Art Lande | Spirits

14.11.2025
Art Lande
Art Lande

Spirits di Art Lande è un album che sembra davvero arrivare da un lontano Altrove. Non so se possa considerarsi imprescindibile ma di sicuro questo lavoro è in grado di accompagnarci attraverso paesaggi insolitamente poco conosciuti anche se, a volte, stranamente familiari. Quest'ultima sensazione deriva dalle passate collaborazioni di Lande – settantottenne pianista e batterista newyorkese – sia con l'etichetta ECM negli anni Settanta-Ottanta con il suo gruppo Rubisha Patrol e sia con il fiatista Paul McCandless ex Oregon, presente anche nella realizzazione di questo album. Lande, tra i grandi pianisti del jazz contemporaneo – maestro tra l'altro di un pezzo da novanta come Fred Hersch – e mente curiosa come poche, ha inciso circa una quarantina di album, secondo Discogs, molti dei quali come side-man o co-leader. Ora giunge a questa nuova pubblicazione insieme al sopracitato McCandless e a Bruce Williamson, questi ultimi a condividere un gran numero di strumenti a fiato tra cui oboe, corno inglese, flauti, clarinetti di diverso tipo e naturalmente vari sassofoni.

 

Spirits si costituisce come un album oscillante tra avanguardia e ronzii neo cameristici d'impronta talvolta marcatamente jazz o classica che si muovono tra pianoforte, ance e legni senza la zavorra di basso o batteria. È una scelta radicale, eppure perfettamente naturale perché questa musica – decisamente non sempre facile – possa respirare e scivolare agevolmente tra scrittura e improvvisazione. L'album arriva così a configurarsi come un’opera di raro equilibrio concettuale e timbrico. L’assenza deliberata di basso e percussioni genera un vuoto acustico che diventa spazio espressivo, una sorta di calibrato laboratorio sonoro in cui il pianoforte di Lande dialoga con l'insieme di fiati in continuo divenire. Si tratta a tutti gli effetti di una suggestiva ipotesi di jazz “non settario”, così come lo definì lo stesso autore in una vecchia intervista rilasciata a Florence Wetzel per All About Jazz nel 2012, vedi qui. Cioè una musica impostata senza una precisa regola stilistica assoluta, basata sulla tradizione o su un particolare modus espressivo e interpretativo, ma solo sulla rinuncia a ogni struttura predefinita, seguendo la pulsione e l'estro del momento dettato dalla capacità tecnica e soprattutto creativa del musicista. In termini più espliciti ciò varrebbe a significare che Art Lande siede al pianoforte affiancato dai suoi sodali lasciando che Spirits nasca come un lungo respiro circolare. Non ci sono confini ma solo vibrazioni che si toccano, con un pianoforte che tesse la trama sopra cui i fiati cercano di incontrarsi e dialogare. All'interno di questa iridescente nebbia sonora gli strumenti si muovono sicuri, in stretta empatia gli uni con gli altri, tanto che talora pare difficile differenziare le parti scritte e concordate da quelle più interamente improvvisate. Ogni brano è un piccolo ecosistema in equilibrio stabile e consapevole, sospeso in un luogo contemplativo, tra disciplina esecutiva e libertà totale di scegliere di volta in volta la direzione più opportuna da intraprendere. Il risultato è un album in cui melodia, ritmo e timbro coesistono come elementi di un linguaggio astratto ma profondamente ricco di sentimento. Lande, da vero patriarca del jazz contemporaneo, trascende così la tradizione per approdare a un territorio dove ogni nota e ogni silenzio acquisiscono un soggettivo e diverso peso semantico, non settario, appunto. Spirits diventa quindi la manifesta dimostrazione di cosa possa essere oggi la musica contemporanea che questo trio immagina. Non solo jazz, né solamente cameristica o tanto meno d'avanguardia ma tutto questo insieme.

 

Art Lande - Spirits

 

Ancestors è il primo brano, introdotto da un breve cammino solitario di sax che va quasi subito a incrociarsi con un secondo sassofono non appena il pianoforte imposta l'architettura accordale. Tutto si svolge lungo un percorso di jazz ballad piuttosto sofisticato e tranquillo, quasi a voler sottolineare il simbolico titolo e il legame con l'impronta della tradizione. Ma sarà uno dei pochi momenti dedicati ad un purismo quasi cantabile, legato a modelli tematici non poi così lontani dall'American Song Book.

Il seguente Canopy, pur esprimendosi in un contesto che respira ancora in un ambito vicino alla tradizione, si muove più inquieto, caratterizzato dalla sovrapposizione di due sax che si adattano l'uno all'altro in una limpida sequenza di temi e immagini, così come trasparente appare il pianoforte di Lande, vera e propria tessitura di sostegno del contesto, impegnato in un assolo di rara piacevolezza e luminosità. La struttura spumeggiante e discorsiva del brano rende il medesimo estremamente fluido e scorrevole, tale da sottolinearne l'aspetto formale come uno tra i migliori dell'intero album.

Appartiene alla penna di McCandless Queen of Sidney, brano di apertura dell'album Crossing degli Oregon, uscito nel 1984. Naturalmente, data la relativa povertà di mezzi presente in Spirits, il brano viene affidato alle cure dell'autore che lavora all'oboe, mentre Williamson è al flauto traverso. L'allucinata, glaciale rete pianistica è una griglia che separa costantemente i due fiati, lanciatisi dopo l'esposizione tematica nelle loro improvvisazioni. L'assolo di flauto cresce con i cambi di tonalità imposti dal pianoforte fino a quando non riprende la linea melodica principale insieme al recupero della sequenza di accordi pianistici che è poi la caratteristica principale di questo pezzo. La struttura d'accompagnamento fonda le sue basi su un accordo in Re minore con una successione ripetuta di tre intervalli, rispettivamente di quinta, sesta e settima maggiore discendente. Grande traccia che esprime un profondo spirito impressionista, insomma, una meraviglia.

