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28.10.13
Correttori d'ambiente AEtere’s Orpheus e Domus

“L’effetto naturale e generico della musica in noi, non deriva dall’armonia ma dal suono, il quale ci elettrizza e scuote al primo tocco quando anche sia monotono. Questo è quello che la musica ha di speciale sopra le altre arti.”

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1817

 

Il poeta coglie, con duecento anni di anticipo, quella che è diventata, in epoca moderna, un’ossessione audiofila: la ricerca della purezza del suono, a prescindere dal contenuto musicale o dal livello artistico dell’opera. Per secoli la musica è stata caratterizzata dal fatto di esaurirsi appena dopo il suo accadimento, configurandosi come evento. La musica diventava realtà contestualmente all’esecuzione, acquistando vitalità proprio nel momento esecutivo della partitura, munita della propensione a diventare suono, ma solo grazie all’attualizzazione di un interprete. La strada, la piazza, la chiesa, la corte, la sala da concerto e il teatro erano i luoghi dove si faceva musica, anzi erano i luoghi della musica, che li connotava distintamente ed esigeva un ascolto rituale. La musica arricchiva quell’ambiente e creava atmosfera, più specificamente un clima, al cui interno si determinavano le condizioni ideali che consentivano all’ascoltatore di poter prestare la massima attenzione e intensificare quella concentrazione necessaria al godimento di quel suono incontaminato. Per quale ragione può definirsi incontaminato? In primis per causa propria, in quanto genuino, vivo, libero e prodotto da strumenti la cui qualità costruttiva permetteva sonorità naturali e risonanze accordate e coerenti con i materiali stimolati. Poi per cause indirette, perché la lentezza dell’esistenza favoriva la concentrazione, gli ambienti venivano modellati, anche acusticamente, sull’evento musicale e i climi di ascolto non subivano i condizionamenti degenerativi di fenomeni elettrici e magnetici indotti.

 

L’avvento del confezionamento della musica sotto forma di supporti, come fosse un prodotto alimentare, ha causato una massificazione dell’ascolto, riducendo irresponsabilmente la composizione alla stregua di merce, o mezzo di accompagnamento delle nostre azioni quotidiane. Il suono autentico si è dissipato, distratto, disperso nell’ambiente, trasformando la pratica dell’ascolto da focalizzata a periferica. L’invasione ordalica della musica ne ha annichilito la sensibilità, relegandola alla funzione di orpello omologato. Le originali coordinate temporali sono diventate spaziali. I suoni non sono più direzionali e viaggiano su range dinamici e gamme di frequenza limitati, scevri di qualsiasi anelito di forma d’arte. Fortunatamente l’esercizio tecnico dell’incisione o della registrazione si è proposto nel ruolo di fattore di salvaguardia della musica come materia artistica autonoma. Inoltre, l’imprinting dell’evento musicale su un supporto ci consente di ricreare, nelle nostre abitazioni, un luogo e un clima tanto affini a quelli antichi da poterci aiutare a recuperare il nostro essere e il nostro sentire in una dimensione di distaccata contemplazione. Il disco, in particolare, è stato il vettore per scoprire la potenzialità privata della musica, sottraendola agli spazi pubblici per renderla fruibile in ambienti domestici, assurta ad arte domestica, come accadde con la letteratura a seguito dell’invenzione della stampa. La fruizione riservata della musica ha introdotto degli elementi di mediazione che hanno dilatato la distanza tra l’evento e l’ascolto. Intanto il brano, la sinfonia o il concerto, una volta fissati su un supporto, saranno sempre uguali a se stessi e il reiterarsi della riproduzione porterà fatalmente a una saturazione dei rispettivi aspetti emozionali. Ovviamente, non è che ci si può portare un’orchestra in casa, ma questo limite può essere parzialmente superato ricercando più versioni dello stesso capitolo musicale. Gli agenti esogeni sono più complessi da gestire. Già all’atto della registrazione, al pari della riproduzione, la musica dipende, ahimè, dalla rete elettrica, che viene elaborata e trasformata in suono dalle apparecchiature audio. Notoriamente l’energia elettrica fornita dal gestore fluisce tutt’altro che omogenea, sia in termini di potenza effettiva e stabilità, che in termini di purezza. Al contrario, lungo il percorso della distribuzione domestica, subisce drammatiche intrusioni inquinanti che generano tangibili effetti di degrado sulle prestazioni delle nostre elettroniche. Ciò può accadere addirittura entro i confini della stessa abitazione, dove si potrebbero misurare valori di voltaggio sperequati su ogni singola presa di corrente, in aggiunta a molteplici condizioni di “sporcizia”, causata da spurie, rumori e armoniche.

