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27.04.16
Pre phono Vyger Krimon I

Attraverso gli articoli che ho scritto recentemente ho introdotto alcuni temi, diciamo così… umilmente filosofici, indugiando sui quali ho cercato di estrarre delle connessioni logiche o elettive tra il pensiero intellettuale, l’emozione, la musica e la sua riproduzione. Intanto sono serviti a me stesso come testimonianza della consapevolezza di attraversare un ciclo vitale in cui ho la forte tendenza a evitare tutto ciò che è banale e piatto, trovandomi molto più a mio agio in uno status perpetuo di proiezione verso ciò che è conoscenza, progresso, crescita e meraviglia. Ovviamente quello che state leggendo è un web magazine che tratta di alta fedeltà, ragione per cui mi sforzo di stare molto attento a non “uscire fuori tema” e rispettare il contesto. Qui mi viene in aiuto Anaïs Nin, la quale dichiarò: “La vita normale non mi interessa. Cerco solo momenti più intensi. Sono alla ricerca del meraviglioso”. Sostituendo “La vita normale” con “L’alta fedeltà” o “L’ascolto della musica”, la conseguente parafrasi è perfetta per spiegare cosa intendo. Poiché la musica è la più sublime, la più commovente, la più bella fra tutte le arti e non è una pura astrazione della vita, ma vita stessa, è inaccettabile non poterne godere in una qualche maniera che non sia meravigliosa. Insisto sulla meraviglia perché ciò di cui tratterò in questo articolo è realmente qualcosa di straordinario. Talmente “extra-ordinario”, “mirabilis”, come dicevano i Latini, che una canonica recensione appare totalmente inadeguata come mezzo per celebrarne la grandezza. Vorrei invece qualificare questa rappresentazione come esperienza che ho avuto la fortuna di vivere e, come tale, provare a raccontarla.

 

Il protagonista si chiama Vyger Krimon I. Se pronunciare questo nome vi evoca scenari fantascientifici, non siete fuori strada, perché il termine è un richiamo alla nave spaziale Voyager 6, che nella famigerata pellicola Star Trek, vagava esplorando l’universo, anzi, più precisamente, alla sonda V’Ger, entità aliena alla ricerca del Creatore, metafora dell’umanità con la quale cerca ostinatamente di ricongiungersi. Non pensiate che questi cenni fantasy siano un leggero esercizio di cinefilia. I riferimenti citati sono, al contrario, emblematici per capire chi c’è alla guida dell’astronave Vyger: il Capitano Pino Viola. Proprio questa mattina, durante una conversazione telefonica, mi diceva con il suo tipico slang romanesco: “Io sono un matto da laboratorio. Gli audiofili non mi interessano, non li capisco. Gli altri fanno gli amplificatori, io faccio i missili!”. Con Pino si parla di unità di conversione per droni, di criogenetica, di sofisticati materiali per trasformatori e di tanto altro. L’idea predominante è quella che nel “nostro” campo tutto si può migliorare, a condizione che alla fonte ci sia la ricerca sia sulla materia, appunto, che sui fenomeni fisici o elettroacustici. Ogni evento deve poter essere però riproducibile in laboratorio, misurabile con gli strumenti idonei. Le sensazioni tattili, uditive o psichiche sono solo un aspetto dei fenomeni, la cui conoscenza si esaurisce solo nel momento in cui sono valutabili i connotati scientifici. Il “Viola pensiero”, però, non crediate si esaurisca in un’arida adorazione della misura, della formula, del test. Lui è un visionario vero e i suoi progetti lungi dall’essere convenzionali. Tra un’imprecazione contro le asperità del vivere quotidiano, l’emozione malinconica di qualche bel ricordo e il cazzeggio che non manca mai, la sua mente viaggia sempre su coordinate dimensionali oltre il 3D, in progressione continua. Alla follia creativa di Pino fa da contraltare il pragmatismo e la ragionevolezza di Enrico Datti, l’altra anima pulsante di casa Vyger, che ha in cura la gestione commerciale, finanziaria e promozionale della stessa. Ma Enrico è anche un appassionato di musica e mantiene saldi gli attributi emozionali dell’approccio alla materia, ponendosi in maniera complementare al suo sodale. La conoscenza dei due personaggi, che ormai considero amici, è avvenuta la scorsa estate, quando, a seguito di contatti pregressi con i Direttori Rocchi e Castelli, abbiamo programmato una prova del preamplificatore phono Krimon I.

 

La coppia si è presentata a casa con due cassoni di legno dal peso notevole. L’impatto si è consumato in un subitaneo clima di empatia. Esattamente come i Capitani Kirk e Decker trasportavano la materia, loro trasportavano il progetto. Enrico e Pino erano alla ricerca di orecchie – come non pensare al Dr. Spock! Nel senso che intendevano capire quali sensazioni potesse scatenare l’innesto della loro creatura in un contesto audio di un certo tipo. Sono stato ben lieto di mettergli a disposizione il mio impianto, insieme ai miei padiglioni auricolari, che non hanno la forma a punta, ma si trovano in un periodo di grande maturità percettiva.

