Father John Misty | Chloe and the Next 20th century

24.06.2022

Non ci sarà un prossimo ventesimo secolo e questo Father John Misty alias Joshua Tillman l’ha sicuramente compreso. Tuttavia, pare legato al ‘900 più di altri suoi colleghi devotamente ossequiosi alla mistica del “nuovo a tutti costi”, quelli che guardano solo al futuro disturbati non solo dal passato ma anche, sembrerebbe, dal loro mediocre presente. Invece Father John, in questo suo ultimo Chloe and the Next 20th Century, vive ancora nell’atmosfera in bianco e nero degli anni ’30/’40, sfoglia il quaderno delle sue filastrocche e racconta una serie di storie che sarebbero state ben rappresentate in un musical in un’epoca che non supera, però, la fatidica boa dei sixties. Qualcuno forse ricorda l’esperienza di Loudon Wainwright, recensita l’anno scorso su ReMusic qui, che per certi versi era un’operazione estrema e con un’attenzione filologica quasi maniacale, soprattutto dovuta alla prova orchestrale meticolosa curata da Vince Giordano.

 

Qui la storia è diversa. Immaginate un Tom Waits ripulito, disincazzato, che ha smesso di fumare e di bere e che si aggiri malinconico in un vecchio cinema periferico dove si possano vedere film hollywoodiani che narrino bozzetti di vita caratterizzati da amori impossibili. Oppure figuratevi un Brian Ferry meno piacione, senza tuxedo, che non racconta le cose così come stanno ma come a lui piacerebbe che fossero. Father John si avvelena giorno per giorno di nostalgia, ingerendone però piccole dosi per volta, cosicché come Mitridate ha imparato a sopravvivere, anche se a volte certe crisi di sdolcinatezza fanno temere per la sua integrità psicologica. Ma il risultato di tutto questo potrebbe essere letto anche come un sogno, costruito da undici frammenti che teoricamente dovrebbero essere collegati tra loro ma che a una lettura in stato di veglia appaiono come un intreccio logicamente bizzarro, anche se emotivamente frutto di un amalgama per molti versi più omogenea di quanto non si creda. Del resto pare che Father John di onirismi se ne intenda, visto che ha raccontato, non si sa quanto seriamente, di colloquiare in sogno con Lou Reed…! Se non altro – e dobbiamo tenerne conto durante l’ascolto di questo lavoro – non manca il senso del distacco ironico che potrebbe essere un’ulteriore chiave ermeneutica di lettura.

 

Ma cosa possiamo salvare, oltre alle carrettate di violini presenti in questo disco e il romanticismo a volte un po’ sciropposo delle canzoni? L’insondabile malinconia, la disarmante bellezza, quella nostalgia che ci prende la gola leggendo assieme a lui l’ultimo dispaccio che proviene da un Novecento duro a morire sotto i colpi del presente. La musica, sempre ben condotta e arrangiata da Drew Erickson con l’aiuto di un’orchestra di undici elementi, il sax di Dan Higgins, la tromba di Wayne Bergeron e il contributo strumentale, con i suggerimenti in fase di produzione dell’amico Jonathan Wilson, sono tutti gli elementi inderogabili alla riuscita di un album come questo che, anche se non diverrà memorabile negli anni, ha comunque la capacità di farsi benvolere al primo ascolto.

Father John Misty era il batterista dei Fleet Foxes, ai tempi della loro seconda uscita discografica, 2011. Il suo percorso da solista viaggia attraverso due identità, quella più vecchia e naturale di Joshua Tillman, con cui ha inciso otto dischi dal 2003 al 2010, e quella più recente appunto come “Padre John Nebbioso”, che nell’arco di un decennio dal 2012 al 2022 l’ha condotto a produrre cinque dischi più due EP.

 

Father John Misty - Chloe and the Next 20th century 

Il brano in apertura di questo lungometraggio sonoro è Chloe. Una tromba con la sordina introduce il tema in puro stile America anni ’40, così com’è volutamente datato l’arrangiamento dell’orchestra con violini e ottoni che accennano a uno swing per ricordare le timbriche di Fletcher Anderson. Tra sbuffi di tromboni e sinuosi gemiti di clarino questi suoni sembrano provenire ammiccando da un elegante negozio di rigatteria musicale. Tracce d’organo, scivolamenti violinosi e un piacevolissimo xilofono che spruzza qualche nota di jazz sulla musica. Una old song memorabile e accattivante che non fatica a farsi amare.