 

La passione audiofila e l’intuizione che la corretta alimentazione degli impianti costituisce la conditio sine qua non nell’ottica di ottenere performance apprezzabili in ordine alla riproduzione domestica della musica, ha spinto Roberto Amato ad avviare studi e ricerche nel campo delle problematiche associate ai disturbi di rete, inducendolo alla fondazione, circa un decennio fa, della Systems & Magic, azienda specializzata nella produzione di componenti dedicati al miglioramento dell’energia che alimenta le nostre macchine da suono. Sarebbe errato classificarli accessori, perché si comportano alla stregua di un’elettronica. I filtri BlackNoise sono la punta di diamante della famiglia del marchio romano, che comprende cavi, distributori, correttori di fase, e molti di loro sono stati oggetto di un’apoteosi di articoli, interviste, recensioni e prove sontuose, cui ReMusic non si è certo sottratta, che ne consigliano caldamente l’utilizzo, sebbene in controtendenza con l’atteggiamento previdente suggerito quando si inseriscono in un sistema hi-fi apparecchi di condizionamento o filtraggio di rete, a causa degli inevitabili compromessi in termini di dinamica cui bisogna piegarsi in cambio di un suono limpido. Voglio all’uopo enfatizzare il fatto che i filtri Systems & Magic non mortificano assolutamente la dinamica e depurano la riproduzione sonora in maniera decisamente più accurata e realistica rispetto alla maggior parte dei sistemi di filtraggio in circolazione. Questa affermazione non rappresenta però nient’altro che un’epigrafe su un capitolo professionale glorioso, ma che può considerarsi ormai superato, pur restando vivo come archivio di conoscenza ed esperienza. Voglio dire che esiste un ulteriore fattore che incide profondamente sulla riproduzione, sulla propagazione e sulle stimolazioni uditive della musica, ed è l’ambiente: da non intendersi come luogo geometricamente e acusticamente caratterizzato, bensì come materia impalpabile attraverso la quale viaggiano e si diffondono i suoni. Ovviamente, per noi appassionati, questo coincide con il locale domestico dedicato all’ascolto. Come accennavo nell’introduzione, in epoca antica l’ambiente generico e gli ambienti della musica potevano considerarsi sani, salubri e vivibili, causa l’inesistenza dell’elettricità e dei suoi derivati. I tempi moderni, al contrario, sono saturi di fenomeni di origine elettromagnetica, con casi estremi di congestione. Che siano reti telefoniche o wi-fi, condizionatori, piccoli e grandi elettrodomestici, tutto il genere tecnologico, insomma, concorre a inquinare quello spazio entro il quale le nostre condizioni biofisiche e biopsichiche dovrebbero trovare habitat favorevole, e la musica poter liberare le coordinate tridimensionali ed emotive. Si può asserire che l’esistenza dell’uomo difetta di qualità, poiché a causa di innate difficoltà di adattamento, si trova a dover subire l’impatto del “progresso” tecnologico, illudendosi di esserne il demiurgo. Gli stress, le depressioni, il panico e una serie di patologie psicosomatiche altro non sono che la manifestazione dell’impotenza delle creature umane nella prospettiva di poter vivere in ambienti che di umano hanno ben poco.

