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Triology Jazz Trio Volume Zero

ReMusic Record
02.06.2014..
Triology Jazz Trio miniatura

Bill Evans ebbe a dire che “il Jazz non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza. Deve essere vissuto perché non sente le parole. Le parole sono i fanciulli della ragione, e quindi, non possono spiegarlo. Queste non possono tradurre il feeling perché non ne sono parte. Ecco perché mi secco quando la gente cerca di analizzare il Jazz come un teorema intellettuale. Non lo è, è Feeling”.

 

Questo concetto, elaborato da un uomo immensamente colto come Evans, rappresentava un po’ la sintesi delle idee che diversi filosofi avevano formulato intorno alla natura dell’arte come espressione infantile, intuitiva, sfuggente da qualsiasi forma di irreggimentazione riflessiva o teoretica. La citazione non è casuale perché il pianista compositore statunitense è una delle dichiarate fonti di ispirazione del Triology Jazz Trio, combo di cui mi accingo a parlare con un riguardo e un’emozione particolari, non fosse per il fatto che è nativo di Latina, la mia città. Voglio chiarire, non crediate sia un’operazione nostalgico/campanilistica. Sono e continuerò a essere molto critico nei confronti di questo luogo dal potenziale enorme ma inespresso. La verità è che l’album Volume Zero, del quale, ahimè, sono venuto a conoscenza solo a quattro anni dalla pubblicazione, è un gran bel lavoro.

 

Compongono il gruppo Erasmo Bencivenga al pianoforte, Nicola Borrelli al contrabbasso e Tommaso Tozzi alla batteria. Un trio classico quindi, come ne possiamo trovare a decine nella storia del jazz, ma che acquista dimensione artistica nel momento in cui si fa opera di contestualizzazione. Intanto è un trio “bianco”, con radici formative immagino più orientate verso il cool jazz o il jazz californiano piuttosto che la musica nera riflesso della condizione sociale del nero americano in un definito momento storico. La cultura bianca e quella nera hanno portato a due concezioni estetiche differenti di questa musica che, pur non potendo essere tacciata di etnocentrismo, non deve essere considerata universale, tanto meno lineare e progressiva nella sua evoluzione. Questo significa che, al di là della dicotomia originaria nero/bianco, il jazz è sempre cresciuto da focolai spontanei sparsi in ogni luogo del mondo. Non si sottrae a questa legge il jazz italiano, che da tempo, a detta della critica autorevole, si trova in una posizione artistica apicale. Il Triology Jazz Trio è una tipica espressione di italianità nel jazz. Il tributo alla melodia viene testualmente dichiarato nelle note interne dell’album e si manifesta in una continua ricerca della “cantabilità” dei brani, miscelata con gli armonici e i ritmi afro-americani. La melodia e la musicalità noi italiani ce l’abbiamo nel sangue e riuscire a individuare gli strumenti adeguati a esprimerla significa comporre musica che arriva dritta al cuore, oltre le etichette e le classificazioni stilistiche. Le note citate, voce corale dei protagonisti, pur nella loro brevità, individuano quindi quattro punti cardinali, una bussola virtuale per orientarsi nel linguaggio musicale di Volume Zero: la melodia, il ritmo, l’armonia, l’interplay. Sono quattro dei parametri linguistici fondamentali del jazz.

 

Li accenno sinteticamente. Il carattere melodico si ottiene enfatizzando le cosiddette blue notes, con un’accentuazione della terza, che viene suonata al pianoforte diminuita di un semitono, permettendo agli strumenti una suddivisione in intervalli minori di un ottavo. L’intonazione calante consente la melodizzazione della composizione. Il ritmo è la base dello swing. Nel sound di New Orleans era fisso, pur in presenza di qualche accenno di tensione nel rapporto tra batteria e basso tuba. Con il tempo è andato sviluppandosi un uso più creativo della batteria, che di concerto con l’accentuazione dei tempi deboli e l’estensione delle competenze poliritmiche al basso e al pianoforte, ne ha arricchito l’intensità e la forza. L’armonia coincide con lo sviluppo verticale della musica, attraverso l’uso degli accordi. Nella costruzione jazzistica è facilmente individuabile nella struttura della scala di blues, con la sua profonda valenza storico/culturale, venuta meno, nel corso del tempo, in conseguenza dell’evolversi del sistema modale e dell’improvvisazione. L’interplay merita un approfondimento.