 

Voglio riprendere per l’ennesima volta il discorso sull’importanza dello stadio phono. Lo farò fino allo sfinimento. Mai come in questo periodo si è assistito a una proliferazione di preamplificatori phono. La gamma di scelta è enorme, ma, ahimè, anche a fronte di buone recensioni, il livello generale è molto mediocre. Intanto ho imparato a diffidare di frasi del tipo “riferimento nella sua fascia di prezzo”, o peggio ancora “valore oltre la sua fascia di prezzo”. Il mercato speculativo che gioca sull’attribuzione forzata di un valore finanziario ai componenti audio, in complicità con la relegazione della musica, da arte suprema e fenomeno culturale a rumore di sottofondo della nostra esistenza, ha inferto una ferita mortale all’alta fedeltà. Come se fosse possibile formarsi una vaga idea di come suona un’orchestra sinfonica utilizzando due cuffiette da pochi euro. Digital music killed the high-fidelity stars! Il tambureggiante concetto di rapporto qualità/prezzo mi fa rabbrividire, non può esistere nell’arte. Quale può essere il senso di espressioni tipo “si mangia bene e si spende poco”? Il mangiare bene non è un’astrazione, è un postulato che appartiene alla legge morale, non ha valore economico e non è associato allo spendere, che sia poco o tanto. L’ascolto della musica non è permeabile ai compromessi. Se oggi acquistassi una elettronica di compromesso, ovvero rinunciando consapevolmente a una quota di soddisfazione, sono sicuro che, trascorso qualche tempo, avrei la tentazione di gettarla dalla finestra… e senza aspettare Capodanno!

 

Ecco quindi come definirei il Vyger Krimon I: una macchina senza compromessi, il cui valore, permettetemi il velato ossimoro, è talmente elevato da non avere valore.

 

Dicevamo dell’importanza dello stadio phono. Questo genere di elettronica è in grado di creare o distruggere un sistema analogico. La sua funzione amplificatrice è fondamentale rispetto a quella di un pre o di un finale di potenza, perché gestisce oltre il 90% del totale dell’amplificazione del segnale generato dalla testina del giradischi. Questo compito è troppo delicato per essere affidato a un congegno inidoneo di categoria budget. La specificità del phono risiede nel fatto che l’uscita del segnale di una testina si colloca di media intorno a 0,5 mV per una MC, con flessioni estreme fino a 0,1 mV, per salire a 5 mV per una MM. Considerando che un lettore CD produce un segnale stimabile di circa 1 V, la differenza è abissale. La flebilità di questo segnale è sovente oggetto di sottovalutazione. Il modo in cui un amplificatore gestisce livelli di segnale nell’ordine di millesimi di volt è a dir poco critico. Le informazioni vengono più facilmente perse o distorte in questa fase piuttosto che nel percorso successivo. Le stesse che andassero perdute non potrebbero più essere recuperate, mentre le eventuali distorsioni o colorazioni verrebbero amplificate migliaia di volte. Detto ciò, non è difficile capire perché questa zona ha così tanto potenziale di miglioramento e costituisce spesso l’anello debole di un sistema. L’ampiezza del segnale di una testina, sia essa MM o MC, risulta talmente microscopico che l’azione amplificatrice è primaria. Pensando di voler raggiungere un segnale d’uscita di 500 mV, è necessario un guadagno di 40 dB per un magnete mobile e 60 dB per una bobina mobile. A fronte di questa generosa amplificazione proviamo solo a immaginare quanto sia determinante il ruolo che assume il rumore dal punto di vista prestazionale. Per niente subordinata appare altresì l’accuratezza di applicazione della RIAA, se si intende riprodurre correttamente il messaggio sonoro ab origine. Il problema cruciale consiste nel fatto che l’uscita di un pick-up che scorre su una piattaforma girevole non è mai flat. Questo significa che il treble è più forte del midrange, che, a sua volta, è più forte del bass. Il pre phono nasce per livellare le diverse frequenze che vengono riprodotte dalle testine magnetiche a molteplici livelli, in modo da emettere una risposta in frequenza flat. La necessità di una buona equalizzazione è dovuta a cause meccaniche. Lo stilo che scorre sulla superficie del disco, per circa 20-25 minuti deve compiere un immenso lavoro di adattamento a una scanalatura continua su un LP del diametro di 12’’. Di conseguenza, sulla media degli LP, possiamo calcolare 33,3 (giri al minuto) x 25 (minuti) = 832 spirali, più il bordo di run-in e quello di run-out, a cui deve conformarsi. Per semplificare, il solco del disco è inciso in modalità cosiddetta lateral-cut e lo stilo si sposta rapidamente da un lato all’altro delle pareti, generando un impulso meccanico che viene trasformato in segnale elettrico dalla testina sotto forma di output. Tale tensione è proporzionale alla velocità cui lo stilo viene sollecitato dalla rotazione del solco che gli scorre sotto. Per poter ottenere la stessa uscita a tutte le frequenze, il movimento da lato a lato per le basse dovrebbe essere molto più ampio rispetto alle alte, ma in questo modo il taglio laterale esonderebbe nelle scanalature adiacenti! Se le incisioni fossero invece ridotte per produrre le basse frequenze, non ci sarebbe quasi nessuna uscita di frequenze acute, che verrebbero fagocitate dal rumore generato dalla superficie in vinile. Idealmente il disco dovrebbe essere inciso ad amplitudine costante e, poiché l’uscita di una testina decade in proporzione alla frequenza, si rende necessario l’utilizzo di un preamplificatore fonografico al fine di equalizzare elettronicamente il segnale operando in maniera inversa e opposta, ossia tagliando, all’interno di un range di frequenza, la velocità piuttosto che l’ampiezza, con l’obiettivo di tracciare un grafico rettilineo. Nella realtà la curva generata è tutt’altro che lineare e subisce un cambio di direzione in almeno tre punti. La curva RIAA oggi in uso è l’evoluzione di molteplici curve precedenti. Il lavoro che viene affidato al pre phono è quello di rendere quella curva più piatta possibile, applicando la giusta quantità di spinta al basso, contestualmente alla giusta quantità di taglio agli acuti, per giungere a una elevazione del segnale idonea a un livello di linea richiesto dall’ingresso di un amplificatore.

