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ReMusic Record
22.09.12
Elva Lutza | Elva Lutza

Che rimanessi profondamente colpito da un concerto, pur avendone parecchie decine in curriculum, non poteva considerarsi imponderabile. Ma che da una ventina di giorni sentissi il desiderio di ascoltare tutte le sere lo stesso disco, fino a sorprendermi, il dì seguente, a canticchiarne le tracce, addirittura in dialetto sardo, quando in Sardegna ci sono stato solo in vacanza o per impegni sportivi, beh… ritengo si tratti di un avvenimento sulla cui fenomenologia sono obbligatorie molte riflessioni. Ho la sensazione netta di aver incrociato qualcosa di importante.

 

Tutto nasce durante la canicola oppressiva del settimo anticiclone africano della recente estate, quando il mio caro amico Marcello De Dominicis, musicologo, ricercatore di musica popolare, nonché cantante e promoter di eventi folk, mi chiama per annunciarmi che, da lì a pochi giorni, presso il centro culturale Rosa del Deserto di Latina, era prevista in cartellone l’esibizione degli Elva Lutza. Marcello, a cui sono gemellato per identico giorno di nascita, conosce le mie tendenze musicali, e, più che una chiamata, mi fa un vero e proprio atto di precetto.

 

Un po’ come accadeva nella pellicola Inseparabili di David Cronenberg, dove le emozioni, le sofferenze e le gioie gemellari vengono vissute come da un solo individuo, la sera di giovedì 23 agosto, puntualissimo, mi accomodo in prima fila a due metri dal palco. Non finirò mai di ringraziarle Marcello, perché, nonostante un service non proprio all’altezza, e l’irritante abitudine da parte del pubblico a non rimanere al proprio posto, ho avuto la fortuna di assistere a uno dei concerti più coinvolgenti ed emozionanti degli ultimi anni. Sto parlando di vera e propria magia, così come evocato dal nome del gruppo, che significa “erba magica”.

 

In realtà si tratta di un semplice duo: Nico Casu alla tromba e alla voce, il quale ha alle spalle collaborazioni con artisti del calibro di Daniele Sepe, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Orchestra Jazz della Sardegna, Gang, Roberto de Simone fra tutti, e Gianluca Dessì alla chitarra e al bouzouki, anche lui con un bagaglio di prestigiose esperienze in ambito etno-folk. Nico è un fine e ironico affabulatore, usa la sua splendida voce come uno strumento: calma e riflessiva nei momenti in cui introduce i brani dello spettacolo, modulata e profonda nel cantato. Gianluca è più maestro, in simbiosi fisica con la sua chitarra. Gli Elva Lutza sono risultati, con analoga acclamazione da parte di pubblico e critica, i vincitori del Premio Parodi 2011 con il brano Deo torro; questo mi offre il gancio per presentare, a pochi giorni dall’uscita e dalla distribuzione in Italia, Spagna e Germania, il loro omonimo primo album.

 

Il CD è prodotto da S’Ardmusic e distribuito da Egea, etichetta notissima nel mondo audiofilo grazie alla qualità delle proposte, oltre all’estrema cura delle incisioni. Dichiaro subito che, al pari del concerto, è un disco meraviglioso, che nasce da una matrice popolare, per ampliarne le dimensioni geografico/artistiche. Nico ne ha rivelato l’ispirazione raccontando degli Shardana, popolazione che occupava il territorio sardo in epoca nuragica, mettendone a frutto tutte le risorse. Sono noti alla storia anche come abilissimi guerrieri e straordinari commercianti, se è vero che il pesce azzurro conosciuto con il nome dell’isola mantiene la propria integrità etimologica e strutturale dal Portogallo al Libano, dalle coste africane a quelle scandinave. Troviamo ricchezza di tracce linguistiche Shardana a Creta, o in Grecia; basti pensare al riso sardonico di Ulisse, citato da Omero nell’Odissea, o ancora la spina sardonica del figlio Telegono. Non può essere escluso che questi fieri navigatori abbiano lasciato anche tracce proto-musicali, dai Balcani al nord della Francia, testimoniate dal fatto che la doina rumena, o la gavotta bretone, presentano una struttura armonica molto affine alle tradizioni vocali e strumentali sarde.

 

Il lavoro, pur essendo marcatamente isolano nei madre-testi, ne è chiaramente affrancato sotto gli aspetti compositivo, musicale e iconografico. Deo torro (Torno), il brano vincitore del Parodi, è un brano liberamente ispirato al sonetto El regreso di Federico Garcia Lorca: Yo vuelvo por mis alas - !Dejadme volver!... La liricità di questo testo, che attirò la persecuzione della censura franchista, si illumina sulla cresta ondeggiante di un arpeggio sospeso nell’aria, su cui si innesta un tema fiatistico di note allungate e sfocate che danno il senso della lontananza, e la voce di Casu che recita l’implorazione del ritorno.

