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La musica diffusa

25.07.2016..
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La vita è un costante percorso di crescita, di emancipazioni. L’emancipazione per un ascoltatore di musica è rappresentata da un nuovo giradischi, da quel particolare amplificatore o da una nuova coppia di diffusori. La mia emancipazione è passata attraverso un iPad. Ho comprato un iPad bianco, l’ho collegato al mio Marantz e per miracolo ho ascoltato la musica che desideravo, quella che piace a me, come piace a me: seduto nella mia comoda poltrona e prestandole la giusta attenzione. Ed ecco che in un istante la mia collezione di dischi assume una nuova dimensione, un nuovo valore. Sì, perché nella mia discoteca ci sono svariate centinaia di vinili e CD acquistati per essere stati ascoltati una sola volta, riposti poi per anni, che oggi forse, disponendo della possibilità di ascoltarli in streaming, non avrei mai acquistato. Non è una triste considerazione ma solo un’analisi obiettiva dello sviluppo delle cose. Guardo la mia discoteca e vedo solo gli album che hanno fatto la storia della musica, quelli che hanno segnato generi, periodi o epoche, la carriera dei gruppi, quelli ai quali sono emotivamente legato per i ricordi a loro collegati, quelli oggettivamente più rari. Il valore della mia discoteca d’incanto è variato: sia nel suo senso prettamente oggettivo, ma soprattutto in quello soggettivo.

 

La musica liquida a me non è mai interessata, non sono mai stato convinto della sua funzionalità, e non parliamo poi del download illegale: oltre all’incertezza sulla qualità dei file online, non ho mai tollerato l’idea di violare la legge e di truffare i musicisti. La definizione di musica liquida è perfetta per definire la musica scaricata, che riempie l’hard disk o il supporto portatile e, dopo che è disponibile, può essere ascoltata dove vuoi. Il trasferimento del file dal server al PC crea perciò un’attesa che si frappone tra l’ascolto e l’ascoltatore. Non considero proprio, poi, la possibilità di ricercare e ascoltare musica al PC: non è per me accettabile che il video di YouTube mi proponga uno spot pubblicitario o s’inceppi durante l’ascolto.

La musica ascoltata per la prima volta con il mio iPad è stata diffusa all’istante, subito dopo la mia scelta. L’ascolto in streaming è immediato. Il termine “liquida” viene perciò superato. Lo sviluppo tecnologico permette che la musica sia diffusa senza che essa sia contenuta su alcun supporto. L’ascoltatore è, ora, finalmente libero, senza alcuna riserva, di riprodurre ciò che vuole quando lo desidera. Quest’assoluta libertà di scelta a un primo istante mi ha spaventato, quasi mi ha sconvolto. La ricerca dell’album desiderato diventa assolutamente semplice e passa ora attraverso la rapida digitazione del titolo in un form o addirittura attraverso il riconoscimento vocale: “riproduci Let it Be”. L’ascoltatore si è emancipato e può finalmente ambire a divenire musicofilo. La musica ora è semplicemente diffusa, come lo è con la radio, con la novità che ora essa trasmette ciò che desideriamo quando lo desideriamo. I principali sistemi di streaming musicale realizzano, infatti, dei canali radio disegnati sui gusti musicali del singolo ascoltatore, profilandone gli ascolti, superando addirittura il concetto di on demand.

 

Lo strumento è potentee, senza entrare in discorsi tecnici quali ad esempio i dettagli sulla qualità o quello sulle revenue che ricevono gli artisti (sempre meglio che permettere il download illegale), segna il vero cambiamento epocale nell’evoluzione delle tecnologie per la riproduzione dell’audio. Apple Music, Spotify, Deezer, Tidal, Google Play sono divenuti in breve i marchi più importanti dell’industria legale della musica e finalmente hanno le carte per combattere e sconfiggere la pirateria, ed è possibile che attraverso un’adeguata concorrenza possano anche consentire una ripresa dell’industria musicale.

 

Lo smisurato archivio sonoro disponibile in streaming è ormai una risorsa irrinunciabile per gli ascoltatori. Sarebbe forse opportuno che le Major permettessero la riproduzione online solo dopo un più lungo periodo di regolare distribuzione dei supporti fisici. Oppure che la loro distribuzione venga arricchita di bonus track e inserti esclusivi. Le due distribuzioni non si escludono a vicenda, ma sarebbe necessaria una più netta divisione del mercato, considerando il modo di fruire la musica evidentemente diverso, che dovrebbe premiare l’ascoltatore, che per beneficiare di un ascolto più intimo è disposto a spendere più tempo e soldi.

 

Il valore che ho dato nella mia vita alla musica e ai dischi, che erano sino a poco tempo fa per me l’unico mezzo per ascoltarla, mi ha obbligato a fare delle considerazioni e degli approfondimenti diversi da quelli che solo qualche anno fa svisceravo nel mio Il vinile al tempo dell’iPod. Questo potrebbe essere il suo epilogo: il vinile al tempo dell’iPad. Un epilogo in cui la libertà di ascolto permessa dallo streaming attribuisce indirettamente ancora più importanza al supporto per ascoltare la musica. In quest’epoca, in cui tutti possono ascoltare tutto, il valore dell’oggetto utilizzato per riprodurre la musica, per chi lo possiede, può divenire facilmente superiore a quello reale se ad esempio consideriamo solo che sia legato a un evento speciale o sia stato comprato per un motivo particolare: magari perché colorato o per il soggetto della sua copertina, se un vinile d’epoca in prima stampa o se rieditato in un’edizione limitata, se con un booklet contenente i testi, se autografato. In alcuni casi una sola immagine di un inserto fotografico vale quanto il prezzo speso per un vinile o un CD usato.

 

Scoprire nuovi gruppi e nuove musiche dal mondo ora è un’esperienza semplice. Oggi tutto si può ascoltare nel momento stesso in cui si desidera: ma, come sempre, si può possedere solo ciò che si desidera veramente. La qualità della musica è slegata dal supporto, ma i ricordi a essa legati vengono poi consolidati dalle emozioni legate all’oggetto desiderato, ricercato e acquistato, che la custodisce e ne permette l'ascolto. È proprio per questo che il disco, vinile o CD che esso sia, attribuisce all’ascolto della musica un valore aggiunto e soprattutto conserva per chi lo possiede un vero valore, soggettivo ancor più che oggettivo.

 
di Nicola Iuppariello
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