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05.03.15
Come eravamo (con libro in omaggio)

Vuoi farla breve e avere un libro di vintage Hi-Fi in omaggio? Clicca QUI!

 

 

Il titolo di questo articolo è volutamente malizioso, fatto solo per “tirarvi dentro” l’articolo stesso… Era il 1973, Come eravamo, The Way We Were, era un film diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford e Barbra Streisand, con omonimo titolo principale della colonna sonora cantata dalla stessa Streisand. Un gran polpettone drammatico, mica sto cercando di sdoganarvi un film borderline il genere trash…

 

Ma, in quegli anni, come eravamo riguardo all’Hi-Fi?

 

L'Alta Fedeltà in dieci lezioniSì, la domanda è proprio questa e prende il tono del rimpianto. Com’è cambiato il mio, il nostro, Hi-Fi?! All'inizio degli anni '70, data di inizio della mia passione, si entrava in punta di piedi in casa dell’amico audiofilo, di quello che si poteva permettere un vero impianto Hi-Fi, già costoso all’epoca. Per pensare di capirne di Alta Fedeltà bastavano poche lezioni. E le serate erano accese di musica e anche di confronti. Poi, tutti sotto la doccia e a bersi un the caldo. Nel senso che si poteva restare ognuno della propria opinione, ma non si voleva prevaricare l’altrui, non si voleva avere ragione a tutti i costi, non si offendeva mai e poi mai nessuno. Certo, anche allora incomprensioni e scazzi potevano esserci, ma non la si faceva diventare una cosa da Game of Thrones… L’unico sangue che poteva scorrere era quello che veniva fluidificato da un buon bicchiere di rosso o da una pinta di birra bevuta in compagnia. Ascoltando musica. Soprattutto ascoltando.

 

È il momento della precisazione. Noi segnaliamo sempre l’uscita dei nostri articoli sui Social Network. Lo facciamo per farci conoscere meglio e per spirito di servizio, mica per altro. E qui, per migliaia di lettori silenziosi, passivi ma interessati, c’è sempre il polemico attivo che ha qualcosa da ridire, anche solo perché gli rode, perché rosica, perché mastica amaro…

 

Ma perché fa così? Non lo so e non lo voglio sapere. Ma che si metta in terapia. Che prenda le medicine apposite. Che ci lasci divertire con i nostri innocui giocattoli per grandi.

 

Ma ti sei reso conto che questa è L’era dell’accesso, pirla? Chi ha contenuti li mette in rete. Chi è privo di contenuti tenta di arginarli in nome di una presunta Conoscenza Superiore, ma viene inesorabilmente spazzato via dal consenso popolare, da chi questi contenuti li apprezza, li valuta e li soppesa con equilibrio.

La maggioranza silenziosa legge, la minoranza rumorosa sputa. Su tutto e tutti. Soprattutto su quelli che fanno veramente qualcosa. Che chiedono opinioni sul proprio lavoro. Che si mettono in gioco. Che fanno, insomma, invece di blaterare a vuoto. Anche qui, chi sa fa, chi non sa insegna.

Sui Social la maggior parte di chi sputa sentenze e bile, non sa scrivere in italiano, presume di sapere TUTTO, si guarda bene dal confrontarsi civilmente su QUALSIASI argomento e si nasconde dietro l’anonimato di un nickname farlocco. Mezzi uomini, mezze calzette, vigliacchi senza palle, subumani frutto di una subcultura: questo è il tono medio – e decisamente mediocre – dei loro commenti.

Il personaggio-tipo di queste performance del cattivo gusto è sgrammaticato, livoroso, presuntuoso, arrogante, sprezzante, maleducato, volgare e basta. Tromboni trombati e soloni da Settimana Enigmistica, pronti solo a piazzarsi lì in mezzo alla strada – non avendo altro da fare – a dirigere il traffico della polemica e dell’insulto. Per ottenere e farsi dare la soddisfazione di avere ragione, a tutti i costi. Loro, i cazzoni cazzoduristi e neuroflosci, nel senso del neurone difettoso, vivono di questo. So tutto e tutti mi devono dare ragione. Soprattutto quando non so di cosa sto parlando. Non ho provato l’apparecchio in questione. Non ne ho mai sentito parlare. Non l’ho mai confrontato in modo tecnicamente sostenibile. Non me frega una benemerita cippa lippa… Ma SO, anche solo dalla mezza riga di un post su Facebook, che “è una merda”. Lo so perché sono infuso di scienza che non so condividere. Perché conosco dei princìpi esoterici che gli altri non capiranno mai e quindi che li dico a fare. Perché i produttori son tutti ladri e quindi comprate da me che quelle migliaia di euro che chiedo sono ben spese. Perché, anche se potrei avere ragione, non considero che l’ascolto è fatto di talmente tante variabili che, a volte, una buona esperienza di ascolto arriva a conclusioni utili ben prima di molti argomenti freddamente tecnici (è scienza, leggi QUI).

 

Insomma, brutti tempi per l’uso dei Social Network in Italia. Nel resto del mondo, i moderatori moderano. Ma gli utenti si guardano bene dal fare polemiche gratuite, sterili, immotivate, senza fondamento o addirittura di insultare gratuitamente e liberamente chicchessia. Provate ad alzare il tono su diyAudio e finirete come il frontale di un cabinet in alluminio: spazzolati.

 

Civiltà, cultura, rispetto, eleganza, curiosità vera, autentica passione, desiderio di condivisione, critica costruttiva e mai distruttiva. Non è nostalgia, sono i valori in cui ancora crediamo noi di ReMusic. Quelli che praticano con misura e discrezione la maggior parte dei nostri lettori e la stragrande maggioranza degli audiofili nel mondo. A tutti loro regaliamo QUI il libro di John Sunier, The Story of Stereo, 1960. È in inglese, ma piano e accessibile, e speriamo vi faccia sorridere e divertire riguardo alla nostra comune passione.

 

Buona lettura e viva l’educazione e l’Hi-Fi, che su questa si fonda.

 

 

Scarica QUI il libro di John Sunier, The Story of Stereo

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