 

Queste parentesi, diciamo così, didattiche, ritengo siano uno strumento fondamentale, pur nella consapevolezza che non possano essere esaustive, al fine della comprensione di una macchina da musica. Altrimenti, scrivere una recensione equivarrebbe – capita molto di frequente, ahimè – a uno sproloquio aggettivale senza alcun senso e non renderebbe alcun servizio al lettore/utente, tanto meno al costruttore, quello serio ovviamente, che tiene molto alla diffusione dell’idea che si cela dietro i propri progetti. Intorno al Krimon I, ve lo assicuro, c’è molto di idealistico, allo stesso modo in cui c’è molto di tecnico e scientifico.

 

Avevamo lasciato Enrico e Pino nel salone di casa con i due mega contenitori di legno. Rimossi i coperchi abbiamo liberato i due telai del pre phono: bellissimi, austeri come eleganti, due blocchi in lega di alluminio 6082, rifiniti con un processo di ossidazione, affini nella linea e nelle dimensioni, nel classico stile Vyger. La sigla 6082 definisce una lega di alluminio-silicio-magnesio-manganese conosciuta per gli alti valori di resistenza meccanica, resistenza alla corrosione, saldabilità e agevole lavorabilità. Il pannello anteriore è semplicemente impressionante, con i suoi 30 mm di spessore. Uno dei blocchi è destinato ad alloggiare l’alimentazione a batteria, l’altro la circuitazione elettronica. Il primo si distingue per una maggiore profondità rispetto all’altro, ovvero 43 cm di larghezza, 46 cm di profondità e 11,7 cm di altezza, contro i 37 cm di profondità del secondo. Sollevarli da terra offre una tangibile sensazione di solidità e la schiena ne è testimone. Mi infondono, altresì, una piacevole aspettativa di certezze, anche in termini di sostanza e contenuto. Con l’alimentazione arriva la prima conferma: due banchi di 10 batterie che sviluppano un totale di 60 V per canale, dispensati attraverso un massivo cavo di raccordo di stampo militare. Nel momento in cui l’unità alimentatrice è collegata alla rete si accende un piccolo led collocato al centro del frontale, a indicazione che le batterie sono in carica. Possono rimanere in questa condizione illimitatamente, senza alcun rischio per la loro integrità. Nel caso si intenda disconnettere l’alimentazione dalla rete è sufficiente agire sull’interruttore collocato sul pannello posteriore. Nel momento in cui si accende l’apparecchio per l’ascolto, intercorrono alcuni secondi necessari per l’andata a regime e la protezione da fenomeni di bumping, trascorsi i quali avviene la disconnessione dalla rete e il preamplificatore assume energia esclusivamente dalle batterie, con sostanziale beneficio in termini di purezza sonora. L’autonomia è molto elevata, come testimoniano gli ascolti quotidiani che si prolungavano sistematicamente dal primo pomeriggio a sera inoltrata senza alcun segno di degrado. La versione del Krimon I in pianta stabile nel mio impianto per un paio di mesi può considerarsi definitiva. Questo perché Enrico e Pino avevano l’esigenza di individuare le sezioni che potessero essere oggetto di ulteriori perfezionamenti. Il perfezionismo è stato il mantra di tutti i colloqui che abbiamo avuto nel periodo della prova, con il fine di far emergere sensazioni e impressioni in ordine all’utilizzo di componenti o cavi diversi, rame, argento e argento bagnato in oro in sequenza, registrando le reazioni dell’apparecchio a fronte delle sollecitazioni. Certo è che questo aveva ben poco da migliorare, visto il livello costruttivo e progettuale realmente estremo. Vi basti pensare che i circuiti stampati sono una spessa composizione formata da un supporto di teflon e 150 micron di rame, uno strato di argento e un rivestimento in oro. Le saldature stesse sono realizzate in oro e il circuito stampato, attraverso la tecnica del solder resistent, si comporta come se fosse cablato in aria. Immensa importanza assumono i transistor, per le loro proprietà di ipervelocità e larghezza di banda. Tutta la componentistica, anche in questo caso in puro stile Vyger, è straordinaria e allineata agli standard militari, a servizio altresì di soluzioni circuitali complesse ma creative. Lo scrivere di questa meravigliosa macchina mi proietta in una sorta di trance ansiogena, nel senso che vorrei poterne rappresentare in un baleno tutta l’essenza fenomenologica e emozionale, come se avessi timore che possa sfuggirmi qualche dettaglio. Non mi era mai capitato, devo fare attenzione. Allora continuo col dire che la dotazione dei collegamenti contempla un doppio ingresso, ognuno dei quali commutabile in MM o MC, consentendo così di poter utilizzare stabilmente due bracci di lettura. Praticamente scontata è invece la doppia uscita, una bilanciata l’altra sbilanciata. Tutti i terminali non lesinano materiali di alto livello, a testimonianza che anche il contatto deve essere perfetto, super efficace e privo di qualsiasi sorta di dispersione o resistenza. La sezione dei controlli è il vero eldorado del Krimon. Basta capovolgerlo e compare una vera e propria plancia di gestione, che all’apparenza incute anche una sorta di timore, ma nella realtà è molto semplice da “manovrare”, seppure notevolmente articolata. Certo non è per principianti dell’analogico, questo è opportuno precisarlo, ma l’offerta in termini di configurazione degli ingressi è così ampia da mettere a disposizione dell’utente tutte le soluzioni utili alla definizione dell’equilibrio e della coerenza elettrica del sistema di creazione e conduzione del segnale sorgivo, ovvero testina, cavo phono e pre phono. L’ho scritto all’inizio, tutte le informazioni che si perdono o distorcono a livello di sorgente non hanno alcuna speranza di essere recuperate negli anelli successivi della catena audio. Un settaggio sbagliato o solo imperfetto in questa fase sarà devastante per l’ascolto. Invece di cambiare decine di testine e altrettanti cavi, nel momento in cui volete allestire un set analogico, non guardate prima il marchio, ma studiate i valori elettrici e verificate le possibilità di accoppiamento. Vi faccio un esempio. Avete acquistato una Koetsu? Benissimo, è una testina con bassa impedenza interna. Se come cavo phono intendete utilizzare un diffusissimo e celebrato Van Den Hul, farete un errore gravissimo, perché quest’ultimo presenta a sua volta una bassa impedenza e una consistente capacità, tanto da mortificare la testina. Utilizzate invece un Saec a conduttori paralleli e bassa capacità e la Koetsu volerà letteralmente! Al contrario quindi, nel caso vogliate partire da un Van Den Hul, dovete accoppiargli una testina ad alta impedenza interna, una Clearaudio è perfetta. La materia è molto vasta rispetto ai concetti primordiali descritti, tra gli ingredienti entrano in gioco anche la capacità e le caratteristiche meccaniche, ragione per cui mi riservo un articolo futuro orientato agli aspetti tecnici. Il cenno valga come strumento di avviamento alla comprensione del Vyger, che è attrezzato per consentire un settaggio infinitesimale dell’apparato di lettura del vinile e molto di più. Il fondo del Krimon presenta una doppia serie di feritoie oblunghe di accesso alle regolazioni, distribuite in maniera ordinata e speculare su tutta la superficie disponibile. La ragione consiste nel fatto che il progettista ha voluto rendere autonomi gli ingressi, contrassegnati dalle sigle S1 e S2, consentendo la gestione indipendente di ognuno, in una conformazione realmente duale del circuito. Dalle feritoie si accede ai controlli, eseguibili a mezzo DIP switch. Le aree di gerenza, separate e denominate Setting Left Channel e Setting Right Channel, contengono ciascuna sei accessi intorno ai quali appaiono ben evidenziate le serigrafie che descrivono la natura delle funzioni e dei valori relativi a ogni levetta degli switch o ai cursori. Quattro di questi, per ogni canale ovviamente, sono dedicati alla configurazione degli ingressi. Per ciascun ingresso, da S1.1 a S1.8 selezionano la predisposizione MC/MM e l’impedenza dello stadio MM. Per ciascun ingresso, da S2.1 a S2.8 selezionano l’impedenza dello stadio MC.

