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16.11.12
Peter Cincotti | Metropolis

Esiste un’esecrabile abitudine/tendenza, tra gli organi di critica musicale e non solo, a voler a tutti i costi attribuire una definizione identificativa, un’etichetta, spesso molto attigua al luogo comune, all’artista di turno e al rispettivo modo di esprimersi. Purtroppo anche Peter Cincotti non è stato risparmiato da questo invalso giochino di marchiatura, che ha trovato la sua sintesi nell’appellativo di jazz crooner, ovvero quel modello di cantante confidenziale, il quale, attraverso arrangiamenti musicali di stile romantico/sentimentale, racconta le proprie storie intime, privè. Certo è che Peter il jazz lo conosce bene, avendo iniziato a studiarlo in tenera età; siffatte basi gli hanno consentito di affinare eccellenti doti di cantante e pianista, fondamentali per un ragazzo che dichiarava di avere come mito Frank Sinatra.

 

I primi tre album, quello d’esordio risale al 2003, sono effettivamente intrisi di questa vena crooneristica, pur con dimensioni sonore molto personali, come a voler lanciare un segnale introspettivo di insofferenze verso l’omologato, il già scritto, lo standard, il ventre caldo e rassicurante della grande mama jazz. Questa forte tensione interiore esplode con l’album Metropolis, uscito verso la fine di quest’estate per l’etichetta Heads Up; è un lavoro che prende direzioni inaspettatamente centrifughe, e probabilmente lascerà un po’ disorientati i fan che avevano adorato il Cincotti di On the moon, ma guai a parlare di abiura del passato. Il songwriter di origini italiane afferma con fermezza che Metropolis è un disco di continuità, stilisticamente diverso in superficie, ma con un unico fil rouge, lui medesimo, orgoglioso di essere riuscito a creare esattamente l’opera che aveva nella testa. Le radici jazz sono ancora presenti, anche se è francamente complicato individuarne le tracce. L’impressione è che il balzo in avanti sia stato fatto, e anche bello lungo. A cominciare dall’iconografia. Il Peter che posa davanti al fotografo con la sua gradevole presenza, il taglio di capelli alla rockabilly un po’ crestato, vestito da un famoso stilista italiano, non ha niente che possa identificarlo come crooner. Appare come un personaggio della modernità, completamente aderente al tempo in cui vive. Il titolo è quanto mai attuale; richiama l’ambiente e la società urbana. L’osservatorio sulla rivoluzione tecnologica e politica, rappresentato, sul fronte copertina, da un iride con sembianze di obiettivo digitale, contro il passato, allegorizzato sul retro da un orologio da panciotto. Il sound risente inequivocabilmente dei nuovi contesti ispiratori, e punta dritto verso il pop, techno/elettrico, tenacemente beat, inteso proprio come battito, pulsazione ipnotica che si propone come impalcatura ritmica di quasi tutti i pezzi dell’album, ognuno dei quali, nelle intenzioni dell’autore, vive come quartiere di Metropolis, con storie diverse, ma contemporanee. La scelta di John Fields come produttore è stata effettuata proprio in virtù della sua capacità di individuare le soluzioni sonore più adatte a qualsiasi forma melodica, esplicitandone tutte le opzioni possibili. Fields partecipa all’album anche in veste di chitarrista e tastierista. Pure l’approccio alla registrazione non è tradizionale, preferendo la simultaneità delle parti, con un massivo uso del computer. Gli strumenti, pur numerosi, vengono quasi “desolistizzati”, e messi tutti al servizio della forma canzone, concisa e sintetica, involucro dei semi formativi di Peter, che suona, oltre al piano, il Rhodes e il Wurlitzer, senza dispensare mai qualcosa che somigli lontanamente ad un solo.

 