 

Nel jazz il creatore della musica si fonde con l’esecutore in un’unica figura solista che improvvisa su un tema di riferimento o su eventuali variazioni dello stesso. Lo stile individuale è dominante e riconoscibile attraverso la qualità della voce strumentale, il modo di far vibrare le note, il fraseggio, il disegno armonico/ritmico e così via. Il proliferare degli stili e dei timbri, insieme alla moltiplicazione dei creatori, ha sorprendentemente accentuato il carattere corale e “democratico” del jazz, facendone un’arte molto speciale. La fisicità e l’incisività incandescente dei suoni, la vigoria, la ritmica pulsante, le oscillazioni rilassate, l’alternanza di tensioni e distensioni, sono tutti elementi comuni di questa musica, che acquisiscono unicità nelle mani del solista improvvisatore. Ecco che l’interplay trova nel jazz il terreno più fertile per esaltarsi. Può definirsi come la relazione che viene a crearsi tra musicisti individualisti e che provvede ad amalgamarne le qualità ritmiche, timbriche e improvvisative. Proprio le differenze tecniche, emotive e culturali necessitano di questo strumento che è in grado di trasformare l’estemporaneità solista in creatività collettiva, semplicemente definibile in feeling. Nel Triology Jazz Trio trova perfetto compimento la convergenza delle personali visioni musicali degli autori/esecutori sfumate anche visivamente nel bianco e nero della copertina del CD e delle foto interne, che ci offrono l’immagine di una band concentratissima sugli strumenti. Tutte le composizioni sono lavorate finemente, con maniaca attenzione all’architrave strutturale, all’interno della quale viene lasciato ampio spazio all’improvvisazione, sebbene fluida e melodica. L’intimismo è portato a livelli di raffinatezza altissimi, venato contestualmente da una grande enfasi ritmica che ne frammenta e scompone i tempi.

 

