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ReMusic intervista M2Tech

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31.07.2014..
Intervista M2Tech miniatura

Marco Manunta può essere considerato uno dei primi pioneri italiani nel campo della riproduzione digitale. ReMusic non ha perso l'occasione di intervistarlo per rinnovare e divulgare i primi anni di esperienze digitali che sono, tra l'altro, anche i primi timidi ma ben promettenti passi della tecnologia digitale italiana nel mondo della riproduzione binaria dell'audio di alta qualità.


Domanda: Quando è nata la M2Tech e perché?

Risposta: Mia moglie e io abbiamo fondato la M2Tech nel Gennaio 2007. Potrei parlarvi di scelte di vita e del coronamento di un sogno, ma la realtà è molto diversa e ben più prosaica. Al tempo, entrambi eravamo liberi professionisti, consulenti, con un passato di progettisti per la Audio Analogue. Io avevo iniziato fondando la North Star Design con l’attuale proprietario, per poi lasciarla dopo due anni. Nel frattempo avevo partecipato alla progettazione e realizzazione di uno dei primissimi DAC a 96 kHz al mondo, eravamo nel 1998 e nasceva il North Star Design Model 3, successivamente uno dei primissimi convertitori di sample rate: il Model 4. Poi ho collaborato a lungo con la Audio Analogue insieme a mia moglie. Nel 2007 io lavoravo come consulente per alcune aziende di vari rami, hi-fi e non, in particolare automazione civile, nautica, medicale, mentre mia moglie Nadia era passata al video broadcast. La nostra commercialista ci consigliò di chiudere le attività individuali e fondare una Snc per gestire meglio il carico fiscale di entrambi. Così è nata la M2Tech: per pagare meno tasse!

Domanda: Dunque, non avevate intenzione di lavorare ancora nell’audio?

Risposta: A dire il vero, in quel periodo il settore dell’audio mi aveva veramente deluso: lo vedevo privo di un futuro e pieno di persone incapaci di gestire il business, prive di idee e con una visione molto ristretta. D’altra parte, l’audio è sempre stata la mia passione.

Domanda: Però nell’audio ci sei rimasto!

Risposta: Sì, perché il richiamo della passione è stato troppo forte. All’inizio del 2009 Nadia e io abbiamo deciso di cercare di entrare nell’incubatore del Polo Tecnologico di Navacchio, una struttura nei pressi di Pisa realizzata appositamente per riunire aziende innovative. Abbiamo quindi presentato un business plan costruito su un prodotto (mai realizzato) che voleva essere la summa dell’audio digitale: streamer di rete, DAC, ADC, amplificatore di potenza, con un telecomando RF realizzato sempre da noi che era un vero e proprio tablet ante-litteram: il tutto in grado di lavorare fino a 192 kHz/24 bit.
A metà dello sviluppo ci siamo resi conto che un tale prodotto offriva troppe cose tutte insieme per interessare veramente qualcuno. Il Morrison, così lo avevamo chiamato, suonava già veramente bene quando abbiamo deciso di abbandonare il progetto. Ma ormai eravamo dentro all’incubatore e stava arrivando l’hiFace.

Domanda: Già, l’hiFace: il vostro primo successo.

Risposta: …arrivato quasi per caso! Un giorno, all’inizio del 2009, Pierre Bolduc, editore di Audiophile Sound, mi chiama per chiedermi un consiglio su come ascoltare al meglio file musicali ad alta risoluzione usando un PC. In quel periodo aveva deciso di vendere file musicali dal suo nuovo sito web, ma non sapeva come gli acquirenti avrebbero potuto ascoltarli. Gli dissi di comprare una scheda audio professionale con uscita digitale a 192 kHz, di aprire il suo computer, installarla in uno slot PCI e collegarla al suo DAC. “Aprire il computer? Slot PCI? Ma io ho un laptop come la maggioranza dei miei clienti! Ci vuole qualcosa di diverso!”
Ci pensai un po’ su. Le possibilità erano due: usare il PCMCIA o il PCI-express sfruttando un chip della VIA, oppure passare per l’USB. Avevo da subito scartato il Firewire perché troppo poco diffuso. Poi, valutazioni economiche e precedenti esperienze acquisite durante lo sviluppo del Morrison, mi hanno fatto decidere per l’USB. Il primo prototipo dell’hiFace era nelle mani di Pierre già a Luglio: Pierre era strabiliato per le prestazioni dell’interfaccia. Non aveva mai sentito i suoi file hi-res così bene prima di allora. Al Top Audio del Settembre 2009 ci siamo presentati insieme ad Audiophile Sound con un primo, piccolissimo lotto produttivo di 100 pezzi, venduti nei primi tre giorni della mostra. Poi, alcuni degli acquirenti hanno iniziato a postare su alcuni forum internazionali (DIYAudio e Head-Fi) e da lì è iniziato tutto.