 

Questo argomento è propedeutico all’introduzione del secondo capitolo dell’epopea Systems & Magic, impegnato nell’approfondimento e lo studio delle congestioni elettromagnetiche. L’obiettivo ambizioso di implementare l’efficacia di prodotti già eccellenti, ha avuto il suo approdo naturale nella collaborazione con l’azienda AEtere’s, la quale ha eletto la “qualità del nostro vivere quotidiano” obiettivo primario della propria ricerca, occupandosi più specificamente del “riequilibrio biofisico degli ambienti domestici e collettivi”, ovvero “il controllo delle congestioni principalmente artificiali e di origine elettromagnetica, che sono parte integrante del nostro moderno abitare quotidiano”. Partendo dall’assunto che le energie magnetiche congeste sono direttamente proporzionali alla presenza e alla densità dell’attività umana, AEtere’s realizza sistemi utili alla gestione controllata dell’inquinamento che ne deriva. La ricerca si dirama anche nel campo delle geopatie, ovvero le manifestazioni anomale dell’energia presente in ambito geologico/idrico e delle conseguenti implicazioni magnetiche naturali. Sulla base di rilievi particolareggiati sul comportamento dei vari stadi di energia attiva, vengono progettati i necessari interventi di ripristino dello standard qualitativo originale delle manifestazioni impulsive della natura. La sinergia tra le tecnologie Systems & Magic e AEtere’s è maturata intorno alla materia specifica del rapporto contrastato tra elettromagnetismo e suono, ritenendo ognuna delle aziende che l’altra fosse il partner ideale al fine del rafforzamento e della complementarietà del percorso individuale. La sperimentazione delle nuove linee di ricerca congiunta ha trovato la prima applicazione sui BlackNoise, filtri conosciuti e collaudati già da otto anni, la cui versione denominata V2 è stata oggetto della prova effettuata dal Direttore Roberto Rocchi su questa rivista. Chi scrive ha invece beneficiato dell’opportunità di avere a disposizione due novità: l’Orpheus e il Domus.

 

Il primo si presenta esteticamente identico alle realizzazioni Systems & Magic tipiche, con il suo chassis anodizzato in alluminio estruso anticorodal, monoblocco da 4mm di spessore, privo di viti, lavorato con macchine a controllo numerico, schermato contro la captazione di campi magnetici EMI e RFI e contro l’irraggiamento di quelli interni. Un led azzurro sul frontale indica l’operatività. Il pannellino posteriore ospita la vaschetta IEC e un piccolo interruttore termico con il compito di ripristinare la funzionalità nel momento in cui dovessero sopraggiungere sovratensioni o eventi impulsivi distruttivi. L’Orpheus, corredato da due prese multistandard bipasso da 16A l’una, è un filtro di rete passivo strutturato in ben quattro celle di filtratura progressiva sia sul neutro che sulla fase, e ulteriori due celle sul conduttore di terra. La bidirezionalità del filtraggio incrementa l’efficacia del sistema perché assolve a una doppia missione: da una parte isola dalla rete gli apparecchi connessi, mentre, dall’altra, impedisce che i disturbi emessi in direzione opposta vadano a inquinare la rete e le elettroniche eventualmente collegate in serie. La componentistica è di alto livello, contemplando condensatori in polipropilene a doppia metallizzazione, con capacità di autoriparare il dielettrico accidentalmente danneggiato, resistenze a elevata stabilità e induttori toroidali. La scheda circuitale è completamente incapsulata nella resina epossidica, che ne rafforza la resistenza meccanica e la saldezza. L’oggetto non è stato progettato per un uso specifico in campo audio, ma per adattarsi a ogni situazione in cui si rileva un elevato inquinamento elettromagnetico causato dal sovraffollamento di apparecchiature come fax, stampanti, PC, fotocopiatrici e condizionatori, oltre alle subdole lampade alogene o a basso consumo, le quali vengono erroneamente considerate ininfluenti. Assolve altresì alla protezione di server, modem, router e centralini, e ancora televisori, proiettori, monitor e mixer che subiscono i veleni dei rumori impulsivi delle sovratensioni e delle armoniche di rete. Risulta evidente che gli impianti audio entrano di diritto nella lista, ma non hanno l’esclusiva.

