all’autore. Tanto per cominciare, Marco si è affidato alla voce di una donna: e che voce! Barbara Belloni, splendida cantante rock, e anche iconograficamente molto americana. Guardatela fotografata con un cappello da cowgirl e il capo reclinato sul manico di una Stratocaster: dietro quella tesa potrebbe celarsi Susan Tedeschi, o Rory Block, Maria Muldaur, o Rickie Lee Jones. La sua eccellente pronuncia inglese poi, contribuisce ad affrancare questo lavoro da qualsiasi costrizione nazionalistica e un apprezzamento all’estero non costituirebbe, a mio giudizio, alcuna sorpresa. Anche la band dei Four Fried Fish, ovvero Fabio Ranghiero al pianoforte e all’Hammond, Flamiano Mazzaron alle chitarre, dobro e mandolino, Alessandro Arcuri al basso e Alberto Toninelli alla batteria, può essere considerata il braccio armato dell’idea di Lincetto. E tutti i componenti si dimostrano completamente coinvolti nel concept dell’opera, ritagliandosi tra le tracce minuscoli intermezzi definiti memory, ovvero dei bozzetti musicali molto personali, composti ispirandosi liberamente alle canzoni predilette del songwriter di Filadelfia. Fabio è l’artefice di tutti gli arrangiamenti.

 

A long time ago nella versione originale è una ballata mesta e malinconica. Racconta di come la vita di un sognatore solitario può rovesciarsi dopo l’incontro con una ragazza che possa condividerne il percorso, anche cantando semplicemente la sua canzone. Le chitarre di Jim e del fedele Maury Muehleisen s’intrecciano tenui e dolci con alcuni inserti orchestrali, sempre al servizio della forma ballad. La versione tributo dura il triplo, ed è introdotta da un incedere incalzante di percussione e poche scarne note di pianoforte: cambia ritmo e ampiezza ogni volta che Barbara inizia a cantare con la sua proverbiale energia. L’alternarsi dei piano e dei forte danno al pezzo una dinamica straordinaria, fino al crescendo finale con il dobro protagonista.

I got a name fu un singolo scritto da Norman Gimbel e Charles Fox. Jim amava questa canzone perché gli ricordava il padre, il quale aveva sognato il suo successo, ma era scomparso prima di vederlo realizzato. Il tema è quello dell’orgoglio, del nome che si porta, di una canzone che si compone, dell’essere liberi e di avere un sogno, oltre al desiderio di vivere la vita pienamente. All’interpretazione di Jim, fondata su voci, chitarre e piano, la versione attuale mantiene l’andamento melodico, ma aggiunge un Hammond incisivo e una sezione ritmica corposa. La voce della Belloni si esprime più dolce, rispettosa del meaning lirico.

Dopo la prima memory di Flamiano Mazzaron, per chitarra e mandolino, si passa a You don’t mess around with Jim. La struttura è tipicamente blues, con un attacco di dobro molto cooderiano. Si respira aria del Delta, con una batteria metronomica e la voce a tinte black di Barbara che è perfetta per raccontare la storia di Big Jim Walker, il quale, da un locale honky-tonk dell’Alabama parte per consumare una vendetta nei confronti di chi lo aveva truffato, ma finisce per essere picchiato dal lestofante e deriso da un coro che canta You don’t mess around with Slim. Lo stile sudista del brano è accentuato dalla presenza del pianoforte che dialoga con un bottleneck vibrante, in un’alternanza di assolo e accompagnamento. Cinque minuti di divertimento puro.

Photographs & memories è una canzone struggente, che tocca i sentimenti e commuove quando parla di un amore di cui sono rimasti solo le Christmas Cards e i ricordi che riaffiorano durante la notte, trasportandoti in un altro tempo, quando i giorni erano felici e ci si sentiva talmente uniti da non avere alcuna voglia di dirsi good-bye. Grandioso l’attacco del piano in forma classica, che muta in ballata d’atmosfera introducendo un cantato di gran feeling, quasi mormorato, flebile, che prende vivacità nel momento del ricordo e scandito ancora dalle mini sonate pianistiche. I cambi di tono seguono i temi dei testi e il succedersi incessante di ritmi dimessi, sospensioni, crescendo e pieni, tengono l’album costantemente in tensione, stimolando l’attenzione e l’ascolto.

