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07.04.13
Daniele D’Agaro, Mauro Ottolini, Simone Zanchini | Up & Down

Questo articolo vuole essere un’ulteriore tappa del viaggio che ReMusic ha intrapreso alla scoperta della produzione musicale indipendente italiana. Siamo partiti con SardMusic, per proseguire con Red Records, Egea e, recentemente, Velut Luna. Si viene pervasi da un piacere immenso e, devo confessare, si riacquista anche una notevole dose di orgoglio patrio nel venire a conoscenza di quanta ottima musica si produca in Italia, all’oscuro dei riflettori della ribalta nazional/popolare/melodico/cantautorale. Ottima musica significa non soltanto ben suonata, ma dotata di concreto spessore culturale e artistico. Artesuono è un esempio lampante di come, da una realtà localistica, possa generarsi un progetto protagonista su scala mondiale. Nasce come studio di registrazione negli anni ’90 a Cavalicco, un paesino vicino Udine, per iniziativa di Stefano Amerio, studente di pianoforte folgorato, in adolescenza, da una sequenza di regali che ne segneranno l’esistenza: un mangiadischi Lesa Mady a pile, un pianoforte verticale Kaway, un multitraccia Tascam Porta One ed un microfono Audio Technica dinamico. I libri di Paul White hanno fatto il resto, ovvero il supporto alla formazione di Stefano nel campo dell’acustica e della ripresa degli strumenti. Il jazz ha costituito un approdo naturale di interesse, perché è un genere prevalentemente acustico e le registrazioni sono in maggioranza dal vivo in presa diretta, senza sovraincisioni.

 

Il batterista U.T. Gandhi, componente degli Electric Five, è stato il ponte per la conoscenza di Enrico Rava, il quale volle fortemente registrare il proprio rientro in ECM negli studi Artesuono, nonostante lo scetticismo del titolare. Quell’incontro pose le basi per una collaborazione intensa con l’etichetta di Manfred Eicher, tanto da far meritare una nomination ai Grammy Awards con il disco Distances di Norma Winstone, Glauco Venier e Klaus Gesing. Riporto di seguito uno stralcio dell’Amerio pensiero, per darvi l’idea del suo concetto di registrazione: “In questo tipo di lavoro non si può essere asettici e imparziali. Stiamo parlando di arte trasferita su un supporto, quindi la sensibilità è fondamentale. Si tratta di sensibilità estetico-musicale per il suono e per coloro che suonano”. Credo che ogni commento sia superfluo.

 

Artesuono non è solo studio di registrazione, ma anche etichetta discografica; questi due elementi della stessa realtà sono stati i poli di attrazione di un gran numero di fantastici musicisti, friulani e non, accomunati da un’idea di musica nettamente fuori dagli schemi tradizionali e, soprattutto, naturalmente disposti all’interazione creativa. Il jazz è certamente il generico humus da cui trae nutrimento l’offerta artistica di Artesuono, ma, allo stesso tempo, ne è una definizione molto riduttiva, nonostante le recensioni della lunga lista di opere prodotte siano pubblicate esclusivamente su riviste specializzate nel genere in questione. Il jazz, a mio parere, è la forma d’arte più importante del ‘900 e, come tale, non può subire limitazioni e chiusure, o essere represso in schemi precostituiti.

 

Proprio in un contesto di assoluta libertà espressiva hanno preso vita i due album che, da un bel po’ di tempo, continuano a girare sul mio lettore. Il primo si intitola Up & Down ed è un progetto che vede protagonisti Daniele D’Agaro, Mauro Ottolini e Simone Zanchini.

Per capire e apprezzare questo lavoro bisogna conoscere un minimo di biografia di questi meravigliosi artisti.

 

D’Agaro suona il clarinetto, il clarinetto basso, il sax tenore e il C melody sax. Le sue esperienze musicali sono molteplici. Quelle giovanili sono state vissute tra Berlino ed Amsterdam, dove sviluppa l’arte del jazz e dell’improvvisazione, con incursioni nella musica world, più precisamente Kwela, tipica delle townships sudafricane, ed etnica in collaborazione con il Gruppo Etnico a Corde della Val Resia, o ancora con Mola Sylla, cantante griot senegalese. Si avvicina poi all’organo liturgico e propone i Discanti Aquileiesi post-gregoriani oltre a musiche tratte dai concerti sacri di Duke Ellington. Ha suonato e lavorato come insegnante negli Stati Uniti, per proseguire la sua carriera in Italia e approfondire la strada della sperimentazione nelle formazioni più poliedriche, anche dal punto di vista strumentale.

