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11.11.13
Serena Fortebraccio
In a Shape of a Girl

Foto principale di Giovanni Albore

 

playing on Björk’s heartbeat, ovvero l’intero manifesto di un album compendiato in un sottotitolo testualmente elementare, ma semanticamente profondo, epifanico. In questo contesto, il termine heartbeat non va certo inteso come banale battito cardiaco, bensì come pulsione, palpito, sussulto, vivacità, impulso passionale, emotivo, tendenza istintiva. Inoltre, il battito dell’arte di Björk è sincopato, aritmico, extrasistolico, fibrillante. Come la sua musica, così travolgente, caleidoscopica, attuale e fascinosa. Considero la minuta islandese dagli occhi a mandorla una delle artiste più geniali e creative, direi rivoluzionarie, degli ultimi vent’anni, già dagli acerbi ma seminali esordi new wave come leader del combo Sugarcubes. Per estensione, non sorprende affatto che possa essere apprezzata come icona da numerosi appassionati di musica o da artisti che cercano di esprimersi attraverso un linguaggio che considera il convenzionale un abominio.

 

Serena Fortebraccio, destinata a conquistarsi uno spazio tra questi ultimi, se ne appropria, dando alle stampe, per la rinomata etichetta EmArcy, della famiglia Universal, un progetto molto ambizioso, ovvero l’album In a Shape of a Girl, concepito su composizioni scelte nel vasto repertorio di Björk. Serena ama il bianco. Bianchi sono gli abiti di scena indossati in occasione delle sue esibizioni con il gruppo vocale delle Faraualla. Bianchi sono i paesaggi innevati della glaciale Islanda, come pure quelli pugliesi, dalle abitazioni e dai centri storici delle cittadine di mare, al Barocco in pietra leccese. Ancora bianca è la copertina del CD, con rarefatte icone/ombra in china che ritraggono gli amati gatti – cui il disco è dedicato -, i vulcani, le acque ribollenti, una barca e un cetaceo in immersione, appartenenti al patrimonio naturalistico dell’isola nordica. Il tutto perlustrato attraverso uno degli occhi della Fortebraccio, che si astrae dal suo viso in primo piano per diventare la testa di un esile fumetto di figura umanoide con cappottino e sciarpa, colta mentre si aggira sicura in ambienti familiari, siano essi di superficie che subacquei. La ricerca spasmodica di osmosi con una cultura molto distante prende forma, quindi, già a livello estetico. La forma, appunto,-"The shape", come recita il titolo dell’album - da intendersi come essenza, giammai come semplice contorno fisico. Serena vuole, con forza, estrarre dall’involucro fisico l’essenza di Björk, la sua natura, la sostanza intima, seppure ex se estremamente comunicativo, al fine di trarne rispettoso nutrimento e farne uno strumento espressivo della propria spiritualità, della propria arte. Poi ancora Björk perché è un simbolo di libertà, ed è soprattutto voce. Quella voce che si pone al centro di tutte le esperienze artistiche vissute fino a oggi dall’interprete di Trani. La libertà che viene evocata ogni volta che si emette quel suono magico, onomatopeico, effervescente, nell’atto di pronunciare la parola jazz. Il jazz che è il fondamento della formazione di Serena e diventa, in questa occasione, la chiave del progetto. Via le distanze, via l’eccentrico e la provocazione, via la manipolazione elettronica in stile pop/avanguardistico, l’artista si propone metaforicamente nuda, la musica altrettanto.

 

Eccola l’essenza!

 