Five short minutes è uno di quei pezzi che potrebbero essere la colonna sonora di un viaggio coast to coast sulle autostrade che attraversano i deserti statunitensi. La versione di Jim Croce, molto elettrificata e ricca, viene riportata a una dimensione acustica. Con l’organo Hammond in chiave rhythm & blues, una batteria accarezzata e la voce di Barbara sempre adeguata, che racconta delle insidie che si celano dietro cinque minuti d’amore, tanto pericolose da poterti mandare in galera per vent’anni.

Dopo la seconda memory riservata ad Arcuri e al suo basso, è la volta di Operator, il brano più emblematico della natura compositiva di Jim Croce. Si narra di una conversazione con un operatore telefonico nel tentativo di recuperare il numero del primo amore, che si è spostato a Los Angeles dopo essersi legato a un amico di vecchia data. Il numero viene trovato, ma l’emozione forte impedisce di leggerlo, tanto da indurre a rinunciare al contatto. La canzone è un gioiello. Tutti gli strumenti sembrano vivere la situazione sofferta e danzano intorno alla voce un po’ dolente di Barbara. Deliziose le tessiture di chitarra che riempiono gli scenari malinconici del brano.

Segue una memory per sola voce, con la Belloni protagonista. I remember her è una traccia che racconta di un amore passeggero avuto con una fioraia parigina, dove la difficoltà idiomatica di comunicare viene compensata dall’intensità degli sguardi, dei sorrisi, dal calore dell’offrirsi una all’altro. Nella consapevolezza di un rapporto che non poteva essere duraturo, resta fortissimo il ricordo della ragazza, che sparisce all’improvviso, con i fiori in mano, inghiottita dalla folla della città. L’arrangiamento é lieve, sussurrato e interpreta coerentemente il piacere vissuto, senza rimpianti, in un déjà vu di felicità. L’espressione vocale è quasi infantile, a tratti filtrata, immersa in un acquerello di strumenti delicati, amalgamati dall’Hammond in costante sottofondo.

L’ultima memory, riservata a Fabio Ranghiero, ci traghetta verso i due brani finali dell’opera. Apre Speedball tucker, un sanguigno country rock che racconta di un camionista folle che guida sovraccarico con la pioggia e la neve, un vero terrore delle autostrade, finché non si ritrova inseguito da un poliziotto che gli appioppa una multa da cento dollari e lo deride dicendogli che il 95 era il numero della route che stava percorrendo, non il limite di velocità. Questo è il brano ideale per Barbara, che può finalmente liberare tutta l’energia delle sue corde vocali. Anche la band ci va giù duro, ma guardandosi bene dal prevaricare l’anima rock della vocalist.

Chiude la lista Time in a bottle, una classica sad song crociana, scritta dopo aver appreso che la moglie Ingrid era in dolce attesa. I temi toccati, quali l’immortalità, il breve tempo a disposizione, il desiderio di poter conservare ogni giornata in una bottiglia, sono presaghi della tragedia che stava per abbattersi. L’atmosfera è cupa, drammatica, l’arrangiamento è basato prevalentemente su voce e piano. Poi il brano cambia registro e sfuma in un finale tutto strumentale, leggermente jazzato, liberatorio, celebrativo, emozionante.

 

Tutto l’album è rigorosamente acustico e ogni traccia è stata riscritta con arrangiamenti innovativi e freschi, ma nel rispetto totale del contest e del messaggio originale. Credo che tutti i sentimenti e gli umori che hanno impregnato l’ispirazione dell’autore siano stati deferentemente riportati alla luce, tributando la meritata rilevanza al suo talento. Il CD è stato registrato in presa diretta a 24bit/88.2kHz, live negli studi Velut Luna, con la solita magistrale opera di producing, recording, mastering e mixing cui Marco Lincetto ci ha abituati, con in testa un’idea di sound analogico, senza disprezzare le possibilità che i mezzi tecnici moderni possono mettere a disposizione. Per i musicisti/audiofili più fanatici posso aggiungere che Fabio Ranghiero suona uno Steinway & Sons D274 grand piano e un Hammond C3, mentre Alessandro Arcuri utilizza un preamplificatore per basso Monique, della Jule Amps.

