Sono un estimatore degli ossimori. Ho sempre pensato che il criterio di ambivalenza sia l'unico veramente possibile per esprimere giudizi riguardo qualsiasi argomento. Se quindi per descrivere questo album del sessantaduenne neozelandese naturalizzato negli USA Dean Wareham usassi la combinazione “luminosamente crepuscolare”, forse riuscirei a rendere l'idea generale che That's the Price of Loving Me, sesto album in carriera solista contando anche il live londinese del 2014, riesce a comunicare fin dal primo ascolto.
Wareham, data anche l'età anagrafica, non è il primo pivello che si trovi a impugnare una chitarra elettrica. Ha un passato interessante nei Galaxie 500 tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, formando poi i Luna. Tra l’altro, la rivista Rolling Stone, non senza una punta di sarcasmo, li descrisse come "la migliore band di cui non abbiate mai sentito parlare". La sua carriera è continuata poi in parte condividendola con la moglie Britta Phlipps, presente anche in questo ultimo album, e in altra parte come solista. That's the Price… possiede una grazia silenziosa e diffusamente malinconica, che non si lascia conquistare con superficialità, avvolgendo l'ascoltatore con la stessa lenta intensità di una pioggia autunnale. Questa sensazione è in parte legata al modo di cantare di Wareham, con quella sua voce stropicciata, a volte timbricamente vicina al sussurro, ma è anche dovuta al suono arpeggiato, leggero e aeriforme della chitarra elettrica suonata dallo stesso. A qualche decina d'anni dall'ultimo lavoro con Mark Kramer, produttore e compagno d'arte fin dai tempi dei leggendari Galaxie 500, la ripresa di questo sodalizio ha promosso una realizzazione calda e analogica, che è un po' il tappeto volante con cui Wareham sembra ritrovare quel raro equilibrio tra inquietudine e leggerezza, tra memoria e immaginazione che possedeva negli anni passati assieme alle sue band. I groove sono rilassati, trasportano l'attenzione senza mai sopraffare l'animo dell'ascoltatore ma si percepisce, neanche tanto tra le righe, la presenza di quei convitati di pietra che rispondono al nome di Velvet Underground. Questo anche se con Wareham, nonostante l'omaggio del brano Reich der Traume a Nico, quella tensione elettrica e oscura della band di Lou Reed viene qui a illanguidirsi forse eccessivamente. La musica che questo album racconta è un pop rock dai contorni sognanti, senza spigoli né intensi mutamenti di tensione. Le melodie non sono banali, pur restando strutturalmente essenziali, come pure l'armatura armonica che si risolve in due o tre accordi basilari, bastevoli comunque per soddisfarne i bisogni espressivi.
Il gruppo che accompagna Wareham è costituito dalla moglie Britte al basso elettrico e ai cori, Roger Brogan e Anthony LaMarca s'alternano alla batteria, al violoncello c'è Gabe Noel, mentre al produttore Kramer sono affidate tutte le tastiere.