 

Le funzioni di S1 sono le seguenti:

S1.1: ON = 47 Kohm - OFF = 68 Kohm

S1.2: ON = 22 pF - OFF = 0 pF

S1.3: ON = 33 pF - OFF = 0 pF

S1.4: ON = 47 pF - OFF = 0 pF

S1.5: ON = 100 pF - OFF = 0 pF

S1.6: ON = 220 pF - OFF = 0 pF

S1.7: ON = 330 pF - OFF = 0 pF

S1.8: ON = MM - OFF = MC

Ogni combinazione di S1.2 e S1.7 è possibile, ottenendo la somma delle capacità associate a ciascun interruttore, per cui è consentita la configurazione della capacità di ingresso da 0 a 752 pF, in passi da 22 pF.

 

Le funzioni di S2 sono le seguenti:

S2.1: ON = 15 ohm

S2.2: ON = 33 ohm

S2.3: ON = 68 ohm

S2.4: ON = 100 ohm

S2.5: ON = 330 ohm

S2.6: ON = 680 ohm

S2.7: ON = 1 Kohm

S2.8: ON = 10 nF - OFF = 1 nF

Se nessun interruttore da S1.2 a S1.7 si trova in posizione ON, la resistenza di ingresso misura 10 kohm. Qualsiasi combinazione di S1.2 - S1.7 è aperta, ottenendo il parallelo delle resistenze associate a ciascuna levetta, per cui è possibile configurare la resistenza di ingresso da 7 ohm – da S1.2 a S1.7 tutti su ON – a 10 ohm – da S1.2 a S1.7 tutti su OFF.