Metropolis è la città di un’altra dimensione, dove la realtà è ribaltata. Pavimenti sporchi sulla testa, nuvole sotto i piedi, dove gli uccelli camminano e gli uomini volano. Dove il basso è alto, dove hello vuol dire goodbye. La città flottante dove la verità è menzogna, il giusto sbagliato. La canzone è evocativa, dura, con un batteria incalzante, molto “picchiata”; la voce estesa fino al falsetto, con le tastiere e la chitarra elettrica protagonisti e predominanti su un pianoforte che si materializza solo nelle esigue pause riflessive. Un pezzo che potrebbe essere tranquillamente il tema portante di una pellicola che ha come trama una città da fantafuturo. La laicità dell’album è concentrata nel brano My religion, dove l’uno, senza curarsi delle opinioni altrui, sceglie di fare dell’altra la propria religione, perché unica nel fornire risposte alle proprie domande, senza compromessi, il futuro svelato dagli occhi. La struttura musicale ricalca il brano precedente. Drumming ostinato, voce energica, e grande spiegamento di tastiere; in definitiva un pezzo hard-pop con un ritornello che ha tutte le caratteristiche per essere proposto in versione mix nelle discoteche. Do or Die, a dispetto del messaggio forte, parla semplicemente di una situazione molto frequente ai tempi d’oggi, ovvero quella di trovarsi in ascensore con una ragazza sconosciuta e attraente, e affannarsi nel dover trovare il modo e le parole per un approccio che vada al di là di un deludente hi. Un’occasione da cogliere a tutti i costi, agire o morire, carpe diem. In un contesto più tranquillo e meno saturo di musica, Cincotti si esprime al meglio, con un canto ironico e un gradevole Rhodes di contrappunto. Peccato che il solito drumming appesantisce un po’ una canzone che sarebbe perfetta proprio nella sua leggerezza. Un pianoforte arpeggiato introduce Take a good look, una ballata melodica molto ben costruita sul tema del tempo, che, come la pioggia, può fare arrugginire anche l’amore più forte. L’invito nei confronti dell’altra è quello di prendere atto che non è il sentimento che cambia, ma gli individui. “Take a good look, take it all in, ‘cause we’re nothing like her or like him anymore. Some thing’s changed, c’mon you know it’s us”. La traccia, più scarna strumentalmente, ci regala un Cincotti al top, anche come narratore drammatico di una verità che fa soffrire, ma va accettata come aspetto della vita. Niente da eccepire, pop melodico, mai mellifluo, una piccola gemma nel genere: confesso che mi ha provocato qualche piccolo brivido. Nothing’s enough è un funk’n’soul di sintesi tra il tradizionale, con un piano up-tempo, e il moderno, con una buona presenza di tastiere e programming, venature rock nei riff overdrive di chitarra elettrica, la solita batteria con grancassa sotto pressione, e la voce ringhiante. Il brano ha, come tema, l’insaziabilità, che si tratti di cibo, di canali TV o di ragazze: “Got the girl of my dreams and feel lucky I met her, but I can’t help lookin’ for someone better”. In Magnetic si racconta della forza emanata dall’attrazione fisica, che supera tutte leggi della natura e, come un campo magnetico, ti fa perdere il controllo della mente ma, soprattutto del corpo, pur nella piena consapevolezza di sbagliare: “I don’t want to touch you, but you’re magnetic”. L’attrazione fisica ti fa soccombere e non c’è niente da fare. La canzone ha un substrato di erotismo, in alcuni punti molto esplicito, ma mai greve: “And while we’re standing lip to lip, I ear something unzip”. Musicalmente è un pezzo molto “sintetizzato”, perfino nella voce, che assume un tono metallico, tranne quando segue le potenti incursioni chitarristiche per urlare che non c’è più energia per lottare.

 

Da questo momento in poi l’album vira sempre più verso un easy pop da classifica. Peter recide quel sottile cordone ombelicale che ancora lo teneva attaccato alle sue radici, e, ahimè, vede anche sfumare i caratteri peculiari della propria personalità di musicista. Assume i connotati di uno Zelig – non me ne voglia Woody Allen per la citazione – e, pur continuando a trattare temi profondi dell’esistenza urbana, siano essi politici, sociali, romantici o sentimentali, comincia ad assomigliare un po’ a Billy Joel, un po’ ad Elton John, con una spruzzata di Robbie Williams. Cincotti sostiene strenuamente il concept che omogeneizza l’album, affermando che i suoni scelti sono il riflesso dei panorami urbani che ne costituiscono l’ambientazione; è un’opera che offre una prospettiva dei tempi in cui viviamo, pieni di rivoluzioni, ma alle prese con gli stessi problemi di sempre. Il desiderio è quello di esortare la gente a premere il tasto “pausa” sulla follia dell’esistenza quotidiana, per trovarsi nella condizione di poter esplorare il mondo di Metropolis. Certamente la radicalità di questo filo conduttore non basta per far gridare al capolavoro; per apprezzarlo bisogna evitare di decontestualizzarlo dal genere cui appartiene: il pop. Interpretato da un’artista cui non si possono disconoscere eccellenti doti di cantante, musicista e compositore, ma pur sempre pop. Io credo che sia solo una tappa di un’evoluzione, di una ricerca di dimensione da parte di Peter, il quale lascia aperto lo spiraglio di un sequel quando dichiara l’obiettivo che al centro del disco restassero le canzoni, ma che, dal vivo, sarà possibile esplorare nuovi spazi, guardarle da angoli diversi, e magari abbandonarsi a qualche assolo in più. Conoscendone il background e la formazione colta, dobbiamo credergli sulla parola, e attenderlo alla prossima prova, non senza avergli ricordato che, anche nelle metropoli moderne, è molto facile incontrare un sassofonista solitario che suona Charlie Parker a un angolo della strada.

 

Peter Cincotti

Metropolis

Heads Up International

CD

Total time 46’20’’

2012

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