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11.02.12
Integrato Onix A65

Il Regno Unito ha una grande tradizione nel campo della costruzione di amplificatori integrati dal costo accessibile e dalle prestazioni eccellenti e molti di loro si collocano proprio in una fascia in cui la concorrenza è spietata, anche in terra d’Albione.

Ci sono NAD, Sugden, Audio Note, Arcam, Musical Fidelity, Naim, Creek, Cambridge, Cyrus, Roksan, Meridian e Myriad a lottare nell’arena, più duramente di un torneo di wrestling. Fortunatamente non c’è finzione in questi match e lo standard qualitativo risulta sempre elevato. Un integrato inglese non tradisce e avere la possibilità di ascoltarlo è sempre un’esperienza bellissima.

Da alcuni reportage di cui ho letto, come, ad esempio, il Sound&Vision Show di Bristol, viene alla luce una certa staticità del mercato interno, compensato, a detta dei costruttori, dall’orientamento all’esportazione, favorita dalla debolezza della sterlina. Per questa ragione, i titolari dei marchi britannici continuano a essere fiduciosi e impegnati nella progettazione.

 

L’azienda Onix fa parte della grande famiglia della produzione d’oltremanica e intende giocarsi le sue carte con intelligenza e consapevolezza dei propri mezzi. La sua storia è molto singolare, una sorta di figliol prodigo moderno. Nasce nel 1979 per iniziativa di Tony Brady, che, lavorando in un piccolo laboratorio di Brighton, nel Sussex, trasforma una primordiale attività amatoriale in un progetto imprenditoriale di costruzione di amplificatori audio. Affermatosi durante il boom dell’home hi-fi, in epoca eighties, con una serie sorprendente di elettroniche, dal seminale OA20 al potente OA801, il marchio si distingue per la certosina cura dei circuiti di alimentazione, denominati Soap, ma soprattutto per la straordinarietà del suono. L’anziano Brady nel 1993 cede la sua creatura al titolare della Rogers di Michel O’Brian, il quale innova la produzione, introducendo la linea Black Glass, arricchita dal CD33 e avviando la realizzazione dei diffusori Rocket, con la gradita conseguenza di un incremento di vendite in Europa e Nord America. L’abbaglio delle sirene con gli occhi a mandorla, celate sotto le spoglie della Taiwanese Proton, porta a un ampliamento della produzione in Asia, ma impoverisce l’attività creativa e distributiva nel Vecchio Continente, rischiando di decretarne la progressiva decadenza. Fortunatamente, nel 2008, la coppia di ingegneri autoctoni Thompson e Chambers, con il consapevole intento di ridare lustro a un pedigree un tantino appannato, si prefiggono l’obiettivo di ripristinare una produzione di rango. La strada da percorrere è una sola: tornare alla bombetta, all’ombrello e al tea delle cinque. L’opportunità si materializza nel momento in cui la cinese Shanling acquista il marchio Onix, trapiantando la realizzazione dei prodotti in Asia, ma confermando la progettazione in Inghilterra, senza alcun tipo di condizionamento.

 

Certo, per dirla come un vecchio burlone austriaco con i baffetti, la razza pura non c’è più, ma questi sono i tempi. Io non è che ce l’ho con i cinesi pregiudizialmente, ma ho un personale trauma interiore che mi ha sconvolto. Qualche anno fa, acquistai un amplificatore Yaqin, il quale, durante una seduta d’ascolto, mi esplose nella stanza – “è svampato Signo’!” recita il domestico filippino Ariel – ed è un miracolo che sia ancora qui a scrivere e abbia anche potuto mettere in salvo la mia collezione di dischi, qualcuno, a dire il vero, un po’ affumicato. Per dovere morale posso però testimoniare l’affidabilità e il valore di molte elettroniche asiatiche, quelle Shanling in testa, che in Italia si sono affermate per l’unicità del rapporto prestazioni/prezzo.

