Brad Mehldau | Your Mother Should Know

14.04.2023

Dopo aver recensito l'avventuroso Jacob's Ladder poco meno d'un anno fa qui, torno su Brad Mehldau e sulla sua ultima pubblicazione, Your Mother Should Know - Brad Mehldau plays the Beatles registrato live alla Philarmonie de Paris nel settembre del 2020 ma rilasciato solo quest'anno. La copertina del disco dimostra, già di per sé, un aspetto piuttosto enigmatico. Un collage di fotografie di strisce pedonali che rammenta un'altra immagine famosa, quella iconica di Abbey Road, l'ultimo vero album dei Beatles, dato che Let it Be, uscito l'anno dopo, conteneva materiale registrato in precedenza, per di più originato durante le conosciute, gravi difficoltà di produzione e di convivenza tra i membri della band. Ma le strisce di cui sopra, attraverso l'alternanza del bianco e del nero, alludono anche ai tasti del pianoforte, vero e assoluto protagonista di questa esibizione in solitaria.

 

Non è la prima volta che Mehldau si abbevera alla fonte Lennon-McCartney. Vi sono dei precedenti lungo l'excursus del suo percorso artistico in Largo, del 2002, con Dear Prudence, in Live in Marciac, 2011, con Martha My Dear, in10 Years Solo Live, 2015, con Blackbird e nella più recente colonna sonora Mon Chien Stupide del 2019 con And I Love Her. Ricorrere alla riesumazione musicale dei prodotti del famoso quartetto non è una manovra priva d'insidie, prima di tutto perché almeno la metà dei musicisti jazz – e non solo – ha riproposto brani beatlesiani nella propria carriera e ciò potrebbe dare adito a scomodi paragoni tra gli stessi artisti. Poi perché c'è modo e modo di interpretare questi moduli. Si può lavorare, ad esempio, mantenendo quasi integra la struttura melodica, che è quella per cui certi brani sono diventati famosi e direi indimenticabili, modificandone la struttura armonica e ritmica secondo il gusto e l'equilibrio di ogni singolo musicista. Oppure si può agire attraverso una seconda modalità radicalmente più complessa, quella “decostruttiva”, in cui il brano viene smontato e rimontato, avventurandosi in campi armonici inusuali nei quali la struttura melodica spesso si riconosce a fatica. Se però, ad esempio, non ci si chiama Martial Solal o Enrico Pieranunzi o Franco D'Andrea questo tipo di approccio rischia di diventare molto complicato e aleatorio, con un effetto finale spesso poco soddisfacente. Mehldau, pianista prevalentemente melodico e lirico quasi per definizione, sceglie d'istinto la prima delle due supposte opzioni, lavorando il minimo necessario sulla melodia e innescando delle improvvisazioni che spaziano in diverse aree, dallo stride al blues per arrivare ai classici romantici europei, da sempre tra le ispirazioni preferite del nostro pianista. Un lavoro prevalentemente “orizzontale”, quindi, che però non rinuncia ovviamente alla verticalità di una certa ristrutturazione armonica. Da tener presente, inoltre, che questi arrangiamenti per pianoforte modificano in parte la struttura ritmica degli originali, alle volte accelerandone il tempo ma altre volte rallentando i temi fino al loro illanguidimento. Eppure, l'impronta personale e ponderata del pianista, fa sì che questi oggetti sonori non vengano mai trattati come feticci. Il rispetto per la composizione in sé non rischia quindi di trasformarsi in un timido limite espressivo. Il fatto poi che molti brani dei Beatles siano diventati degli standard riproposti da solisti, gruppi ristretti e perfino grandi orchestre, la dice lunga sul fatto che il sodalizio Lennon-McCartney – in questo disco è ripreso occasionalmente anche un brano di Harrison – possa essere al giorno d'oggi paragonato ad altre famose coppie di compositori del passato, da Leiber & Stoller a Rodgers & Hart, arrischiandosi fino all'altezza delle vette dei fratelli Gershwin.

 

Ma cosa ha attirato maggiormente Mehldau nell'orbita beatlesiana? Secondo quanto pubblicato in un'intervista al pianista raccolta da Paolo Romano su Musica Jazz del mese di febbraio di quest’anno, la dinamica di fascinazione che maggiormente ha contribuito alla realizzazione di questo concerto, si riassume in quell'allora nuovo e insolito territorio espressivo all'interno di cui i quattro di Liverpool si sono sempre mossi, aiutati, oltre che dal loro naturale talento, dall'attività di George Martin, il miglior produttore e consigliori che mai avrebbero potuto sperare di avere. Aggiungiamoci poi un secondo fattore, forse il più importante. La bellezza di certi brani, la loro orecchiabilità mai banale, ha segnato la nostra giovinezza con degli engrammi indelebili, pacchetti emotivi che si sono depositati a fianco delle nostre sinapsi cerebrali e lì son rimasti, inattaccabili, fino a oggi.