Goodbye Mr. Blue, tenera ballata dedicata alla morte del suo gatto, ricorda il soundtrack di Midnight Cowboy, tra Harry Nilsson e Fred Neil. Arpeggi a fingerpicking su chitarra acustica, tono vocale di dolce mestizia e steel guitar sullo sfondo. L’unico brano che si discosta dal senso generale dell’album. O forse no, anche questa è, infatti, una storia d’amore, a suo modo, finita maluccio.

In Kiss me - I Loved You s’avvinghia alla voce un effetto elettronico tremolante, simulando una compartecipazione emotiva alla richiesta del bacio ma, ahimè, l’amore è al passato remoto e questo sembra un’effusione che suggelli un addio. Del resto, le malinconiche penombre evocate dall’orchestra lasciano pochi dubbi.

Everything but her love è un valzerone che inizia costruendosi su pochi accordi ma che poi, attraverso una serie di acrobatismi armonici, ha la pretesa di diventare un brano serio. Un po’ troppo costruito a tavolino per farne quadrare il senso musicale, con qualche lieve indecisione vocale. Un decoroso incrocio tra xilofono e piano elettrico non salva questo brano, purtroppo, da una certa mediocrità.

Buddy Rendevous è una ballata soul con tanto di sax chambre-jazz a introdurre il brano e a farsi ascoltare per brevi, troppo brevi, frammenti. La voce gentile di Father John non riesce a far decollare la linea melodica, peraltro ben fatta e mi sono chiesto che cosa sarebbe risultato con un’autentica voce soul a dare senso drammatico alla composizione.

Q4 è ricco di pennellate cinematografiche e soluzioni pop con una timbrica clavicembalista che ruota attorno agli strumenti. Sembra di trovarsi all’interno di un film di David Lynch, soprattutto nel bell’intermezzo di archi a un terzo dalla fine. Sovrabbondanza è il termine più immediato che mi viene in mente per raccontare un brano come questo e un poco meno di enfasi, secondo me, avrebbe giovato.

Olvidado - Otro Momento è una tipica bossa nova in stile “americanbrasileiro” questa volta con un arrangiamento veramente ben azzeccato che rimanda a quella frontiera temporale che in questo disco non viene mai superata, cioè il limite degli anni ’60. Persino il sax in sottofondo verso il finale pare un omaggio a Stan Getz, corroborato dalla presenza massiccia dei violini.

Funny Girl sembra quasi estrapolato da un musical sempre di quegli anni, un brano molto romantico e sostenuto – bisogna ammetterlo – da un fantastico arrangiamento orchestrale e con una tromba che si rende evidente tra un bel groove di fiati. Un tributo a Barbra Streisand?

Only a fool ha un inizio leggermente swingante sul modello di Chloe, con una melodia vincente e orecchiabile. Anche in questo caso l’arrangiamento è eccellente, con qualche nota di banjo che compare tra un sistema d’archi e una steel guitar in lontananza.

We could be strangers è molto vicina a Brian Ferry come intenzione e intonazione, tanto che se l’avesse cantata lui avremmo trovato questo pezzo perfettamente naturale alle sue caratteristiche vocali ed espressive, soprattutto quando diventano un po’ più languide.

Il brano di chiusura, The Next 20th Century, è quello che mi ha meno convinto tra tutti. Quando il film termina, la musica sui titoli di coda è di solito più rappresentativa per sostenere e rimarcare il senso totale della proiezione. L’assolo semidistruttivo di chitarra elettrica e le nacchere fanno un’accoppiata insolita ma stridente che riesce ad esprimere poco più di una freddezza distaccata. Come se l’autore avesse voluto alleggerirsi di un peso e per la verità non mi sembra giusto che questo fardello lo si debba portare proprio noi.

 

Father John Misty

 

Un disco, questo, che conquista buone posizioni nel campo sentimentale dell’ascoltatore, salvo poi parzialmente perderle per non saper mantenere un clima emotivo costante per tutto il decorso dell’album.

 

Father John Misty

Chloe and the Next 20th century

CD, vinile e audiocassetta Bella Union 2022

Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/96 kHz e su Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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