 

L’amplificatore integrato Onix A65, protagonista dell’articolo, appartenente alla linea Classic della produzione, è la prova empirica dell’enorme progresso che la casa ha fatto registrare rispetto ai tempi delle scatole metalliche da radioamatore del passato. Intanto è migliorato esteticamente. L’apparecchio esibisce orgogliosamente una linea molto elegante: il contrasto tra il nero lucido dello spesso frontale in metacrilato e l’oro brillante delle manopole e delle scritte è veramente high-class e ti porta ad accarezzarne le superfici lisce, proprio come succede in alcune pubblicità di gioielli e automobili.

Il cabinet, di dimensioni decise, dà l’idea di notevole solidità e compattezza strutturale. Le dotazioni operative e di collegamento offrono a loro volta l’indizio di una ritrovata progettualità English oriented, peculiare per sobrietà, essenzialità ed efficienza. Come già accennato, sul frontale sono allocati, oltre al tasto di accensione, la manopola del volume, che muove un potenziometro motorizzato Alps versione Blue Velvet, e la manopola di selezione degli ingressi, per ognuno dei quali si illumina un piccolo led di un blu luminescente. Le connessioni presenti sullo chassis posteriore sono di buon livello. Tra le sette coppie dei canonici ingressi RCA dorati, si nota un ingresso di bypass, non descritto dallo scarno libretto delle istruzioni, che suppongo possa essere un link per un preamplificatore esterno. Molto solidi e ben serranti si rivelano i quattro morsetti per i diffusori, che accettano sia il cavo spellato che i connettori a banana o forcella. La vaschetta dell’alimentazione è assortita con un filtro di rete, mentre sul frontale compare altresì un ingresso cuffia. Completa la dotazione un telecomando in alluminio pesante, che può gestire tutte le funzioni delle elettroniche della serie Classic.

L’interno appare semplice e ordinato, con una componentistica in parte selezionata. La conformazione del circuito è dual-mono, con un singolo trasformatore toroidale Plitron da 300W. Ben dimensionata, quindi, l’alimentazione, con l’utilizzo di otto diodi MUR 8100 Ultra Fast Recovery e condensatori Nichicon Line Gold. Di rilievo anche la presenza di resistenze a bassa tolleranza, condensatori Wima e di filtraggio Nichicon Gold Tune da 10.000 mF ciascuno. Lo stadio di potenza si avvale di transistor Sanken 2SC2837/2SA1186, montati su due alette di raffreddamento ben dimensionate.

 

A questo punto dell’analisi è interessante verificare se, insieme alla manifattura British, questo integrato possa anche annoverarsi tra gli alfieri del British Sound.

La potenza dichiarata di 66W per canale ha consentito l’accoppiamento con diffusori eterogenei, ovvero Gamut Phi7, JPW monitor, e, chicca tra le chicche, una affascinante coppia di Pioneer AS-305A del 1967, casse a quattro vie con altoparlanti in alnico, delle quali ho ristrutturato l’elegante mobile vintage, e ricostruito il crossover. Ho fatto lavorare, come sorgente analogica, il mio EMT938 con braccio EMT929 e testina TSD15 SFL, e, come sorgente digitale, il California Audio Labs Aria MKIII, il tutto collegato con cavi Harmonic Technology, Synergistic Research, MIT e Straight Wire. Pur riconoscendo una sinergia dignitosa, ho escluso presto le Gamut; questi diffusori hanno bisogno di una maggiore dose di corrente per esprimersi al top, ragione per cui la loro permanenza sarebbe stata ostativa ai fini di una corretta ed equilibrata valutazione dell’Onix.

 

Ho dato il via all’ascolto facendo girare il CD 1.0 dei Fiamma Fumana, Omnium Recordings, 1999, un trio italiano che getta un ponte tra la tradizione e la modernità, distillando una miscela esplosiva di folk e campionamenti. Il disco rielabora vecchi canti delle mondine, canzoni antifonali, ninne nanne, ballate, danze, innestando strumenti acustici quali il violino, il bouzuki, le wilean-pipes, il tin whistle e la chitarra, con testiere, programming e sampler, il tutto impreziosito dalla splendida voce di Silvia Orlandi, in arte Fiamma, e pervaso da un’energia da potersi misurare in joule.