 

Mauro Ottolini inizia il suo percorso come membro dell’Orchestra dell’Arena di Verona, in un ruolo che frena le sue inclinazioni tese fortemente verso il jazz, che pratica contestualmente in collaborazione con artisti free e dell’avanguardia. Tanto per non smentire la sua origine bandistica, si specializza in trombone, suona tutti i fiati di registro basso, tra cui il flugelhorn, la tuba e il sousaphone, strumento costruito da John Philip Sousa, che avvolge il suonatore al fine di agevolarlo nei movimenti e presenta una campana rivolta in avanti, in modo da poter estendere i bassi fino alle file avanzate della band. Ottolini registra collaborazioni anche con musicisti di musica leggera come Dalla, Capossela, Grace Jones, o lirica come Pavarotti, e funk come James Brown, per tornare al jazz con Enrico Rava, Gianluca Petrella, Francesco Bearzetti e vanta un curriculum di oltre dieci dischi e 150 partecipazioni.

 

Simone Zanchini è un virtuoso fisarmonicista che è riuscito ad affrancare la fisarmonica dal ruolo marginale in cui è stata storicamente relegata, ovvero come strumento per musica folk o tanghera. Se ne è diplomato con lode presso il Conservatorio di Pesaro e, da lì, è iniziata una vera e propria missione al fine di poter contribuire ad elevare la fisarmonica a strumento leader anche nel jazz, nella musica contemporanea, colta, improvvisata, acustica o elettronica. Ha partecipato ai maggiori festival jazz in Italia e all’estero e collaborato con musicisti di conclamata fama: Girotto, Trovesi, Lavacic, Dulbecco, Tommaso, Fresu, Mirabassi, Nussbaum, Bennink e il leggendario Bill Evans. Può contare su una ventina di dischi all’attivo, tutti orientati al sovvertimento dei canoni espressivi che vengono superficialmente associati al suo strumento.

 

L’album Up & Down racchiude e condensa molte delle esperienze dei tre solisti, che, a parte un tris di brani di Duke Ellington e uno di Don Cherry, firmano tutte le composizioni, a due o a sei mani. Il disco è un inno all’improvvisazione e, per questa ragione, è complicatissimo da inquadrare. Tale stile musicale, fatto di continue dissonanze, schemi open e tensioni ritmiche, resta geneticamente istintivo, selvaggio, ma è un linguaggio e, pur in assenza di ordine, presenta una forma propria.

Non mancano certo i riferimenti alle radici del jazz: Doin’ The Voom Voom, Black and Tan Fantasy e Up & Down di Ellington evocano la purezza, il primordiale, l’autentico, che esplodono a cluster, proponendo una molteplicità di direzioni stilistiche verso cui mettere in movimento la propria immaginazione. Suoni aperti, multiformi, vivissimi, strumenti a fiato tirati all’estremo e la fisarmonica che crea un supporto ritmico di dimensioni da big band, senza disdegnare linee soliste suggestive e originali.

L’improvvisazione tocca l’apice in Franco Castel, pur con un intermezzo tematico festoso, Pi Greco, con il suo marasma anarchico e Kalippos, un dialogo tra ottoni e mantice tutt’altro che corale e armonioso, in un’apparente distanza pur nella disponibilità a trovarsi saltuariamente allineati in pochi brevi riff. Intrigante il brano Matti Pellonpää, così carico di malinconia balcanica, evocata da una fisarmonica che in alcuni passaggi suona come fosse un organo.

Sorprende invece la scelta di Art Deco, che appartiene al Cherry non sperimentale, riproposto in una divertente versione swing con tanto di sordine protagoniste.

La traccia If I’d go to heaven before you do è l’unica in cui è presente un tema melodico. Gli strumenti suonano discreti, creando un’atmosfera molto emozionante: da brivido!

Cagliostro è un pezzo incredibilmente atipico, all’interno del quale i tre protagonisti si mostrano abilissimi a ricreare con i suoni un ambiente tridimensionale e realistico di laboratorio chimico medievale. Provate ad ascoltarlo in penombra… vi provocherà non poca inquietudine!

Bashaw Blues è la degna chiusura dell’opera, con un omaggio esplicito al jazz di New Orleans e al senso di libertà e gioia che quella musica mantiene inalterata dagli anni ’20 ad oggi.

 

 

Daniele D’Agaro/Mauro Ottolini/Simone Zanchini

Up & Down

Artesuono

CD

Total time 48’20’’

2012

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