Domanda: A cosa vi ha portato quella prima mostra?

Risposta: Ci ha portato a un percorso di crescita insperato e forse troppo rapido per due imprenditori in erba, entusiasti ma inesperti. Oggi siamo distribuiti in più di 50 Paesi nel mondo, alcuni dei nostri distributori sono anche temibili concorrenti (TEAC in USA e Marantz in Italia) e questo è senz’altro un importante attestato di stima. L’attuale offerta consta di dieci prodotti, con prezzi al pubblico dai 139,00 ai 7.000,00 euro. Abbiamo ricevuto importanti riconoscimenti in tutto il mondo, sia dal mondo dell’audio: due Diapason d’Or, Blue Moon Award da 6Moons, Award of Excellence da Enjoythemusic, vari premi da What HiFi? e da altre pubblicazioni in tutto il mondo. Anche alcune istituzioni italiane si sono interessate a noi, con perfino un invito al Quirinale per l’Innovation Day del 2011, l’assegnazione del premio Lamarck 2012 dello SMAU e la selezione finale del Premio Leonardo 2013 indetto dal Ministero dello Sviluppo Economico. Lo Young e il Palmer sono stati recentemente recensiti da Stereophile, sicuramente la più importante pubblicazione mondiale del settore.
Nel 2011 un importante fondo di investimento è entrato nella compagine societaria. Per noi soci fondatori questo è stato forse il risultato più prestigioso, più ancora della crescita del 100% realizzata tra 2010 e 2011. L’arrivo della crisi, che ci ha investito come un treno in corsa ma che non ha bloccato comunque la crescita aziendale, ci ha mostrato subito dopo quanto fragile fosse la creatura M2Tech, che nel frattempo avevamo trasformato in una Srl per meglio affrontare le sfide del mercato.
L’azienda ha retto bene il colpo, reagendo con grande energia al momento di difficoltà: la recente presentazione dell’hiFace DAC e il suo immediato, grande successo, è solo il primo risultato di questo sforzo corale di tutti quelli che fanno parte della M2Tech, fondatori, finanziatori e dipendenti, con l’indispensabile apporto dei migliori distributori.
Posso ben dire che gli asset più importanti della M2Tech siano la capacità di innovare, lo abbiamo fatto con l’hiFace ma anche con lo Young e più di recentemente con il Joplin, la capacità di comprimere drasticamente i tempi di reazione al mercato e la coesione del gruppo. Oggi l’azienda è più strutturata e più solida di prima dell’arrivo della crisi e la sua immagine nel mondo è più positiva che mai: un grande valore da sfruttare e preservare.

Domanda: Young e Joplin sono prodotti innovativi ma un po’ visionari…

Risposta: Non dal nostro punto di vista. Lo Young è uno dei primissimi DAC in grado di funzionare a 384 kHz, sicuramente il primo nella sua fascia di prezzo. Il Joplin è sicuramente il primo ADC per uso hifi con USB asincrono, 384 kHz e interfacciabilità diretta al giradischi. Prodotti avanti rispetto ai tempi e forse un po’ incompresi dalla massa di utenti, ma sicuramente prodotti che offrono una libertà d’uso e una concretezza inaspettate per il loro prezzo.
Spesso sono criticato per la mia scelta di sposare l’altissima risoluzione: molti affermano che 96 kHz sono già sufficienti. Però poi ascoltano qualche buon brano a 352,8 kHz riprodotto attraverso lo Young o il Vaughan e generalmente rimangono stupefatti per la qualità del suono. Il fatto è che campionare a 384 kHz non serve per estendere la banda utile fino a192 kHz: quale orecchio sente oltre i 20 kHz? Però, una banda largamente eccedente quella richiesta è indispensabile per allontanare gli effetti dell’aliasing dalla porzione udibile, eliminando una delle principali cause dell’innaturalezza del suono digitale.
Che dire poi dei 32 bit? Già si hanno 144 dB teorici di rapporto segnale/rumore con 24 bit di risoluzione, a che servono 8 bit in più? Facile: a rendere inutili tutti i vari artifici finora usati come dithering e noise-shaping quando si attenua o processa il segnale per evitare l’insorgere di prodotti di distorsione. Lo Young ha 122 dB di rapporto segnale/rumore a 0 dBFS: posso attenuare il segnale dal player di 46 dB, cioè 8 bit, senza produrre distorsione e conservare ancora più risoluzione di quella di uno stadio phono. Con il Vaughan (128 dB SNR) le cose vanno ancora meglio.