All’Onix basta una mezz’oretta per andare a regime. Il CD scorre via, e ti lascia un senso di freschezza, come un ghiacciolo alla menta a Ferragosto. Tanto per allegorizzare la prima sensazione di ascolto, mi torna in mente un vecchio pezzo degli Archies che faceva Sugar, ah, honey, honey!. Proprio così. Vista l’assonanza, più che Onix, io lo avrei chiamato Honey. Ha un’emissione morbida, piacevole, dolce, quasi zuccherina. Mi auguro che non ci sia un nido di vespe nei paraggi! Sconvolge che ciò possa essere accaduto dopo così pochi minuti di warm-up: è desueto, ed è nota la necessità, per la maggioranza degli apparecchi hi-fi, di giorni di rodaggio, prima di essere in condizioni di suonare appena decentemente.

Metto in rotazione un altro CD, Herbie Goins & the Nightimers, N° 1 in your heart, una raccolta di registrazioni effettuate tra il 1965 e il 1968, ristampa del 2008, presso i mitici EMI Parlophone Studios di Abbey Road, in cui il leggendario Herbie interpreta da par suo una serie di standards del soul e del R&B, raggiungendo il massimo livello emozionale mai espresso da un gruppo di estrazione britannica alle prese con una musica di radici americane. L’incisione è fantastica, grazie al supporto tecnico e professionale che solo le sale EMI e poche altre erano in grado di fornire all’epoca. Il nostro Onix è sembrato percepire il profumo di casa, perché ha cominciato a macinare groovy music, tanto da farmi maturare il sospetto che la reincarnazione di Otis Redding si fosse nascosta dietro i diffusori. Una linea di basso micidiale, sicura, solida, up-tempo, una chitarra cosi dry che il Martini se lo sogna, e il canto potente e autentico di Mr. Goins. Insomma questo integrato budget è riuscito ad isolare e mettere in rilievo i tre elementi fondamentali del R&B e del soul, ovvero il battito incalzante della ritmica, l’onda sonora dei fiati, e la voce calda e grintosa. Un’esperienza così emozionante che non mi sono neanche accorto che le mie gambe si stavano muovendo nel maldestro tentativo di imitare i passetti striscianti laterali di James Brown! La spaccata no, non ce la faccio proprio.

Devo ricompormi e tornare serio, anzi classico. Metto sul lettore la Sonata in RE Maggiore K239 composta da W.A. Mozart nel 1776, eseguita dai Berliner Philarmoniker diretti da Herbert Von Karajan nel 1966, e contenuta in un CD Deutsche Grammophon della serie Meisterwercke. Tutto suona estremamente pulito. Si coglie vistosa la struttura tipica barocca, laddove il quartetto d’archi solistico si contrappone con l’orchestra di archi e timpani; si ode nettamente la tendenza del genio appena ventenne impegnato nell’affinamento strumentale. Nella Marcia iniziale le pelli percosse risaltano sul pizzicato delle corde. Nel Minuetto e nel Rondò sono protagonisti i violini, in un’alternanza tra solismi e stacchi. Resto sbalordito dal modo in cui riesco facilmente ad ascoltare le più sottili inflessioni delle percussioni, i fraseggi degli archi e le linee di contrabbasso, celate sotto i piani orchestrali.

L’Onix mette in mostra una buona articolazione dei transienti, e trasmette un senso forte di agio e semplicità. Sembra che si diverta e mi richiama lo sghignazzo beffardo che esibiva Tom Hulce interpretando magistralmente Mozart nel film Amadeus di Forman.