Amada gioventude è un inno alla gioventù dissolta ed ammirata, a mezzo di un cantato ad effetto tremolo, contrappuntato da un accompagnamento preciso e solido.

Con Doina noa ritroviamo uno dei riferimenti geografici accennati in precedenza. La doina è uno stile musicale rumeno che può essere individuato nella musica contadina come in quella Kletzmer. Motivi similari sono diffusi in tutta l’Europa dell’Est e nei Balcani, così come in Albania, Algeria e nord dell’India. Fu Bela Bartok a scoprirla, nel 1912, nel nord della Transilvania, attribuendole radici Arabo-Persiane. La tromba detta il tema in un crescendo di note veloci ed ossessive, che formano circoli tonali ciclici, tipici delle danze Est-Europee, con la chitarra che alterna accordi di accompagnamento ad assoli sintonici all’ottone, fino a dissolversi, sfumando, nel brano successivo, Maked’oro, ispirato dalla storia di un rivoluzionario bulgaro. La ferita apre la serie delle collaborazioni. Il brano è stato scritto da Pippo Kaballà, che lo interpreta in duo vocale con Casu, e il supporto di Massimo Germini alla chitarra classica, e Gianluca Dessì al bouzouki. La faura è un omaggio ad Andrea Parodi, che ne è l’autore. Si tratta di un pezzo ironico sull’arte del raccontare e sull’importanza della fabula, si trattasse anche solamente di una semplice filastrocca su una gatta gnìaula, la quale non fa altro che saltare da una tavola ad un barile e viceversa. Il brano Complas de purim è uno dei vertici dell’opera, e vede la partecipazione di Ester Formosa, cantante e attrice catalana, figlia del poeta Feliu e dell’attrice Maria Plans, il cui repertorio contiene sempre connotati di alto valore letterario, sia che affronti la canzone mediterranea, che quella sudamericana. In questa occasione si cimenta, ben coadiuvata da Nico, con un pezzo della tradizione sefardita, e lo fa con il suo peculiare registro vocale, potente e vibrante, ma estremamente femminile, oltre che di totale immedesimazione. Il bouzouki e la chitarra si esprimono incalzantemente ritmici; la tromba si inserisce controtono, con estensioni dissonanti e stridule. Dopo Cupido aet sa chiterra, canzone semi leggera che racconta di uno strano Cupido, il quale, al posto delle frecce, manovra una chitarra, il disco propone Abballu, classico esempio di ballo tundu, arpeggiato da Dessì con una chitarra in accordatura aperta EAAEAE, così come si usava accordare la chitarra battente delle tradizioni musicali più antiche. Struggente il duetto di Nico con Elena Ledda nel brano No poto, no potes, dove si racconta intensamente della passione che travolge tutto, dalle convenzioni rappresentate da un anello e un altare, fino ai lampi, alla grandine e alla neve. Imperioso il finale Sa Mama; una chitarra inizialmente molto cadenzata e la tromba danzante si incupiscono improvvisamente, e preparano il campo per la rappresentazione assoluta del dolore, incarnato da Maria che soffre l’uccisione del figlio Gesù come se sette spade le avessero trapassato il cuore. La parte finale riacquista ritmo e brillantezza strumentale, dando la percezione di una colonna sonora composta per la celebrazione di un rituale drammatico, ma evangelico e salvifico.

 

Nel momento in cui il disco si quieta, si ha la sensazione di essere appena tornati da un viaggio immaginario, in terre lontane e misteriose, dove si sono conosciute storie incredibili ed ascoltati suoni straordinariamente caleidoscopici, ma allacciati da un cordone cosmico. Impossibile etichettare questo lavoro: è un contenitore dove convivono allegria e dramma, jazz e blues, ironia e sofferenza, musica balcanica, irlandese, bretone, nordafricana, spagnola, sicula e partenopea, tutto venato dal sangue della Sardegna, non vista come caput mundi, ma come raccordo, collettore di tutte le musiche popolari, in un afflato artistico che supera ogni barriera, fisica, linguistica e culturale, per farsi realmente musica del mondo. Se è vero che la felicità assoluta non esiste, questo disco ve ne regalerà uno sprazzo, per merito anche di un’incisione di altissimo livello, che vi metterà nelle condizioni di apprezzare l’opera anche dal punto di vista audiofilo.

Sono certo che, a breve, gli Elva Lutza coglieranno i frutti del lavoro svolto, e vedranno riconosciuta unanimemente la loro immensa caratura artistica. Io l’ho già fatto.

Non ho alcun dubbio, è un ReMusic Record!

 

Elva Lutza

Elva Lutza

S’Ardmusic/Egea

CD

Total time 45’19’’

2012

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