 

Il Domus ha la figura di un parallelepipedo di ridotte dimensioni, anch’esso con chassis in alluminio di un bel colore oro bronzato, che porta inciso il nome sul dorso e un fregio circolare sul frontalino, che ritrae una spirale e quattro frecce centrifughe tratteggiate. Si collega alla rete tramite un cavo dedicato molto particolare. La presentazione definisce l’oggetto “camera di risonanza e condensazione digitalizzata”, ovvero “strumento specifico per la condensazione delle interferenze telluriche”. Nasce per impieghi disparati, ma, fondamentalmente persegue obiettivi di biocompatibilità ed efficienza di spazi piccoli o ampi, con un raggio di azione molto esteso e alti carichi di lavoro. Si collega alla rete elettrica, ma risulta efficace anche collegato alle reti metalliche della struttura che si intende proteggere.

 

Il Direttore Giuseppe Castelli mi ha fornito i due componenti prendendomi un po’ per la gola, cinicamente consapevole del fatto che ho un debole per questi gingilli, con i quali mi diverto come un bambino, ma che considero, al di là delle facezie, irrinunciabili per elevare un impianto al top delle prestazioni. Premetto che ho già provveduto al trattamento della rete nella mia stanza d’ascolto, collocando a monte delle elettroniche un IREM Ministatic 400N da 4,5kW e un distributore/filtro della stessa azienda. Mi sono preoccupato altresì di curare l’agibilità ambientale tenendo perennemente in funzione il generatore di onda di Shumann RR77 dell’Acoustic Revive. L’allestimento descritto è stato prescelto al termine di una travagliata serie di confronti con altri componenti omologhi, ragione per cui mi sento di ritenerlo di eccellente qualità, almeno per quanto inerisce il mio personalissimo concetto di suono. La dotazione dell’Orpheus, limitata a due sole prese, non mi ha consentito di filtrare tutto l’impianto, costringendomi a mantenere operativi gli oggetti testè descritti. Per contro la sua universalità, unita alla capacità di sostenere un carico di 450W, ne ha permesso la rotazione su ogni singola o coppia di elettroniche, senza registrare fenomeni di sovratensione. Preliminarmente l’Orpheus, provato single, si è dimostrato sensibile nei confronti del cavo utilizzato per la propria alimentazione, ostentando maggiore efficacia in proporzione alla raffinatezza della schermatura dei cordoni che si sono alternati. Le virtù del filtro sono risultate crescenti movimentandolo dal segmento delle sorgenti in direzione della parte terminale della catena, toccando l’apice nella gestione del tris di amplificatori finali che utilizzo a rotazione in bi-amplificazione, ovvero l’Hiraga 20W Class A, una coppia di Quad II storici e un Audio Tekne IT2. Trattandosi di un impianto ad alta efficienza è indispensabile eludere qualunque forma di rumore di fondo, fosse anche di piccola ampiezza, poiché il suo trasferimento su diffusori con sensibilità nell’ordine di 100 dB, renderebbe l’ascolto a dir poco problematico. Ebbene, schierato l’Orpheus a protezione dei finali, il livello di rumorosità di fondo è risultato praticamente nullo, anche con il potenziometro del pre a trasformatori Audio Tekne TP8301 MKIII ruotato a fine corsa.

 