Sembra maturo il momento di passare a sua maestà l’analogico. Do fiato alle trombe con Antonin Dvorak, Quator en Fa Majeur op. 96 - Americain , e Quator a Cordes a RE Mineur, interpretati dal Quartetto di Provenza, un LP Pierre Verany Editions del 1982. Gli archi si esprimono leggeri, ariosi, melodiosi, armonici, con una apprezzabile naturalezza, esaltando la nobile reputazione di cui gode nel mondo questa etichetta discografica disgraziatamente estinta, ma che ha lasciato una serie di incisioni di livello magistrale. Ho una piccola emblematica aneddotica legata all’ascolto di questo vinile. Ho alternato momenti di religiosa concentrazione ad intervalli in cui ero occupato in altre attività, o, addirittura, mi ero spostato in altri ambienti della mia abitazione. In tutti i casi ho vissuto attimi di esagerato godimento: ho potuto catturare una grande quantità di dettagli anche a venti metri di distanza, magari muovendomi o stazionando spalle o fianco all’impianto, un po’ come fanno i Giapponesi. Non hai scampo. La musica ti insegue ovunque, iniettandoti una gradevolezza straordinaria per questa categoria di amplificatore.

Volgo al termine la seduta con Jim Ringer, Tramps & Hawkers, Philo Records, LP, 1977. Questo è stato un disco miliare per la mia formazione musicale, oltre ad uno dei primi riferimenti di adolescente con il sogno di imparare a suonare la chitarra. Il buon vecchio Jim canta le sue sofferte storie borderline con un’intensità vissuta, coadiuvato da un fantastico gruppo di musicisti, da Saul Brody a Jay Ungar, da Peter Ecklund a Mary McCaslin, solo per citarne alcuni. La sua voce profonda ti scuote fin dentro le ossa e ti trascina emotivamente quando intona ’Cause I’m bad news ev’rywhere I go, always gettin’ in trouble and leaving little girls that hate to see me go. Gli strumenti sono cristallini, ben definiti e collocati negli spazi, dinamici e discreti allo stesso tempo, ma, soprattutto, veri.

Ho apprezzato molto l’integrato Onix A65. Con questo non voglio dire che è privo di difetti, sia chiaro! Anzi, mostra, bene o male, le consuete imperfezioni e lacune tipiche dei suoi omologhi di riferimento. Ma li esibisce con una grazia strabiliante, con fascino e personalità, estraendo il meglio dagli organi circuitali di cui è stato dotato. Sempre composto ed educato, come un Englishman alla fermata del bus. Si mostra altresì pragmatico, scevro da orpelli sonori ingannevoli. Offre certezze e garanzie, dona piacere puro. E in tempi come questi vi pare poco?

Ladies and gentlemen, I would like to introduce you… The British Sound!

 

SCHEMA RIEPILOGATIVO

Voto massimo ***** Spark, le scintille ReMusic

Timbrica **** | Molto originale. A volte ricorda un valvolare di buona potenza, con un maggiore controllo sui bassi.

Dinamica **** | L’energia non gli manca sicuro. Non evidenzia stanchezza e cedimenti in alcuna situazione.

Dettaglio **** | Più probabile che qualche particolare lo smarrisca l’ascoltatore. Del resto la silenziosità ne è la madre.

Trasparenza **** | Vale ciò che ho scritto per il dettaglio.

Immagine *** | Più che sufficiente la tridimensionalità. Scena con qualche limite in ampiezza e profondità.

Velocità *** | Si deve fare di più.

Costruzione **** | Estetica d’impatto. Insieme alla solidità, è uno dei pregi.

Rapporto qualità/prezzo **** | Encomiabile.

 

Caratteristiche dichiarate dal produttore:

Potenza: 2x66W RMS (8 Ohm) - 2x125W RMS (4 Ohm)

Risposta in frequenza: 10Hz-30kHz (-0,5dB)

Sensibilità ingresso: 205mV/47Kohm

Rapporto segnale/rumore: >91dB (A ponderato)

Separazione canale: >51dB

THD: 0,003% (3W/8ohm)

Dimensioni: 430x401x109mm (LxPxA)

Peso: 10,5kg

Potenza assorbita: 300W

Alimentazione: 220V-240V AC

Distributore ufficiale Italia: al sito Pacetech

Prezzo di listino Italia alla data della recensione: 1.100,00 euro

Sistema utilizzato: all'impianto di Giuseppe "MinGius" Trotto

 

 

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