Se potessimo osservarci retrospettivamente con sufficiente spirito critico forse non saremmo così sorpresi di trovare inadeguati molti nostri comportamenti e molte idee del passato, alla luce del tempo in cui siamo e viviamo. Non credo, comunque, che Ani DiFranco abbia mai dovuto sentirsi imbarazzata per le sue pregresse scelte umane e artistiche. La cinquantenne italoamericana di Buffalo, infatti, con grande coraggio imprenditoriale e linearità di pensiero è passata attraverso vari e spesso indefinibili generi musicali, restando sempre fedele al suo impegno sociale e politico. Antisessista, antirazzista, di idee libertarie e democratiche, ben consapevole delle discriminazioni economiche e sociali presenti nel suo Paese – e non solo – la DiFranco si è espressa maggiormente attraverso il linguaggio che le riesce meglio, cioè canzoni con testi chiari e brani in perfetto “folk singer style” che arrivano al punto senza eccesso di metafore.
La costruzione della sua musica è comunque sempre interessante, frutto di una ricerca melodico-poetica che cerca di tenersi lontano da certi luoghi comuni del cantautorato americano. Niente nostalgie di casa, strade polverose o autodichiarazioni d’impotenza di fronte a bottiglie di bourbon. D’altronde stiamo parlando di una donna che neanche ventenne aveva fondato una propria etichetta discografica per non farsi inibire dalle major. Stiamo inoltre discutendo di un’autrice che tra dischi in studio e altri dal vivo ha pubblicato oltre una quarantina di lavori.

Revolutionary love si presenta sotto una veste di accattivante soul-pop di estrema raffinatezza musicale, ben lontano dalle spesso stucchevoli prove di certa musica soul radiofonica. Qui siamo su un altro pianeta e lo comprendiamo da subito, fin dai primi brani. Si snodano essenziali e senza ridondanze inutili, quasi disossati nei suoni, con spazi di micro-silenzi tra le note e gli strumenti che respirano attorno alla sua voce. Aria, sensazione di cieli notturni, stellati, come nella bella foto di copertina di Susan Alzner. Si comincia con il brano che dà titolo al disco, cioè Revolutionary love. L’Inizio è sottovoce, piano elettrico edorgano e poi una chitarra che regala colore ed espressione. Le linee guide del testo, basate sui cardini dell’empatia e sui valori più universali dell’amore, vengono tracciate su una ritmica ben scandita, dove la voce della DiFranco, rincuorata da un coretto femminile in sottofondo, si comporta come una vera e propria vocalità soul, nell’intenzione e nell’esecuzione. Segue Bad dream, che non si discosta molto dalla condotta del brano precedente realizzando una linea melodica molto accattivante, giocata in un mid-tempo in cui la chitarra elettrica ruota attorno alla melodia mentre fa il suo ingresso il quartetto d’archi tra le quinte. Ritornello ficcante e molto orecchiabile. Gli stessi archi introducono Chloroform, ahimè, uno tra i brani più deboli del disco, zavorrato da un ritornello e un coretto un po’ banali. Contagious ha invece un inizio molto suggestivo, sorretto da un violino che rimarca una sequenza caratterizzata da note discendenti e un controcanto di fiati, che danno al brano un’idea vagamente lounge. Do or die si fa notare per un espressivo flauto che compare nelle fasi iniziali e nel mezzo della traccia. L’impronta è molto soul, sembra di ascoltare un gruppo femminile della Motown Anni ’60, con veli di archi in sottofondo, sebbene tutto si svolga con discrezione e senza alcuna prevaricazione di uno strumento sull’altro. Station identification è un pezzo un po’ alieno, con qualche effetto elettronico tra le righe, a mio parere non molto in linea con il tono generale dell’album e con una cadenza ritmica vagamente ossessiva. Si va sul blues di Shrinking violet, ma l’impronta di base è sempre rigorosamente soul, con la chitarra elettrica in bella evidenza che s’allunga in qualche breve assolo. Metropolis è un brano lento, con una bella trama della chitarra acustica della DiFranco e un sax baritono che compare dalla metà del percorso. Si tratta sempre di interventi misurati, molto calcolati nella presenza e nel timing, si sente comunque la regia di una produzione accorta e rigorosa nella calibrazione degli interventi strumentali. Simultaneously è musicalmente un po’ troppo leggero, al di sotto della media qualitativa del resto del disco. È il brano più semplicemente pop di tutto l’album, ma ha un testo stimolante in cui si viene a raccontare della contrapposizione “simultanea” tra il mondo interiore e quello reale. Confluence è un momento strumentale, anch’esso costruito con l’impronta rarefatta ed essenziale che caratterizza tutto il lavoro svolto. È una traccia dall’andamento dondolante, sembra quasi avere un nucleo d’ispirazione latina, anche per il lavoro del flauto che tratteggia un’atmosfera un po’ indolente e meditativa. L’ultimo brano, Crocus, si manifesta in modo più classicamente cantautoriale, ma arriva a fine corsa un po’ sulle ginocchia e francamente una sua eventuale mancanza non si sarebbe avvertita più di tanto.
Ani DiFranco conclude così un album molto piacevole, ben fatto e ottimamente prodotto, con qualche momento di annebbiamento qui e là che non modifica comunque, per quanto mi riguarda, l’impressione globalmente positiva che ne ho avuto.
Ani DiFranco
Revolutionary love
CD Righthehouse Babe 2021
Reperibile in streaming su Qobuz e Tidal 16bit/44,1kHz