 

Brad Mehldau - Your Mother Should Know

 

Si comincia con I'm The Walrus, tratto da Magical Mystery Tour del 1967, brano attribuibile ufficialmente alla coppia Lennon-McCartney ma che in realtà fu opera del solo Lennon, ispiratosi a una storia di Lewis Carroll. Mehldau ne rispetta l'asse melodico portante con grande padronanza delle dinamiche. Chi ha potuto ascoltarlo live si è sicuramente reso conto del tocco da pianista classico che il musicista americano spesso padroneggia con naturale controllo tecnico. Il brano viene ripercorso ovviamente alla maniera propria di Mehldau, introducendo qualche dissonanza di default e immettendovi solo una decisa variazione nelle cadenze finali, laddove effettivamente il brano originale sbroccava in una serie di urla animalesche. Ovviamente niente di tutto questo accade con Mehldau che sostituisce l'epilogo con una chiusura in uno stile quasi brahmsiano.

Per Your Mother Should Know, anch'esso tratto da Magical Mistery Tour, succede esattamente l'inverso di quanto detto a proposito della paternità del brano nel caso precedente. La firma è sempre Lennon-McCartney anche se la composizione è interamente dello stesso McCartney. Mehldau la ripropone in uno stile tra lo stride e il vaudeville ma conferendole un’insolita, appena accennata sfumatura nostalgica. Il pezzo ha già di per sé una costruzione ottimale, sia per quel che riguarda la scanzonata linea melodica, sia per le numerose e ben azzeccate modulazioni che compaiono nel suo svolgersi. L'intervento di Mehldau è ancor più minimale, mantenendo una struttura armonica molto vicina all'originale.

I Saw Her Standig There è tratta da un 45 gg del 1963 dove il brano appariva come lato B di I Want To Hold Your Hand, poi pubblicato nello stesso anno nel primo LP del gruppo, Please, Please Me. Questo rock'n'roll viene trasformato in un elegantissimo boogie-blues alla Oscar Peterson, con una disinvolta parentesi in assolo che strappa meritati applausi scroscianti al termine del medesimo. Tutto molto semplice e lineare, direi quasi senza sforzo apparente – e proprio qui, è evidente, sta la classe di Mehldau...

For no One faceva parte di Revolver, e siamo nel 1966. Anche questo brano, nonostante porti la firma di entrambi i due più famosi Beatles, è attribuito al solo McCartney. Ho sempre trovato tale composizione dotata di un fascino strano, forse per quella modulazione armonica insolita nella musica pop di allora che compare alla chiosa di una progressione discendente di accordi con un salto inaspettato di una quarta giusta tra il IV e VII minore prima di terminare sulla tonica. La traccia in questione deve essere parsa interessante anche allo stesso Mehldau, in quanto se ne è servito per un'improvvisazione inaspettata al limite tra un be-bop di maniera e un salto veloce verso il vuoto, per poi riprendere dolcemente il finale.

Baby's in Black, dall'album Beatles for Sale del 1964, nonostante l'apparente movimento scanzonato della linea melodica è uno dei brani più tristi mai composti dai Beatles, dedicato alla loro amica fotografa Astrid Kirchherr, “dressed in black” in seguito alla morte di Stuart Sutcliffe, suo fidanzato, pittore e amico intimo di Lennon, nonché anche bassista di poco talento nei primissimi Beatles dal 1960 al 1961. Questa traccia è una tra le più lunghe dell'intero album, segno che è stata molto avvertita emotivamente da Mehldau. Mantenendo la linea della sequenza originale degli accordi, il pianista toglie il senso di quella strana beat ballad un po' svagata che il brano possedeva e lo trasforma in una sorta di gospel sul quale può tracciare una strada improvvisativa che si muove al limite della tonalità, servendosi di bordoni sempre cangianti di basso. In pieno stile proprio di Mehldau, la traccia solleva sé stessa in una sorta di redenzione poetica attraverso rapidi e sentimentali appunti di note.