 

Attraverso le due batterie di switch rimanenti nell’area si accede alla configurazione del guadagno e alla configurazione della frequenza di taglio inferiore, il filtro rumble. In riferimento alla prima, il guadagno nominale del preamplificatore, configurato in MC, è 66 dB sulle uscite sbilanciate e 72 dB sulle bilanciate. Il guadagno descritto corrisponde a una sensibilità pari a 0,1 mV a fronte di un’uscita di 200 mV sbilanciata e 400 mV sulle uscite bilanciate. Lo stesso è passibile di modifiche all’interno di un range di 10 dB, esattamente da -4 dB a +6 dB, a step di 2 dB, semplicemente spostando un ponticello in corrispondenza delle indicazioni serigrafate. Con riferimento alla seconda configurazione, la frequenza di taglio inferiore del pre è di 2 Hz a -3 dB. Manovrando un microcursore è possibile predisporre una frequenza di taglio di 20 Hz a -3 dB, secondo lo standard RIAA/IEC. La dotazione gestionale è completata dal controllo della selezione degli ingressi IN1 o IN2, da effettuarsi tramite una levetta allocata sul retro dello chassis.

La descrizione del corredo operativo di un’elettronica audio può risultare forse un po’ noiosa, non lo nego. Nel caso in questione trovo sia indispensabile, al fine di comunicarne la dinamica compiutezza operazionale. Come si dice in vulgata… “è tanta roba”!

Non solo. Perché è tutt’oro quello che luccica! Nel vero senso della parola.

 

Credo che la progettazione del Krimon sia fondata su idee precise. Il disco, il long playing intendo dire, costituisce un media formidabile al fine dell’immagazzinamento e della riproduzione del suono. Portandosi in dote una risposta in frequenza che va da 7 Hz a 25 kHz e una gamma dinamica che supera i 75 dB, è in grado di generare un effetto di realismo stupefacente, con annesse capacità di trasmettere un senso dello spazio scenico sonoro così aperto e arioso da non dover neanche minimamente temere la concorrenza dei sistemi audio digitali, fosse anche il più sofisticato o costoso. L’obiettivo è proprio quello di suggere i solchi fino all’ultima goccia di contenuto sonoro, per servirlo alle sezioni amplificatrici nella maniera più profondamente verista. Pazienza se l’incisione master risulterà scadente. Il Vyger fa della sincerità uno dei suoi maggiori pregi: si guarderà bene dall’apportare correzioni e artifici, ma si limiterà – si fa per dire – a riproporre il lavoro che è stato fatto in studio e al tornio. Compresi, ahimè, tutti i difetti derivanti dai limiti insiti nel supporto, che, come spiegavo in altra parte dell’articolo, inducono a introdurre manipolazioni sul cutting al fine di raggiungere un equilibrio accettabile tra basse e alte frequenze, cercando contemporaneamente di arginare il rumore.

Per non parlare delle distorsioni, in crescita proporzionale all’avvicinamento della testina al centro del disco, a causa della costante riduzione dell’angolazione e dell’ampiezza dei circoli della solcatura a spirale. Una facciata di LP non dovrebbe contenere più di una decina di minuti di incisione. Ogni compressione dei solchi oltre questa soglia deteriora il bilanciamento delle frequenze e delle alterazioni del segnale, alimentando il livello di stress della deenfasi.

