Craig Cardiff | All this time running

29.10.2021

Quasi sconosciuto da noi ma molto famoso e stimato in patria, Craig Cardiff porta le sue suggestioni dal Canada nel resto dell’Occidente, vantando un curriculum di oltre una ventina di dischi alle spalle, la maggior parte dei quali usciti a suo nome. Con una voce sufficientemente pastosa dai toni medio-scuri, questo autore si muove, dal punto di vista compositivo, tra lo statunitense Ryley Walker, ma più orecchiabile nella sua semplicità, il britannico Ben Howard e l’irlandese Damien Rice, con i quali condivide il gusto del melodiare e il senso dell’aria, cioè la capacità di regalare alle proprie canzoni lo spazio intimo necessario alla loro fioritura. Indubbiamente, per sua stessa ammissione, Cardiff si è lungamente ispirato a Dylan, al quale ha dedicato anche il tributo Upstream Fishing All the Words del 2018, cercando quella chiave interpretativa e sintetica per legare tra loro testi e musica in quel modo intrinseco e unico che mezzo mondo ha cercato di emulare, spesso inutilmente. Cardiff, comunque, non è affatto un imitatore e dal punto di vista espressivo appare lontano da Dylan come il giorno rispetto alla notte. Piuttosto s’inserisce in quell’interminabile filone autoriale tipicamente nordamericano dominato dal gusto per la melodia, talvolta macchiato da qualche accenno di retorica romantica, ma comunque sempre sostenuto dall’orgogliosa credibilità di chi esprime al massimo il suo talento e la propria creatività.

 

Craig Cardiff - All this time running

 

All this time running esce dopo uno stop di sei anni, segno che nella prolifica attività di Cardiff questo album ha richiesto un inaspettato sforzo ideativo, tanto che lo stesso autore lo presenta come “…la cosa più grande che abbia mai fatto”. Quello che salta subito all’orecchio, ascoltando questo lavoro, è la caratteristica della discrezione e della non invadenza. Una strumentazione prevalentemente acustica: banjo quasi onnipresente, chitarre, violini, con interventi elettrici a punteggiare un discorso che basta a se stesso, un tono colloquiale con brani che forse non ardono di sacro fuoco ma che consentono un laid back su cui adagiarsi, come riposarsi all’ombra di un albero in una giornata di calda estate.

 

Craig Cardiff - All this time running

 

La title track dell’album apre da subito le danze con una ballata in mid-tempo, accattivante quanto basta nella sua malinconica cantabilità, un bel mix tra chitarra, banjo, piano elettrico e cori, con la batteria suonata a spazzole che rende il brano leggero quanto basta. La voce melodiosa, a volte dotata di un’apparente, fragile instabilità, racconta la canzone senza melensaggine, ma con quella punta di intrinseca tristezza che spinge a riascoltare il brano più volte per trarne il maggior senso di piacere possibile. Emm & May ha un andamento più allegro, con un accompagnamento e un cadenzare che a molti ha ricordato le atmosfere di Graceland di Paul Simon ed effettivamente non posso dar loro torto. Arpeggio serrato di banjo, controcanto femminile, ritmi controllati e moderati con generica piacevolezza diffusa. Decorated entra a pieno diritto nella mia playlist personale. Il brano inizia con un artefatto fruscio che ricorda un vecchio vinile e sulla base degli usuali strumenti acustici s’organizza una sezione di violini che segna il passaggio degli accordi di base su cui è ben percepibile il cantato di Cardiff: “I am decorated and i am not a decoration”. Tra i migliori brani dell’album. Non così vale per Yellow knife che, seppur con l’invenzione dell’accompagnamento degli ottoni, si banalizza un po’ con un coretto insistente di voci maschili. Altro brano interessante e sentito è Wyoming, anche questo arricchito ma non soffocato dalla presenza dei violini, con un ritornello molto ispirato e melodioso. Qualche aggiunta in sottofondo di sax appena avvertibile, un buon mixaggio, una venatura di romanticismo che regala alla composizione un respiro quasi cinematografico. In The American la voce prende una sfumatura – e forse qualcosa di più – dal John Martyn più acustico e meno rabbioso. La traccia resta però in un limbo poco profilabile, né luce né buio, e scorre via verso la dimenticanza. Non molto meglio è Moon, anche se l’accompagnamento bandistico, oltre a plasmare una certa allegria, mescolato com’è a cori da birreria, riesce comunque a innescare un mezzo sorriso. Greyhound SK s’appoggia a quello che è il piatto forte di questo disco, il dialogo serrato tra gli strumenti cordofoni: banjo, chitarra acustica e violini tracciati con discrezione. Wrong place, wrong time non è male di per sé ma ricorda nel ritornello le modulazioni di Wyoming, tuttavia si sviluppa con un’atmosfera malinconica alla Van Morrison, quello di Into the blue, tanto per capirci. Allora arriva Fire, fire, fire, che gioca però sempre su quella sequenza di accordi discendenti che Cardiff ama molto – sesta minore, quinta e quarta – che non sarebbero poi male senza quel tono un poco lamentoso che affligge la voce lungo la durata intera del brano. La situazione si risolleva con Bryant Park che riassume pregi e difetti di questo album. Da una parte il semplice garbo con cui vengono porte le canzoni, l’accompagnamento misurato e sempre azzeccato che appoggia sugli strumenti acustici. Dall’altra una certa ripetitività strutturale, che non inficia il piacere d’ascolto, ma che limita i confini della creatività dell’autore in un cortile spesso fin troppo angusto. Dopo i brani di cui abbiamo appena detto, scorre una sequenza di quattro bonus track più la ripresa della traccia di apertura All this time running – che mi sembra perfettamente uguale a quella ufficiale, forse con qualche modifica al testo – e Moon, che vede qualche intervento in più degli ottoni. Tra i bonus track risalta la versione senza infamia né lode di Don’t give up di Pater Gabriel, ma emerge anche un brano tutt’altro che disprezzabile come Ymir, BC, una ballata dal vago sapore folk che ricorda Pete Seeger e che non avrebbe sfigurato nella scaletta “ufficiale”. Anche Dirty old town merita la giusta attenzione. È un avvitamento lento alla Chris Isaak, intrigante, con un organo che appare in coda a rimpolpare lo spessore dell’accompagnamento, con qualche accordo di chitarra elettrica ad aggraziare il tutto. Last love letter è un altro di quei brani che mi ha riportato ancora al fantasma di John Martyn, non solo nell’impostazione della voce ma anche nella struttura della canzone che sembra un outtake da Bless the Weather e non pare neanche che siano passati cinquant’anni, da allora.

 

Insomma, questo All this time running è un lavoro piacevole, carezzevole, che non richiede grande impegno d’ascolto e che tuttavia si fa apprezzare, oltre per la indiscutibile bella scrittura di Cardiff, anche per la dovizia della produzione, l’attenzione negli arrangiamenti e la pulizia strumentale.

 

Craig Cardiff

All this time running

CD e vinile True North 2021

Reperibile in streaming su Tidal 16/44kHz e Spotify MP3 320kHz

di Riccardo
Talamazzi
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