Stante il fatto, per niente trascurabile, che siamo ReMusic, sento il richiamo giornalistico di aprire una parentesi socio/musico/audiofila affatto avulsa dal contesto della recensione. Diversi critici e osservatori hanno maturato la convinzione che il jazz e, ahimè, il rock, abbiano registrato la propria fine, in termini di creatività, con l’avvento dell’era digitale, più o meno intorno al 1982. Quella tecnologia, che fu acclamata come un avvento rivoluzionario, sarebbe stata letale se i burattinai del mercato fossero riusciti nel cinico progetto di imporre il formato digitale come evangelicamente unico. Non c’è niente da fare perché gli imbonitori hanno sempre avuto un grande appeal. La realtà dimostra che il progresso digitale ha offerto un sostanziale contributo nel facilitare e velocizzare le registrazioni jazz, rendendole altresì più economiche. Di conseguenza, essendosi moltiplicate al limite dell’inflazione le incisioni effettuate in piccoli studi o addirittura home-made, la qualità ha subito incontrovertibilmente un degrado. Il jazz, come forma d’arte, oggi gode ottima salute. Si è arricchita, approfondita e ha ampliato i propri confini geografici. Alcune figure mitiche sono ancora in attività, ma un’ampia percentuale di musicisti, nativi di ogni parte del mondo, in special modo i più temerari, intelligenti e creativi, perseguono il jazz perché costituisce un insuperabile veicolo per atti spontanei di libertà. Non esistono più lo swing, il be-bop o l’avanguardia e la fusion. Il jazz moderno è open e non rende possibile l’identificazione di alcuna corrente in termini di modalità espressiva dominante. L’internazionalità, poi, ha fatto in modo che altre culture, europea in primis, ne rivitalizzassero i canoni, iniettandovi immagini e forme personali. Il jazz europeo, come emblema, è oggetto costante di alterazione a opera dell’infusione di contenuti provenienti dalla musica classica. Le etichette ECM e ACT sono il centro nervoso di questo fenomeno di fertile contaminazione. L’imprinting classico/cameristico emerge evidente grazie alla massiva presenza, nelle formazioni, del violino, della viola, del violoncello, di trombe, sassofoni e clarini suonati con spazialità in punta di astratto, flottanti, con linee percussive sperimentali, frammentate ed eclettiche e la voce non a supporto esclusivo di un testo, ma come idoneo strumento in grado di fraseggiare e dialogare con archi, ottoni, pelli e tasti.

 

Tutti i temi artistici fin qui accennati sono presenti nell’album In a Shape of a Girl. La formazione ha la struttura tipica di un combo jazz di quattro elementi: oltre alla Fortebraccio, Mirko Signorile al piano, Giorgio Vendola al contrabbasso e Pippo D’Ambrosio alla batteria e percussioni. Completano l’organico, come ospiti, Roberto Ottaviano al sax soprano e al clarinetto basso e Davide Viterbo al violoncello. Tutto, quindi, rigorosamente acustico e, ovviamente, Björk, nel ruolo di fonte ispiratrice. La selezione dei dodici brani è estremamente diversificata, all’interno di un segmento temporale di oltre un decennio di produzione discografica. Ogni traccia ha una connotazione compositiva, emozionale e concettuale peculiare, sebbene l’insieme generi un lavoro di grande armonia e compattezza, neanche lontanamente associabile a una raccolta di brani. Altro che tributo! Si respira aria di scrittura, studio, ricerca sonora, moduli di espressione collettiva, ben oltre la barriera del talento individuale dei singoli, nessuno dei quali risulta mai protagonista assoluto folgorato sulla via del soliloquio strumentale. Non sono presenti le scorribande soliste tipiche di molti dischi jazz, anche quelli che hanno fatto la storia del genere. Unicamente trama, dialettica trasversale, tessitura, nonché una cura sofistica e maniacale di ogni nota emessa, della rispettiva ampiezza, del contrasto dinamico tra la manifestazione sonora e gli intervalli di silenzio. In un simile substrato acustico, la voce di Serena si erge sicura come un fil rouge del contenuto dell’album, garante dell’equilibrio e del raccordo armonico dell’opera di ensemble e, contestualmente tesa nella ricerca di interlocuzione con l’artista marziana della quale ha decifrato gli ingredienti idiomatici.

 

L’intro di An Echo, a Stain è folgorante. Una nota di piano, percussioni pulsanti – ecco repentino the heartbeat – la voce acuta che recita il tema enfatizzando alcune parole del testo attraverso la tensione delle vocali. Il piano riappare greve con la spinta nerboruta del basso. Quando l’energia è carica, viene esplosa con una sorta di violenza dolce, poi è il deliquio, uno stato semi onirico fatto di sospiri ansimanti, dissonanze, in un alternarsi di eccitazione e quiete. Vokuro è un pezzo con testo in islandese che offre l’ulteriore convincente prova della capacità interpretativa di Serena, all’interno del quale possiamo ammirare un vero e proprio duetto, laddove la seconda voce non è umana, ma è animata da un violoncello che si esprime in controcanto. Piano, basso e batteria ricreano un ambiente paesaggistico virtuale dilatato, tenue, quiescente. Venus as a boy, ancora heartbeat, quattro accordi - a orecchio REm, FA, SOL, LAb – in progressione da struttura rock, strumenti ben percossi, mentre la voce rimane venata da una dolcezza innata anche nei passaggi più rabbiosi e intensi. Qualche nota dissonante o diminuita, di concerto con gorgheggi scat, stanno li a ricordarci che siamo sempre in territorio jazz. Show me Forgiveness è una ballata che esalta il lato caldo del canto della Fortebraccio, con gli strumenti suonati in maniera molto discreta e carezzevole fino a spegnersi progressivamente. Play Dead è impostata su una cadenza vagamente reggae, ma contiene degli incisi rasenti le grida, con un drumming potente. Segue Visur Vatnsenda Ròsu, altro pezzo tradizionale in islandese, in cui entra magnificamente in gruppo il clarino basso, che oltre a duettare ancora con Serena, si produce in un paio di brevi assolo che valgono il disco: da rabbrividire! Con Oceania viene introdotto un ulteriore heartbeat, con distinti echi sudamericani che si liquefanno nei vocalizzi stridenti, nelle ritmiche tese e nervose esaltate da un mantra pianistico altamente emotivo. Possibly maybe è introdotta da un piano carillon insistentemente lirico, in contrasto con il violoncello che si contorce sullo sfondo. La voce è molto esile e leggera nella sua impostazione ballad, mentre le percussioni rapide e scintillanti tengono viva la fibrillazione. Cover Me è un brano che sembra sospeso, di grande atmosfera e intimità, in cui ricompare il clarino basso e scioglie il cuore, già provato dalle emozioni precedentemente vissute, nel momento in cui Serena implora “proteggimi!”. Joga è un raffinato esempio di drum’&’bass, nobilitato da un violoncello dal rigore classicheggiante. Sprizza soul in ogni piega del brano, in bilico tra passione e struggimento. Sontuoso l’assolo di piano tra pelli e piatti ad alta frequenza. Dopo il breve intermezzo di New World, quasi un respiro profondo nella musica a supporto del cinema, dove esordisce il sax, chiude l’album la celeberrima Isobel, in cui tutte le sfumature vocali deflagrano e le compulsioni ritmiche toccano il massimo dell’eccitazione. Il sax compie traiettorie equilibriste in altalena precaria sulle onde strumentali vivaci e inafferrabili. Poi è il silenzio; lo sguardo punta la copertina del CD, il pensiero torna al bianco, a una coltre di neve che avviluppa la vita. La tentazione di riavviare il disco è forte, brucia, non posso resistere…

 

In a Shape of a Girl si afferma come album ricchissimo di spunti e permette la lettura di citazioni e richiami a un’ampia gamma di universi culturali e sonori sintetizzati magistralmente nella personalissima identità espressiva di Serena Fortebraccio, la quale mantiene sempre percettibile il proprio temperamento musicale, ma si pone incessantemente alla ricerca epica della condivisione e della coralità. A scorrere i ringraziamenti che occupano una pagina intera di copertina interna, si intuisce che lei non è, e non intende, restare sola. Chiunque vorrà procurarsi e ascoltare questo disco verrà certamente accolto come amico.

 

L’opera è molto apprezzabile anche dal punto di vista audiofilo. La registrazione, effettuata presso i Sorriso Studios di Bari, è molto curata dal punto di vista della timbrica e della naturalezza. Il realismo è riscontrabile anche nella tridimensionalità della scena acustica, oltre che dall’ottima separazione tra gli strumenti. La voce è sempre chiara, luminosa, ben collocata negli spazi e armonica alla musica di gruppo.

Un progetto perfettamente riuscito.

 

Serena Fortebraccio

In a Shape of a girl

EmArcy/Universal

CD

Total time: 58’ 35’’

2011

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