I primi bagliori dell’abilità del Krimon nel riprodurre i pregi e i difetti delle incisioni e discernere quanto l’allentamento dei solchi del vinile avvicini la riproduzione della musica a una coerenza timbrica e dimensionale, l’ho avuta quando ho focalizzato l’ascolto su tre edizioni di Kind of Blue di Miles Davis. La prima è una ristampa Columbia, su vinile 180gr, della realizzazione originale Sony Music Entertainment del 1959. La seconda è un’edizione CBS del 1962. La terza è di matrice Original Master Recording in versione doppio LP 180gr a 45rpm. Dovete sapere che durante molte sedute di ascolto legate allo studio del Krimon ho invitato in successione una serie di amici musicisti di estrazione diversa. Con Miles al banco prova erano presenti un sassofonista e un contrabbassista jazz. Chi suona, in genere, non ha velleità audiofile, ma conosce molto bene gli strumenti e il loro comportamento. Su Kind of Blue la sezione sax è affidata a due mostri come Julian Adderly all’alto e John Coltrane al soprano. La sequenza è iniziata con l’edizione OMR e terminata con la Columbia per vari cicli, con speciale attenzione sulla traccia So What. La prima scivolava via con una trasparenza iridescente, una dinamica eccitante, una coerenza timbrica e scenica tipica di uno studio, in un’atmosfera di realismo materico, con la netta percezione della spontaneità di una session di improvvisazione su pezzi che nessuno del gruppo aveva mai suonato in precedenza. Nel momento in cui giravano sul piatto le altre due edizioni, il sassofonista e il bassista miei compagni d’ascolto mostravano una certa agitazione, un piccolo disagio, esplosi come mi aspettavo: “Manca la parte bassa del sax tenore!” diceva il primo, “Il contrabbasso non ha estensione, sembra un cello!” rintuzzava l’altro. Il Krimon era lì, discreto e inosservato, ma aveva emesso una sentenza. Le edizioni Columbia e Sony del disco erano state abbondantemente manipolate con forzature di cutting sulle basse frequenze, obbligate dall’esigenza di comprimere una sessione di registrazione della durata di circa 45’ su due sole facciate di LP. Questo non vuol dire che il risultato fosse inascoltabile, la tromba di Davis e il piano di Bill Evans sono meravigliosi, e lo è anche la batteria di James Cobb, ma non sulla grancassa, che risulta debole. L’edizione OMR, con le sue quattro facciate, riequilibra le dimensioni sceniche e sonore degli strumenti e ci restituisce questa gemma artistica in tutto il suo splendore. Tra i molteplici appuntamenti d’ascolto con musicisti, è stato emblematico quello con a tema la batteria. L’amico batterista è un professionista. I dischi messi sotto la lente sono stati The Percussion Record, del O-Zone Percussion Group, Clearaudio, Klavier Records 1996 e Music for Percussion, di Sumire Yoshihara, Concert Hall 1972. I due lavori, ben diversi uno dall’altro, hanno in comune il fatto il fatto di essere entrambi etichettati AAA, ovvero analogici puri, dal master alla stampa. Si tratta di album in cui è rappresentato un ampio scibile di percussioni e altri strumenti affini: xilofono, marimba, temple block, bonghi, tom-toms, campanacci, woodblock, nacchere, tam-tam e rullante, da uno all’altro dei quali gli artisti saltellano come gazzelle, Qui il Krimon ha lavorato diversamente e ha messo in bella mostra un altro aspetto del suo talento. Poco sopra abbiamo detto che il LP è in grado di sviluppare una risposta in frequenza che va da 7Hz a 25kHz. Beh, mi rammarico di non aver potuto effettuare alcuna misurazione in tal senso, ma non è stata la solita esperienza d’ascolto, come se un trip di LSD avesse allargato le mie percezioni. I suoni, anche i più minuti, così definiti, veri, direi “giusti”, non ricordo di averli mai distinti in questo modo così espressivo. Una vera delizia auricolare. Il batterista presente ha dichiarato che nella sua carriera non aveva mai ascoltato una batteria suonare così bene, neanche la sua. Il terzo capitolo delle prove alla presenza di musicisti ha avuto l’epilogo con un pianista e un violinista, entrambi maestri di conservatorio. Stavolta non ho ricevuto commenti. Sono entrambi rimasti attoniti durante l’ascolto dell’album Tabula Rasa, di Arvo Part, ECM Records 1984. Arvo è un mistico, alla ricerca della chiave per comporre preghiere in musica, teorizzatore della tintinnabulation, ovvero l’idea che una singola nota, quando è ben suonata, fa decadere gli altri suoni e può ritenersi bastante per rompere il silenzio. Una triade di note, costruite su una tonalità specifica, è equivalente alle campane. La partecipazione copiosa di ensamble e solisti, la Staatsorchester Stuttgart diretta da Denis Russell Davies, i Twelve Cellists of the Berliner Philharmonic Orchestra, la Lithuanian Chamber Orchestra diretta da Saulus Sondeckis, Gidon Kremer, Tatjana Gridenko, Keith Jarrett, Alfred Schnittke, farebbero presupporre composizioni musicalmente ridondanti. Invece a dominare è il silenzio, in un’atmosfera da officium, monastica, ma corale. Il Krimon è al top. Nel corso della mia pluridecennale esperienza d’ascolto, ero riuscito a concepire un’idea di cosa significasse silenzio in musica, ovvero non vuoto da riempire con suoni, ma suono esso stesso, articolato e accordato a identica guisa di uno strumento. Il pre phono Audio Tekne, parte stabile e di riferimento del mio impianto, con la sua prerogativa di saper gestire il segnale audio in termini assolutamente “umanistici”, ovvero rispettosi dell’apparato sensitivo della persona e in totale sintonia con la natura umana e universale, mi aveva consentito di definire molto chiaramente il significato e il significante di questo concetto. Il Krimon va oltre! Libera una forza attrattiva e coinvolgente che ti risucchia come un vortice. Non ne vuole proprio sapere di lasciarti seduto sul tuo divano ad assistere passivamente alla rappresentazione scenica. Ti chiama e ti accompagna in una quarta dimensione sonora che solo la predisposizione attiva dei tuoi sensori può svelarti. Le note dei violini e dei pianoforti, così difficili da riprodurre, a volte rapsodiche, altre volte quiete, si librano in alto come dei proiettili e si smorzano lentamente come un tramonto sull’orizzonte del mare. Non si sente una corda stridere, nè un tasto riecheggiare con fragore. I Twelve Cellists of the Berlin Philharmonic Orchestra, marcano la struttura melodica del tema Fratres in un’armonia relazionale e sintattica, dando l’effetto di uno schermo semitrasparente attraverso il quale si può penetrare e comprendere il senso compositivo e timbrico anche degli intarsi di piano ostinato e percussioni. Il percorso di ascolto concertato con musicisti è proseguito per alcuni giorni e ogni tappa ha restituito il feedback che mi aspettavo nei confronti del Vyger, che ha perseverato nel dispensare con estrema discrezione, ma con straordinaria efficacia, le sue magie sonore, senza mostrare mai un difetto, un punto debole, una distrazione, una nuance al di sotto del livello di eccellenza. Per questa ragione non intendo cedere alle lusinghe dei mille volte dibattuti temi della dinamica, della tridimensionalità, della timbrica, delle medie, delle basse, della profondità, dell’ampiezza e bla, bla, bla… In questa elettronica c’è veramente tutto e mi dispiace per coloro che pur dichiarandosi audiofili, avendone la possibilità a portata di mano, non hanno trovato un’oretta di tempo per fare una visita.