Another Spring, il primo brano del disco, scritto da Borrelli, è l’apoteosi della modulazione. Composto in 3/4, è un passaggio continuo da una tonalità ad un’altra, la cui scelta rispecchia il pensiero dell’autore, senza alcuna regola, se non quella istintiva e musicale. Questo avvicendamento in successione riesce a destare un forte interesse nel musicista o nell’ascoltatore, mediante un allontanamento solo temporaneo dalla tonalità di base, così da consentirne un ciclico ritorno e acutizzarne la fascinazione. Il tema è tracciato in maniera costante dal pianoforte di Bencivenga, con un intermezzo nella parte centrale del brano in cui si mette al servizio del contrabbasso, tanto da consentirgli di proseguirne le trame e poi tornare protagonista in assolo appena più energici e lanciati. La batteria di Tozzi, pur nella leggerezza di giocare prevalentemente sui piatti, è inesauribile nella costruzione di un substrato ritmico fibrillante ma mai invadente. Us and Them è la prima delle incursioni nella musica pop rock. Il pezzo di Waters-Wright viene rivisitato e reinventato attraverso una vena improvvisativa molto originale, dove il contrabbasso è spesso protagonista lasciando al piano i crescendo corali, alcuni passi sperimentali e altri in cui tiene la musica in sospensione eterea. La batteria è ancora molto presente ma il drumming rimane agile e flessuoso. Crisi, di Borrelli, offre un costante dialogo del pianoforte con la linea melodica principale, con una consapevolezza tecnica e raffinatezza armonica non limitate all’accompagnamento, così come il contrabbasso non si limita a sostenere la ritmica, ma riesce ad essere altrettanto melodico e a compiere evoluzioni virtuose con la batteria, che detta il preciso senso del tempo. Let’s Funky Now, sempre di Borrelli, si muove su una struttura armonica e una forma narrativo/ritmica che dimostra incontrovertibilmente che il jazz senza il blues non esisterebbe. La classica progressione di accordi conosciuta come twelve-bar blues è la base di buona parte della musica popolare americana. Il jazz, anche nelle forme più evolute, ha spesso modellato la musica del diavolo alle proprie esigenze di libertà espressiva e, sovente, ne ha trascurato le battute per prenderne solo il feeling – Billie Holiday ne è un esempio clamoroso – o sostituirne le scale di accordi – Miles Davis in All Blues -. Il brano è un gioco ritmico ispirato al funk, dal quale gli strumenti acustici del Trio abradono tutte le asperità sonore elettrificate del genere originale, mantenendone il groove in una veste più sofisticata. L’album parla a tutti gli appassionati di musica, non solo di quella afro-americana. Non poteva certo mancare una citazione dei Beatles. And I Love Her è il cimento del Triology con la poetica musicale di Lennon-McCartney. Ne scaturisce una versione ricca di fascino e suggestione che si dilata per oltre otto minuti intorno al tema melodico principale lasciando che il piano e il contrabbasso possano alternativamente esprimere in libertà il personale tributo. Con Dido’s Dance, composto da Bencivenga, la band si confronta con la forma ballad. Tutti i più grandi jazzisti hanno suonato ballate memorabili, attingendo a un formato che è il contesto più idoneo a esprimere profondità sentimentale o evocare immagini. La celeberrima Round Midnight è la madre di tutte le ballate, colonna sonora del musicista solitario accompagnato solo dalla custodia dello strumento, dalla sigaretta e dalla foschia della notte metropolitana. Dido’s Dance, al contrario, esprime gioia, convivio, socialità, portando alla luce le radici popolari del genere. Little Kiss, Borrelli ancora alla scrittura, prende energia e corpo dalla staffetta delle tonalità, ora maggiore, ora minore. La scala minore melodica è frequentemente usata nel jazz, soprattutto nel suo sviluppo modale, perché permette lo sprigionarsi di sonorità particolari, specie durante le improvvisazioni. Nell’esecuzione melodica di un assolo è fondamentale. Rispetto alla scala maggiore è costruita con il grado III abbassato di un semitono, in modo che il cambio di tonalità rimane molto fluente. Borrelli chiude le sue composizioni con Arcobailando, un brano, recitano le note, “di ispirazione antroposofica”, a testimonianza che la buona musica, qualunque sia il genere, non può trascendere dall’aspetto intellettuale, lo spiritualismo e la ricerca interiore. In effetti la traccia è molto riflessiva, quasi in contemplazione mistica, comprensiva di intervalli netti, quasi alla ricerca della direzione da prendere. Chiude l’album The Consequences of Love il secondo brano scritto da Bencivenga, il più breve della lista, costruito su una sequenza reiterata di un segmento di melodia. Rappresenta un esempio di come un tema melodico originariamente semplice può arricchirsi in conseguenza del neo orientamento delle note in un campo tonale diverso, una modulazione, appunto. Allenare il nostro orecchio a cogliere questi passaggi tonali equivale a fornirsi di una chiave acustica che consente di decifrare tutta la musica, anche quella molto elaborata o apparentemente ostica.

Volume Zero si pone sulla scia degli album che rappresentano il tentativo di cambiare le regole del trio jazz. La formazione pianoforte, contrabbasso e batteria sviluppava in molti casi il messaggio musicale intorno alla leadership del pianista, mentre gli altri componenti del gruppo svolgevano una funzione complementare, di mero accompagnamento. In questo lavoro la libertà individuale viene sacralizzata, ma le cellule di improvvisazione hanno un rapporto strutturale e consequenziale che amplifica la logica collettiva del discorso. Le sperimentazioni pianistiche, le poliritmie percussive e le pulsazioni temporali del contrabbasso marcano l’inconfondibile cifra stilistica del disco, dove nessuno dei musicisti si afferma come unico protagonista, semmai come devoto sacerdote della melodia. Quella melodia che rende questo lavoro estremamente fruibile e gradevole all’ascolto, oltre che registrato in maniera eccellente. In una delle sue più acclamate canzoni – Sotto le Stelle del Jazz – Paolo Conte recitava: “Le donne odiavano il jazz e non si capisce il motivo…”. O ancora: “Pochi capivano il jazz…”. Questo album potrebbe smentirlo!

 

Triology Jazz Trio

Volume Zero

CD – Registrato al Riff Raff Studio di Trevignano Romano il 29 giugno 2010

Tempo totale 63’59’’

di Giuseppe Trotto
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