Absorba Jixsobu si distanzia parecchio dal pezzo precedente giocandosi le proprie carte nell'animazione di un perturbante appunto di puro jazz contemporaneo sorretto, oltre che naturalmente dal pianoforte di Lande, dal febbrile sovrapporsi dei due sax che a tratti suonano anche all'unisono. L'assolo di tastiera è talmente avanzato tecnicamente che non mi sembra sacrilego porre Lande tra i migliori esecutori di pianoforte jazz attualmente viventi e a tal proposito basta porre attenzione al poderoso, robusto accompagnamento della mano sinistra sulla tastiera.

Without Speaking, come suggerisce il titolo, sottolinea uno degli aspetti fondamentali della Musica in genere, quello cioè di non aver un assoluto bisogno di parole al seguito. Il lungo preambolo di Lande disegna armonicamente i contorni del brano su cui oboe e clarino si avvinghiano l'uno all'altro come i serpenti d'un caduceo prima di slacciarsi ciascuno nel proprio, personale assolo, intercalandolo con quello di pianoforte. La levitazione a mezz'aria proposta da questo pezzo giustifica l'assenza di gravità che il brano trasmette con la sua seducente melodia tematica.

 

Art Lande

 

I conti vanno fatti però alla fine e il successivo Follow the Bouncing Yellow Ball è un puro brano di “camerismo d'avantgarde”, dove l'improvvisazione prende una strada atonale, mentre il tema è costruito su linee melodiche un poco dure da digerire. Tuttavia l'interplay dei tre strumentisti è di tale puntualità che non si può non restarne ammirati. Non sono comunque, personalmente, tra gli ammiratori di questo genere.

Subdivison: Low Rent sembra insistere in un primo tempo sulla direzione della traccia precedente, salvo poi cambiare direzione e portarsi verso un intermondo posto tra Wayne Shorter e Carla Bley, col suo bravo tema ben riconoscibile condotto in sincrono tra due sassofoni. Cambi di tempo che si contraggono e si dilatano in un dinamico chiaroscuro in cui il sax soprano può allungarsi con la sua voce ammaliante tra i fangosi accordi di pianoforte. Nel brano si alternano momenti rarefatti e più convulsi, mentre ascoltiamo un assolo di piano che non segue pedissequamente la tonalità di base, portandosene fuori per poi rientrarvi quando i fiati tacciono. Una certa sensazione di disagio sembra accompagnare l'intera composizione che marcia imprevedibilmente tra vuoti e pieni, consacrando questo brano tra i più lunghi e difficili dell'album.

Kradle, nonostante l'intenso profilo cameristico contemporaneo, riacquista una veste più addomesticabile con gli affascinanti duetti tra oboe e flauto traverso. Come accennato in precedenza, non siamo al cospetto di una musica facile ma anche così una certa magia si sprigiona tra queste note un po' misteriose, tenute insieme dall'intenso e sapiente lavoro di cucitura di pianoforte. Frammentazioni, riprese tematiche, dolcezze ed asperità vengono fatte convivere e risolvere attraverso soluzioni stilistiche spiazzanti.

Better Come Down viaggia inizialmente sulle note gravi di una coppia di clarini bassi che tracciano nell'aria due profondi aloni scuri. Uno dei due viene poi sostituito da un clarinetto più classico che prova a rischiarare la composizione. Il pezzo, molto pensoso e rimuginante, si muove in assoluta sobrietà.

Arriviamo così a Spirits of Another Sort, un altro brano di McCandless che proviene dall'album Music for a Midsummer Night's Dream del 1998 degli Oregon Trio. Qui l'oboe, disegnando quella meravigliosa onda di frequenza che McCandless riesce a imprimergli, fa esplodere l'immaginario e fiabesco mondo shakespeariano, proiettando l'ascoltatore in quella teatrale notte di mezza estate in cui si succedono amori e apparizioni fatate. Lo strumento di Mc Candless viene contrappuntato da un clarino discreto che in punta di piedi s'intrufola solo un poco tra le linee di pianoforte, peraltro veramente splendide. Un brano magnifico, voluttuosamente irreale.

Conclude Say No More, che chiude con la coppia di sax e un pianoforte ritmicamente latino, ristabilendo il legame originario col jazz più tradizionale e meno imprevedibile.

 

Art Lande

 

Art Lande ci ricorda inequivocabilmente che nel jazz – inteso nel suo significato più ampio – non si tratta sempre di suonare qualcosa di nuovo, ma di far riscoprire a chi ascolta la sensazione di sorpresa e di piacere di fronte all'immagine garbata che può offrire, ad esempio, un trio come questo. La sostanza vigorosa dei fiati e il sostegno, continuo e di grande classe del pianoforte, ci fan capire come questa band sia tutt'altro che una combinazione convenzionale, impegnata com'è in questo continuo vagabondaggio stilistico. L'austera superficie che il trio presenta, con il suo carico a volte coraggioso di contemporaneità, lascia intravedere comunque un'idoneità comunicativa ed empatica non usuale. Spirits non è soltanto un album suggestivo ma è un trattato implicito sul senso stesso dell’improvvisazione per merito di un suono morbido ma disciplinato che fluttua continuamente tra forma e dissoluzione dello stesso.

 

Art Lande

Spirits

CD e MQD - Master Quality Disc Blue Coast Records 2025

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/192kHz e Tidal qualità max fino a 24bit/192 kHz

di Riccardo
Talamazzi
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