 

Vorrei invece ritornare sul pezzo e fare delle riflessioni su un altro dei concetti fondativi della creatura Krimon. Durante i confronti propedeutici alla prova che ho avuto con Enrico e Pino è emerso sovente il tema dell’impulso. I due sostengono la tesi che la musica è governata da regimi impulsivi. Sono assolutamente d’accordo, così come condivido pienamente il loro punto di vista in ordine all’importanza delle masse nella progettazione di un giradischi degno di questo nome. Di conseguenza, qualunque progetto di macchina funzionale alla musica deve essere impostato al fine di ottenere la massima velocità del transito del segnale musicale. Non velocità fine a se stessa, quindi autoreferenziale, bensì velocità giusta e coerente con quella naturale, ovvero con la capacità innata di ogni suono nella sua azione di propagazione in una dimensione spaziale. Gli eventi sonori non sono tutti uguali, ma si distinguono per altezza, durata, intensità e timbro. Non ho intenzione di fare un trattato di acustica. Voglio semplicemente dire che i suoni emessi dagli strumenti, come pure dalle voci, sono differenti in relazione alle caratteristiche succitate. La lunghezza di una corda di archi o di una colonna d’aria di fiati sono determinanti per l’altezza del suono. L’ampiezza della vibrazione risulta invece determinante per l’intensità dello stesso. La durata coincide con il periodo di tempo in cui l’oggetto sonoro emette vibrazioni e dipende da fattori di elasticità, forza e tempi di sollecitazione – la risposta di una corda pizzicata è molto breve rispetto a quella di una corda strofinata da un archetto. Il timbro, infine, è determinato dalla forma e dalla dimensione dello strumento, dal materiale di composizione e dal modo in cui il suono viene prodotto.

L’incrocio di tutti gli elementi descritti è decisivo al fine della creazione dell’onda sonora, la cui forma influirà sulla rispettiva velocità, differenziandola in proporzione alla sua dissimilitudine. Le proprietà di cui ho appena parlato, in musica sono tutte associate a precisi simboli – ad esempio le figure musicali per la durata – che vengono rigorosamente marcati sul pentagramma. L’interprete che non dovesse essere rispettoso di questa simbologia provocherà la distruzione dei connotati acustici primordiali di un brano, specialmente in termini di ritmo e velocità. Allo stesso tempo vanificherebbe l’opportunità di comprendere o far comprendere il messaggio sentimentale che l’autore voleva comunicare. Il suono possiede una serie di valori. Esso nasce, si propaga in onde sferiche e vorticali, è accompagnato dai suoi armonici e si diffonde a differente velocità in base alla temperatura ambientale e al mezzo attraverso il quale si trasmette. Potrà essere il legno, il metallo, una membrana in pelle, tutto ciò modificherà la velocità di diffusione. Tutti i suoni prodotti, primari e secondari, sono praticamente infiniti e scomponendoli si potrebbe giungere addirittura a un livello atomico. Nell’istante in cui si abbassa un tasto o si scuote una corda di uno strumento si libera nello spazio un’amplissima gamma di suoni e di armonici. Questi hanno una relazione estremamente precisa, perché in base alla caratteristica fisica del mezzo di propagazione, il suono si assesta secondo intervalli matematicamente esatti. Un suono, quando si produce, ha un valore di vibrazione, che è dato, nel caso di una corda ad esempio, dalla sua tensione, la sua densità e dal suo spessore, oltre che dal modo di sfregamento. Quando viene liberata questa forma di energia meccanico-acustica, viene trasmesso un suono che ha un suo valore. Ma ce ne sarà anche un altro, che è un armonico e che avrà il doppio del suo valore di frequenza e ancora un triplo e un quadruplo e così via. Se fossimo dotati, come gli animali, della qualità di poter percepire anche gli infrasuoni e gli ultrasuoni, ne vedremmo delle belle, ma purtroppo la nostra natura antropomorfica è limitata.

La conclusione è che se il suono è generato da fenomeni meccanici e acustici e risulta assoggettato a valori matematici di propagazione, anche la sua riproduzione con mezzi elettronici può essere concepita con un approccio scientifico.

Ecco rivelato il pensiero filosofico del Viola! Ecco dissigillata l’essenza del Krimon! Per la sua applicazione, il suo rigore, l’ossequio della regola, il puntiglio nel perfezionare la particella più infinitesimale dell’emissione sonora e quindi l’aderenza ai valori delle molteplici velocità con cui i suoni sono stati prodotti dagli artisti che li hanno registrati e poi incisi sui master – si spera, analogici – il Krimon può essere paragonato a un direttore d’orchestra, un Toscanini, un Rubinstein a transistor e condensatori. Il tocco della cui bacchetta infonde un’aura di vitalità, espressività, realismo e intensità a ogni nota, a ogni percussione, a ogni vocalizzo, alle pause e ai tempi di salita e decadimento. Come se le barriere fisiche costituite dalle dimensioni obbligate dei diffusori acustici o delle pareti della stanza non esistessero. Dal pensiero astratto, allo sviluppo e alla realizzazione empirica, il passo è breve. La domanda fondamentale sarà stata la seguente: “Con quale elemento si possono creare le condizioni ideali che favoriscano una transizione dei suoni in un’elettronica alla velocità naturale e la loro restituzione conservativa dei valori di frequenza reali?” Semplice. Facendo largo uso del miglior conduttore esistente in natura: l’argento. Che sia di qualità, ovviamente, ovvero privo o mondato di tutte le impurità e il più possibile compatto nella struttura molecolare (NdR - effetto diodo: le microfratture presenti nei metalli impediscono il flusso lineare di andata e ritorno degli elettroni da un polo differenziale a un altro). Il Krimon, come già descritto, ha una grossa percentuale di argento nel suo corpo e le sue performance traggono esponenziale giovamento se si collega alla catena audio con cavi di segnale dello stesso prezioso materiale.