Durante l’ascolto ho realizzato di poter tenere il potenziometro stesso almeno uno scatto in meno rispetto al livello consueto, segno che l’ampliamento del cosiddetto nero riesce a far emergere informazioni nuove, pur tenendo limitato il guadagno complessivo. Per portare a compimento la prova ho fatto ruotare decine di dischi, ragione per cui non ho alcuna intenzione di soffermarmi su stucchevoli dettagli descrittivi. Ho comunque ben impresso il contrabbasso di Ray Brown nel brano Mondscheinsonate/Round About Midnight contenuto nel disco Moonlight Serenade in duo con Laurindo Almeida – Jeton 33004, Limited Edition – che dava l’impressione di voler trapassare il solaio! Di impatto si rimane piacevolmente colpiti da un senso di irrorazione liquida della musica, che assume coordinate tridimensionali desuete e, pur nella divaricazione della volumetria e dell’ambienza sonora, non traspare alcun indizio di perdita di controllo dei suoni, i quali si ricollocano in nuovi spazi con maggiore articolazione e predisposizione all’interlocuzione. Anche quando si ascoltano grandi pieni orchestrali si percepisce un surplus di aria disponibile, sia in una dimensione infrastrumentale che perimetrale. La naturalezza timbrica si esprime molto accurata. Nel disco Virgin Beauty di Ornette Coleman – Portrait Records, 4611931 – la sezione ritmica è composta da due bassi e due batterie. Ebbene, ho potuto chiaramente discernere il diverso timbro delle corde e delle pelli di ogni strumento rispetto al proprio omologo. Ma l’apporto sostanziale fornito dall’Orpheus all’impianto è denotato in maniera assoluta sotto l’aspetto dinamico. Le escursioni tra fortissimi, pianissimi e silenzi sono nette, coerenti, autorevoli e l’intensità è costante ed esplosiva.

 

Portare a compimento un’analisi anche approfondita degli effetti sonori di un prodotto Systems & Magic/AEtere’s si è rivelato abbastanza agevole, sebbene la prova sarebbe potuta essere più esauriente potendo avere a disposizione un maggior numero di filtri. Estremamente complicato è riuscire a definirne l’incidenza ambientale e le implicazioni biofisiche e biopsichiche, ancor di più quando si mette in funzione il Domus. Il Direttore Castelli mi aveva affidato gli oggetti accompagnandoli con un’indicazione precisa: “Si devono guardare l’un l’altro!”. Io ho avuto la curiosità di sperimentare diverse situazioni logistiche. Essendo rimasto suggestionato dal fatto che la presentazione attribuisse al Domus caratteristiche di condensatore di interferenze telluriche, ho pensato, forse ingenuamente, di collocarlo in molteplici posizioni che coincidessero con zone della stanza d’ascolto dove, per ovvie deduzioni, potevano annidarsi fenomeni di congestione impulsiva e vibratile, con induzione di forti campi magnetici nocivi. Ad esempio, tra i grovigli del cablaggio di alimentazione e segnale, in prossimità dei piedistalli dei supporti dei diffusori, in attiguità con il motore sovradimensionato del giradischi Da Vinci Unison1, fino ad adagiarlo al centro del lampadario che sostiene ben otto lampade a basso consumo. Con sfumature al limite dell’udibile a seconda della superficie occupata, l’ambiente è diventato amniotico. Il livello del rumore ha subito un ulteriore abbattimento e ho avvertito una sintonia dialettica con gli eventi sonori riprodotti, in un clima privo di spigolosità tensive. Il coinvolgimento emotivo è totale e alimenta una condizione di trascendenza dai bisogni primari e dallo scorrere del tempo, che non è più materia astratta da consumare, quanto realtà da vivere abbandonati a un intenso benessere. L’effetto del Domus non produce benefici solamente sull’impianto audio, ma in ugual modo sul corpo umano, che vive di impulsi elettromagnetici, pur essendo accreditato di anima.

 

L’esperienza con i componenti Systems & Magic/AEtere’s è stata veramente appagante, in un susseguirsi di stimoli e sensazioni forti. Il mio impianto ha alzato l’asticella del suo potenziale e io mi sono letteralmente nutrito di musica. Domani mi aspetta una giornata dura, piena di impegni pesanti per il mio fisico e la mia mente. Mi sento già in fibrillazione e teso, il mio biostatus è sotto attacco. Farei bene a prendere una medicina calmante o un ansiolitico. E se invece mi tenessi l’Orpheus e il Domus per un altro paio di giorni…? Non hanno nemmeno controindicazioni!

 

Caratteristiche dichiarate dal produttore: al sito AEtere’s

Distributore ufficiale Italia: vendita diretta

Prezzo di listino Italia alla data della recensione: Orpheus 760,00 euro, Domus 960,00 euro

Sistema utilizzato: all’impianto di Giuseppe “MinGius” Trotto


 

 

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