Domanda: Ecco che emerge il tecnico…

Risposta: Si, ti chiedo scusa: troppi numeri. In termini più discorsivi, il nostro obiettivo nell’usare l’altissima risoluzione è quello di rendere gli artefatti del digitale talmente più piccoli dei limiti del segnale analogico, vale a dire limiti di banda, rumore termico di fondo etc., da mascherarli completamente e far affiorare il carattere analogico del suono. Il concetto non è del tutto originale, ma proprio il fatto che altri, e che altri!, lo abbiano fatto proprio ne dimostra la validità. Parlo di Apple con il loro display Retina: una risoluzione talmente elevata che l’occhio non riesce a vedere i dot neanche da vicino.

Domanda: Torniamo al Joplin: a che serve un ADC per l’audiofilo medio?

Risposta: A niente e a tutto: dipende dalla fantasia dell’utente e dall’approccio all’ascolto della musica. Mi spiego meglio e per farlo torno indietro ai primi anni della mia passione audiofila. Il mio impianto era composto da amplificatore, diffusori, equalizzatore grafico, giradischi, radio, due registratori a cassette. Un impianto simile a quello di molti altri. I due registratori a cassette permettevano, sia pure al prezzo di un certo decadimento prestazionale, di comporre compilation, riunendo sullo stesso nastro brani da vari dischi e nastri, le prime “playlist”, di registrare gli LP appena acquistati per evitare di rovinarli durante gli ascolti meno impegnati e di registrare le trasmissioni radiofoniche più interessanti. L’equalizzatore, se ben utilizzato, permetteva di correggere eventuali difetti dell’acustica ambientale. Poi è arrivato il purismo, l’audiofilia all’americana e, con essa, il concetto principe che l’impianto dovesse essere il più semplice possibile e la consapevolezza che nessuna copia può essere migliore dell’originale. Dunque, via l’equalizzatore e via i registratori, anzi: via anche la radio, perché una risposta in frequenza di soli 16 kHz non è vera Hi-Fi, ma chi glielo dice ai miei tuner Revox e Kenwood, che hanno una voce incredibile?. L’ascolto ha perso qualunque connotazione creativa ed è spesso diventato noioso. Sospetto che il calo di popolarità dell’alta fedeltà sia dovuto anche in parte a ciò.
Il Joplin, insieme a un computer e a un software per la registrazione, può restituire all’alta fedeltà la componente ludica e creativa persa negli anni ’80. Senza praticamente alcuna perdita di qualità: a 384 kHz e 32 bit, con 122 dB di rapporto segnale-rumore, è possibile avere copie digitali con la stessa “firma” sonora del segnale originale analogico.

Domanda: Quali sono i riferimenti, le fonti di ispirazione del progettista Marco Manunta?

Risposta: Svariati, non credo neanche di essere in grado di ricordarli tutti, per cui ne citerò alcuni in ordine sparso: Bartolomeo Aloia, la Galactron originale degli anni ‘70, i registratori a cassette Nakamichi e il Pioneer CT-A1, i mitici tuner FM analogici e digitali degli anni ’80 dal Pioneer TX-D1000 ai Kenwood L-01T e L-02T, dal Revox B760 ai Marantz con oscilloscopio, Anthony Michaelson, Accuphase, il mio distributore francese e quello giapponese, i ragazzi che lavorano con me, un oscuro ma appassionato ex-rivenditore di Hi-Fi di Sassari, la mia città natale, che mi ha “iniziato” all’hi-end, a proposito, ciao Dino!, Bjorn-Erik Edvarsen, Internet.