 

Consiglio fortemente questo album: è un lavoro fatto con cura, applicazione, passione, affetto e costituisce una splendida occasione per entrare nel mondo di Jim Croce, qui rappresentato come nessun’altra opera celebrativa è riuscita a fare.

 

Grazie Marco, sei un uomo coraggioso.

 

 

Barbara Belloni featuring Four Fried Fisch

Photographs & memories - Tribute to Jim Croce

Velut Luna

CD

Total time 48’26’’

2012

 

 

 

DIRITTO DI REPLICA | LA PAROLA ALL'AUTORE

Buona sera, Giuseppe,

ho girato... la sua bellissima recensione ai componenti della band che la ringraziano con tutto il cuore delle bellissime parole spese a favore del nostro lavoro.
La sua "guida all'ascolto" ci ha veramente entusiasmati e resi felici di aver avuto un così professionale e autorevole, ma anche appassionato, ascoltatore come lei.
E' per noi un vero onore aver avuto la possibilità di render omaggio nella maniera forse più consona (cioè con un interpretazione personale e non un "copia-incolla") a un grande artista come Jim Croce.
Barbara non legge spesso le mail ma sono sicuro che in questi giorni arriverà anche da lei un ringraziamento personale.
Speriamo questo progetto possa avere lunga vita e attenzione da parte di un pubblico più vasto in modo che Jim Croce possa essere conosciuto e apprezzato.

Flamiano... ma anche Barbara, Fabio, Alessandro e Alberto

08/01/2013

 

Carissimo Giuseppe,

vorrei ringraziarla personalmente per la splendida recensione che ha scritto sul nostro disco Photographs & Memories.

Innanzitutto mi scuso per il ritardo con cui rispondo: faccio parte di quella schiera di persone che non hanno confidenza con il computer. Per me non è il mezzo più adatto per esprimermi nè la prima scelta per comunicare, anche se mi rendo perfettamente conto dell'obsolescenza del mio habitus mentale a questo riguardo.

Veniamo a noi: raramente mi è capitato di leggere una recensione così precisa e puntuale. Le dico questo perché lei ha avuto la capacità e la sensibilità, oltre che l'attenzione, di cogliere dal primo all'ultimo pezzo le intenzioni, le sfumature, finanche le incertezze che ognuno di noi ha saputo e voluto trasfondere in questo lavoro. Questo disco ci ha coinvolti moltissimo ed ha richiesto un'accurata preparazione e tanto studio, ma anche tanto del nostro cuore e della nostra capacità di esprimere emozioni; credo sia quello che nel nostro mestiere fa la differenza.

Dalle sue parole emerge una grande preparazione, su molti livelli: biografico, tecnico, musicale, ma anche la sensibilità propria di chi è veramente innamorato della musica ed è consapevole con cognizione di causa di tutto ciò che sta all'origine e attorno ad un prodotto di questo genere.

Giustissime, inoltre, le parole che ha speso per Marco Lincetto, deus ex machina competente, generoso e visionario. Noi per primi lo ringraziamo per l'opportunità che ci ha dato.

Ritengo un grande onore per noi l'aver avuto la fortuna di essere passati sotto il suo competente vaglio e di esserne usciti con così grande soddisfazione.

Spero di avere un giorno la possibilità di conoscerla personalmente per poterla ringraziare a voce; sono certa che lo stesso valga per i bravissimi musicisti con cui ho la fortuna di condividere questo viaggio meraviglioso.

Con stima e ammirazione,

Barbara Belloni

16/01/2013

di Giuseppe Trotto
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