 

Tanto per rimanere sul tema della velocità, vorrei dedicare questo spazio finale per raccontare di un’ulteriore esperienza di percezione che il Vyger mi ha regalato. Un’esperienza di ascolto che, devo confessare, non mi era mai capitato di vivere e che mi ha senza dubbio destabilizzato, ma, contestualmente, mi ha offerto un’occasione per riflettere intorno al questione del rapporto tra rumore e velocità stessa. Nella progettazione di preamplificatori fonografici si fa spesso abuso dell’espressione basso rumore, intendendo, nella maggioranza dei casi, un basso rumore da parte del circuito elettronico, ad esempio l’assenza di ronzii, non nella fase play della rotazione del disco. Il nostro LP, esclusi i fenomeni di hissing, clicking e cracking, produce un rumore di superficie che si colloca approssimativamente poco meno di 60 dB al di sotto dell’uscita massima del disco stesso. Se anche un pre phono fosse in grado di fare qualche dB meglio rispetto al vinile, il rumore di superficie sarebbe comunque dominante. Per invertire la situazione è necessario agire sulle alte frequenze, ma in questo modo si mortificherebbe uno dei pregi peculiari del disco nero, ovvero la capacità di produrre una risposta che supera abbondantemente i 20 kHz, limite del CD. Preservare questa fascia di frequenza equivale a conservare intatte le informazioni spaziali e la struttura armonica della musica. Noi umani non possiamo sentire le armoniche ad alta frequenza, ma percepire chiaramente le informazioni spaziali. Se un pre phono è in grado di ricostruire le armoniche in argomento – il Vyger lo fa in scioltezza – noi potremo acquisire le informazioni spaziali e il corretto timbro degli strumenti. Come ho scritto nella prima parte dell’articolo, il Krimon fa uso di transistor dotati di ipervelocità e larghezza di banda. Questa soluzione rappresenta un ulteriore vantaggio al fine della riduzione del rumore di superficie e dell’attivazione del dehissing, declicking e decrackling. Durante i numerosi e accurati ascolti ho chiaramente avvertito, in tutti i dischi che ho fatto girare, un sensibile calo di rumorosità e sibili. Questo mi fa supporre che in realtà il responsabile dei crepitii e dei pop non siano tanto il vinile, la testina o il braccio, quanto quel pre phono che, narcisisticamente impegnato a non generare rumore proprio, non esprime la velocità necessaria a risolvere e superare i fastidiosi click in agguato tra i solchi, che possono essere messi in condizione di non nuocere riducendone l’ampiezza, ovvero attraversandone la durata a una velocità superiore. La genialità del progetto Krimon sta anche qui: aver saputo individuare il punto di conciliazione tra assenza di rumore, larghezza di banda passante e velocità.

 

Quale razza marziana si cela dietro il disegno Vyger Krimon I? Chi mai può essere arrivato al punto di scavare le note di pianoforte dalle viscere della terra, di cogliere le armoniche dei violini dal cielo, di assimilare il battito dei tamburi dalle foreste, di captare le voci dai deserti. La presenza e l’azione di questa macchina non hanno scopi meccanici. Essa è qui per trasportarci verso qualcosa che non è mai stato ascoltato prima.

 

 

Caratteristiche dichiarate dal produttore

2 ingressi phono per canale con ingresso sbilanciato, ciascuno configurabile per testine MM o MC

In configurazione MC: resistenza di ingresso regolabile tra 7ohm e 10ohm, capacità selezionabile 1nF/10nF

In configurazione MM: resistenza di ingresso selezionabile 47kohm/68kohm, capacità regolabile tra 0 e 752pF

Uscite bilanciata e sbilanciata: impedenza di uscita <25ohm

Guadagno nominale: 66dB/72dB (sbil/bil) in MC, 41dB/47dB (sbil/bil) in MM, possibilità di regolare il guadagno da -4dB a +6dB in passi di 2dB

Dinamica di uscita: 40Vpp sulle uscite sbilanciate, 80Vpp sulle uscite bilanciate

Rapporto segnale/rumore: dipendente dal guadagno impostato, >70dB pesato sugli ingressi MC riferito a Vout = 1Veff

Distorsione: <0,1% a 1Veff

Banda passante a -3dB: 2Hz-600kHz( RIAA) / 20Hz-600kHz (RIAA/IEC) selezionabile

Autonomia di funzionamento a batteria 12h con preavviso di -2h di batterie in esaurimento

Tempo di ricarica con batterie completamente scariche: 8h

Distributore ufficiale Italia: vendita diretta, vai al sito Vyger

Prezzo Italia alla data della recensione: 47.850,00 euro

Sistema utilizzato: all’impianto di Giuseppe “MinGius” Trotto

 

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Vyger Krimon I
Vyger Krimon I
Vyger Krimon I
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