Domanda: Quale prodotto giudichi meglio riuscito tra quelli proposti da M2Tech?

Risposta: Il prossimo! Tra quelli finora rilasciati, sicuramente il Vaughan: è un prodotto stupendo, con prestazioni che tuttora mi lasciano sempre a bocca aperta. Ma l’hiFace DAC sta diventando un best-seller.

Domanda: Il DSD è diventato il tormentone di quest’anno. Voi non avete prodotti in grado di convertire il DSD:come mai? Qual è la tua opinione riguardo al DSD?

Risposta: Il DSD è, secondo me, un fiasco tecnico. Il fatto che le registrazioni DSD siano sempre più numerose è dovuto al fatto che il brevetto Sony che impediva il rilascio di master DSD è recentemente scaduto e l’azienda giapponese non ha ritenuto necessario rinnovarlo, avendo abbandonato la tecnologia. Ciò ha permesso a molte etichette discografiche, che hanno prodotto master DSD per produrre gli SACD, di rilasciare i file DSD per il download a pagamento. Inoltre, per un breve tempo la Playstation ha permesso il ripping del layer DSD di dischi SACD. Dunque, il software DSD è sempre più abbondante. Peccato che il DSD sia prestazionalmente pari a un semplice PCM 96/20 e che la maggior parte delle registrazioni DSD siano state ottenute per conversione a partire da PCM 88,2/24, 96/24 o192/24...
In ogni caso, chi siamo noi per fare la morale o dare consigli agli informatissimi audiofili moderni che sono già enormemente più esperti di qualunque operatore professionista del settore? Le nostre interfacce audio hiFace, hiFace Two e hiFace Evo permettono già il trasporto di DoP (DSD over PCM, cioè DSD incapsulato in PCM secondo lo standard de facto ideato da dCS). I nostri attuali prodotti non gestiscono il DSD in quanto di concezione precedente al boom del DSD. I prossimi, a parte l’hiFace DAC, gestiranno il DoP.

Domanda: Quali sono, secondo te, le più grandi bufale del digitale moderno?

Risposta: Oltre al DSD, intendi? Beh, i clock ultra-stabili termostatati di prezzo esorbitante. Il perché è facile da capire. Per un oscillatore, una fonte di rumore di fase, e quindi di jitter, è l’alimentazione. Dunque, un oscillatore ultra-preciso deve essere alimentato da un regolatore ultra-silenzioso e questo ben raramente viene fatto. Secondo, ogni volta che un clock attraversa una porta logica perde purezza, cioè il suo rumore di fase (jitter) aumenta. Per questo motivo, i clock ultra-precisi usati nei sistemi RF vengono accoppiati direttamente al modulatore o al sintetizzatore che li userà. In un sistema audio digitale questo accoppiamento diretto non è possibile e quando il clock arriva al DAC è comunque bello sporco: il rumore di fase dovuto all’alimentazione è superiore a quello intrinseco dell’oscillatore, il cui costo è dunque in gran parte sprecato.

Domanda: Progetti in corso di lavorazione?

Risposta: Ho il divieto assoluto di divulgare notizie riservate: il CEO dell’azienda, mia moglie Nadia – chi altro? – pretende la massima riservatezza al riguardo. Ma penso di poter rivelare che al prossimo Monaco High-End presenteremo in anteprima il nuovo Marley Class-A DualDrive Headphones Amplifier: 4W per canale in pura classe A su quattro canali, doppia uscita single-ended o singola uscita bilanciata. Un suono... da paura!
Poi… Il nome Morrison non andrà sprecato…



Marco Manunta M2Tech e Roberto Rocchi ReMusic.
Marco Manunta M2Tech e Roberto Rocchi ReMusic.
Marco Manunta M2Tech descrive a Roberto Rocchi di ReMusic il convertitore Vaughan.
Marco Manunta M2Tech descrive a Roberto Rocchi di ReMusic il convertitore Vaughan.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Roberto Rocchi di ReMusic intervista Marco Manunta della M2Tech.
Marco Manunta M2Tech descrive a Roberto Rocchi di ReMusic l'amplificatore per cuffie Marley.
Marco Manunta M2Tech descrive a Roberto Rocchi di ReMusic l'amplificatore per cuffie Marley.

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