She Said, She Said è estratta sempre dalla fondina di Revolver e viene tratteggiata come una moderata jazz ballad cancellando le note psichedeliche e le motivazioni intrinseche di questo brano, ma in compenso aggiungendovi una bellissima progressione discendente con la mano sinistra, veramente raffinata. Sembra che Lennon avesse dedicato questo pezzo a Peter Fonda – nascondendo il pronome maschile con quello femminile – dopo che quest'ultimo attore americano, già abbondantemente rodato con l'LSD, una sera ad un party lisergico mandò in paranoia il beatle parlandogli continuamente della morte.

Sempre da Revolver proviene Here, There and Everywhere, composta da McCartney, che lo stesso Paul, con il parere condiviso di George Martin, definì forse il suo brano migliore, insieme a Yesterday. Sottoscrivo pienamente, così come occorre sottolineare la delicatezza con cui Mehldau risolve questo brano, intenso di per sé, con l'invenzione di un registro narrativo molto intimo, quasi una confessione. Nella seconda parte il pianista aggiunge delle interessanti dissonanze scuotendo il brano per evitare un probabile picco di languore che avrebbe potuto sminuire la bellezza dell'esecuzione.

If I Needed Someone proviene dall'album Rubber Soul del 1965. Si avverte da subito, per la costruzione atipica modale, che questo brano ha avuto una nascita e una interpretazione diversa rispetto ai progetti Lennon-McCartny. Frutto dell'inventiva di Harrison, coinvolto nelle dottrine e discipline orientali, fu ispirato per ammissione dello stesso Beatle alla musica dei Byrds. Sotto le mani di Mehldau tutto si trasforma in una melodia quasi infantile, un quaderno di appunti aperto allo stupore della realtà vista da un altro punto di osservazione.

Maxwell's Silver Hammer, tratta da Abbey Road, 1969, è di MaCartney ed è forse il suo brano più folle con quell'incipit in versi che non si dimenticano facilmente: “Joan was quizzical, studied pataphisical...”. La versione, durante il primo minuto, è proprio in pieno “Mehldau style” per poi prendere una direzione tra Erroll Garner e una serie di altri profili sfuggenti che sfiorano il blues e il vaudeville direzionandosi verso un momento di contrappunto finale. Una delle trasposizioni migliori del disco, con il pianista in vero stato di grazia.

Sempre da Abbey Road proviene Golden Slumbers, anche questa opera di McCartney. Ispirata a una ninna-nanna seicentesca, è sempre stata tra le mie personali preferenze di Abbey Road. Vi si avverte la tipica enfasi melodica di Paul e la traduzione pianistica si mantiene piuttosto simile e rispettosa nel suo andamento di malinconico trasporto, salvo confluire nel finale in un'improvvisazione dalla forte accentuazione blues.

L'ultimo brano in sequenza non è dei Beatles ma bensì si tratta di Life on Mars? di Bowie, che uscì originariamente come 45 gg nel 1973. Con un colpo ben assestato di bacchetta magica Mehldau cambia parzialmente i connotati del brano immergendolo in una costruzione contrappuntistica che passa prima attraverso le maglie del blues per finire poi dalle parti di un romanticissimo Chopin.

 

Brad Mehldau

 

Getto la maschera, confessando di stare più dalla parte dei Beatles, nell'annosa, storica diatriba tra loro e gli Stones. E del resto questo album potrà essere ben apprezzato solo da chi ha realmente amato la band di Liverpool. Perché il lavoro di Mehldau, diciamocelo tra noi, non potremmo definirlo un capolavoro, nemmeno di piccole dimensioni. È semplicemente un gran bel disco in cui si ascolta un pianista rilassato e rilassante che intrattiene gli ospiti d'un teatro con una serie di piacevoli versioni per solo piano di brani che si sono assimilati ormai al nostro codice genetico. Mehldau ci mette una concentrazione tale da rendersi consapevole di star creando dal vivo qualcosa di più di un disegno decorativo, pur eseguito con un trasporto emozionale ai massimi livelli. Padroneggiare queste melodie significa averle percepite fin da ragazzo, assorbite e comprese nel profondo della loro struttura molecolare. Significa, anche per il pianista di Jacksonville, essersi scoperto più vicino a Lennon & McCartney di quanto presumo non sia mai stato nei confronti di Jagger & Richards. Almeno fino a quando, proprio per essere smentito, Mehldau non deciderà di dedicare un lavoro come questo all'altra parte della Luna. 

 

Brad Mehldau

Your Mother Should Know

CD e LP Nonesuch 2023

Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz e Tidal FLAC

 

di Riccardo
Talamazzi
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