You Were the Ones I Had to Betray fa intuire da subito il clima dell’album, con una canzoncina fragile-fragile ma anche accattivante anziché no. Bella la chitarra arpeggiata e sufficientemente secca, mentre la voce gentile di Wareham volteggia sul tappeto ritmico in mid-tempo, tra qualche effetto di tastiera e il violoncello insistito di Noel.
Dear Betty Baby è una cover dello stonatissimo Mayo Thompson e l'album da cui proviene è Corky's Debt to His Father, del 1970. Non ho dubbi nel preferire la versione di Wareham, che sembra un'autentica ballad Velvet Underground, ingentilita da un mood quasi country, mi è tornato in mente perfino Dan Stuart... La cover è arricchita non solo dallo scandire di un efficace assolo di chitarra elettrica ma anche e soprattutto, verso il finale, dall'intervento del volenteroso violoncellista Gabe Noel e il nome non tragga in inganno, è un uomo…
Mystery Guest, tutta lavorata su una melodia vincente e piacevole, è probabilmente la traccia migliore dell'album, una scheggia adamantina che ruota attorno alla suggestiva chitarra dell'Autore. Notevole l'intervento corale nel ritornello, con il violoncello che brilla di sensibilità acutamente romantica. Brano da playlist, tanto per gradire…
New World Julie riporta le coordinate ai Velvet Underground quasi in modo spudorato, sembra un “contrafact” di Heroin, almeno nelle battute iniziali. Ma, nonostante ciò, il vibratile lamento delle chitarre e le tastiere in sottofondo si rispecchiano nel coro finale, dove si avverte la voce della Philipps che circonfonde di grazia aggiuntiva il brano, già benedetto di per sé dalla rigogliosa atmosfera sixties.
We're Not Finished Yet è una love song, carica di struggenza, dove il cuore scheggiato dell'Autore continua a ripetere “non siamo ancora finiti, non siamo finiti adesso...”. Anche questa canzone, disegnata in forma di ballad, possiede un suo fascino elementare, data l'estrema semplicità strutturale dei suoi agri colori armonici.

Burgeois Manquè possiede aromi più psichedelici, laddove l'impronta dei Galaxie 500 si rende più evidente. Un brano ossessivo che pencola su due accordi, con un messaggio inquietante – “è il 2024, quarantamila morti” – che mette in contrasto la perenne insoddisfazione del borghese tipico con il vero inferno della realtà.
Yesterday's Hero è un'altra amara considerazione sul fallimento delle convinzioni politiche giovanili ma possiede una coda velenosa: “tutte le nostre marce non sono andate da nessuna parte ma tutti i vostri leader non hanno capelli...”. La memoria di questo brano si trova a risalire la corrente delle british band di indie pop degli anni '90, che so, Prefab Sprout, Lotus Eaters, Felt. Il brano è ben prodotto, non ha ammennicoli di sorta se non gli arpeggi di chitarra e una ritmica standard adatta alla bisogna.
Arriva poi la title track That's the Price of Loving Me, dai tempi misuratamente latini, brano arioso e levitante, che ripercorre un po' lo stile Style Council di molti anni fa. Il testo è parzialmente oscuro, “abbiamo finito i cantici da imparare, fino alle melodie da bruciare, fino alla seta e al camoscio, fino alle città da invadere...”, versi che raccontano la tensione tra l'ardore dell'amore e la sua inevitabile caducità, un tema che Wareham affronta con l'onestà disarmante che da sempre lo contraddistingue. L'indole è quindi quella di una resa dei conti, un prendere o lasciare in un dialogo a due.
Reich der Traume è un brano di Nico che rimase inedito fino al 2002, quando venne pubblicato nell'omonima raccolta postuma, quattordici anni dopo la sua morte. Wareham lo ripropone in lingua originale tedesca e devo dire che non mi sembra sfiguri affatto tra la sequenza dei brani dell'album.
Si chiude con The Cloud is Coming, che ha un titolo niente affatto rassicurante e che rimanda all'incombenza di tempi oscuri su tutti noi. Il brano, sempre cucito addosso a Wareham come una ballata, si avvale della presenza in coro della Philipps e di un semplice accompagnamento di chitarra. Solo il finale, con l'intervento del violoncello e delle tastiere, sembra osare qualcosa in più.

Come molti album che si presentano apparentemente modesti nella forma, questo di Wareham cresce ascolto dopo ascolto, pur avendo la dignità e il decoro di restare confinato all'interno di una dimensione non certo eroica di pop rock. That's the Price of Loving Me è un disco che ha il sapore di un classico, ma senza l'arroganza di volerlo essere. Si tratta piuttosto di un'opera di profonda umanità, un invito a perdersi nei paesaggi immaginari che Dean Wareham disegna con la sua musica. E come ogni vero viaggio che il titolo stesso suggerisce, ha un prezzo. Ma è un prezzo che vale ogni centesimo speso.
Dean Wareham
That's the Price of Loving Me
CD e LP Carpark
Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz