Frank Kimbrough | Ancestors

14.10.2022

Non vorrei impantanarmi nella retorica che caratterizza i commenti dell’ultimo disco postumo di Frank Kimbrough, deceduto nel 2020 per infarto cardiaco a 64 anni. Non vorrei e onestamente non potrei nemmeno, essendo venuto a conoscenza della musica di questo pianista relativamente da poco tempo. Avevo infatti ascoltato parte della monumentale opera da lui dedicata alle composizioni di Thelonious Monk, sei CD registrati nel 2018, e la curiosità mi ha successivamente portato a indagare il suo percorso risalendo al curriculum professionale. Ho scoperto così il suo portafoglio d’incisioni, almeno due dozzine di lavori a partire dal 1986, e soprattutto una serie di collaborazioni discografiche, almeno sette, con Maria Schneider, una tra i migliori compositori jazz attualmente in circolazione.

 

Insegnante alla Julliard School di New York, Kimbrough è stato un pianista molto amato e considerato, per lo meno tra i suoi colleghi, se non così dal pubblico, tanto che nel maggio dello scorso anno sessantasette musicisti si sono riuniti per ricordarlo e incidere una summa di sue composizioni: per chi fosse interessato c’è la possibilità di acquistare l’intera opera celebrativa sul sito della Newvelle Records, in download.

 

Ma com’è la musica di questo disco, Ancestors? Diciamo che s’avvicina alla linea di Solstice del 2016 ma con almeno due differenze fondamentali. Qui, innanzitutto, non c’è il classico trio piano-batteria-contrabbasso ma, al posto delle percussioni, troviamo il cornettista Kirk Knuffke, mentre il contrabbasso è affidato al musicista giapponese Masa Kamaguchi. Una formazione triadica che tra l’altro si è unita solo per la prima volta proprio in concomitanza di questa incisione.

L’altra nota importante sta nel fatto che, pur non possedendo particolari momenti di arditezze sperimentali, Ancestors tende alla rarefazione strutturale e in taluni punti la musica si riempie di pause e di silenzi, come se Kimbrough avesse avvertito – ma ogni considerazione postuma è ovviamente arbitraria – la necessità di una nuova sintassi e di una potenzialità espressiva affidata all’attenzione delle singole note, anziché all’usuale corrente fluviale delle sue melodie.

Se fino a questo disco Kimbrough, grazie alle sue quotidiane abitudini, poteva essere il protagonista ideale di un film alla Woody Allen, sempre alla ricerca d’ispirazione vagabondando per le strade, diurne e notturne nel suo quartiere nel Queens, in questo ultimo disco le cose cambiano. La dimensione ispirativa si assorbe in spazi interiorizzati, sottoposti al filtro di un rovesciamento prospettico per cui la cronaca cittadina è solo una quinta teatrale della sua ricerca profonda, un viaggio mentale senza una geografia precisa. In effetti, l’improvvisazione mette all’angolo la scrittura e in alcuni momenti si ha l’impressione che l’imbarcazione non venga timonata, lasciandola di proposito in balia delle onde e degli imprevisti meteorologici. Contribuiscono a questa sensazione di straniamento non tanto le note del piano di Kimbrough, quanto i soffi poetici ma perentori di Knuffke e il contrabbasso di Kamaguchi, che non sempre funge da collante tra gli altri strumenti, preferendo spesso una procedura autonoma e selezionando fraseggi diteggiati con molto impeto. Spazi aperti, dunque, uno stile complessivamente laconico che raggiunge talora dimensioni quasi metafisiche, ma che trasmette saltuariamente una certa sensazione di glacialità. Un esperimento contemplativo, potremmo aggiungere, un arcano parzialmente irrisolto che purtroppo non potrà più essere ulteriormente sviluppato.

 

Frank Kimbrough - Ancestors

 

Waiting in Santander, il brano di apertura, scommette sui tempi dilatati, atmosfere modali con il piano che costruisce uno spazio incorniciato dentro cui si avventurano cornetta e contrabbasso appuntando momenti di beato abbandono e di immagini sfocate.

Air si prolunga in frangenti similari dove però riemerge una visione tonale, un lasciapassare per l’interiorità, con il contrabbasso che cerca la propria dimensione congeniale, intercalandosi tra le note atemporali del piano e i respiri liberi di Knuffke, quest’ultimo già abituato dal suo praticare nell’avanguardia. Lo stupore di una visione improvvisa, quasi una teofania, ci circonda con i suoi umori tremolanti come immagini vaporose, una fata morgana che appare solo attraverso manipolazioni della mente, illusioni dell’anima.

Con November si ha invece l’impressione di rientrare dalle parti di una scrittura più ragionata, una partitura su cui i musicisti ritrovano le fila di un discorso maggiormente organizzato. La musica descrive un clima, una malinconia che si rende narrabile attraverso il percorso tracciato dalla splendida prospettiva pianistica in cui cornetta e contrabbasso ritrovano la loro ragione d’assieme. Una descrizione ambientale dove la nebbia avvolge il paesaggio d’alberi e di terra, lungo l’assetto di un melodioso procedere strumentale. Tra brani migliori e memorabili dell’intero album.

Arriviamo quindi ad Ancestors, titolo eponimo. Chissà chi sono quegli antenati a cui Kimbrough si riferiva. L’universo dei ricordi pare frammentato, misterioso. La musica si fa prospettica e bidimensionale, i singoli strumenti pare ricerchino un loro filo conduttore interrotto e disperso nel tempo. Qui siamo comunque di fronte a un “non detto” che pare affascinare più dell’esplicito e, in effetti, in tutta questa musica non c’è quasi niente di delineato, i contorni si costituiscono in qualcosa che non è un vero dialogo ma un insieme di singoli soliloqui.

Eyes è quasi un solo di cornetta, se non fosse per Kimbrough che percuote il corpo del piano con la mano creando una sorda percussione di sottofondo. Un’estetica minimalista in cui Knuffke si esprime in toni elusivi e destrutturati, una parentesi breve, quasi un riempitivo.

Jimmy G. è dedicato allo scomparso sassofonista e clarinettista texano Jimmy Giuffrè. La cornetta racconta, simula, evoca lo strumento di Giuffrè con un‘elegia più stralunata che malinconica, mentre il piano e il contrabbasso accennano a un giro blues che appare in superficie occasionalmente ma che sotto sotto anima l’intero brano, nel tentativo di prendere a schiaffi la tristezza, rifugiandosi sotto il mantello capiente della tradizione.

Con Beginning ritroviamo un po’ di scrittura, che la cornetta esegue in un grande trasporto emotivo, con quel suo soffio deciso ma gentile, contrappuntata dalle note nervose del contrabbasso e dal bellissimo tappeto armonico del piano. Kimbrough era un signor pianista e in questo brano dimostra pienamente la sua conoscenza armonica e il suo bagaglio emotivo, con quel fraseggio ben attento nel cogliere i sussurri nascosti dello spirito. Altro brano epocale, un autentico capolavoro che conclude con lo stuporoso contrabbasso, qui molto melodico ed espressivo, di Kamaguchi. Un brano come questo, si sarebbe detto un tempo, vale veramente tutto l’album.

Union Square diventa un gioco improvvisativo a due, contrabbasso e cornetta, in piena libertà e senza fissa dimora. Il basso scolpito in pietra e il fiato scultoreo riescono però ad abbozzare soltanto forme fatue, oggetti meravigliosi creati dalla fata Melusina del mito celtico, che appena formati spariscono sciogliendosi nell’aria.

Over è un ritorno all’improvvisazione selvaggia, iniziata dal contrabbasso in solo e ripresa poi dagli altri due strumenti. Il brano è molto free, privo di centro tonale e le evoluzioni randomiche della musica comunque non convincono l’ascolto. Sembra quasi che gli strumenti vogliano prevaricarsi l’un l’altro. Eppure, l’unisono di piano e tromba fa pensare a una scrittura, naturalmente interpretata con molta libertà.

Solid ritorna a climi più meditativi e a una ricerca di rapporto col silenzio, con numerose pause che appaiono immerse in un clima lunare e spettrale. Nella seconda parte del brano però sembra che i riverberi e gli spazi possano cessare da un momento all’altro, sostituiti dall’ansia di ritornare a riempire i vuoti, salvo poi, verso il finale, richiamarsi di nuovo alla metodologia scarnificante dell’inizio.

L’ultimo brano, All These Years, è quasi una ballata più tradizionale, composta dalla moglie di Kimbrough, la pianista Maryanne de Prophetis, e dedicata alla memoria di suo padre. Curioso scherzo del destino in cui uno stesso brano diventa l’epitaffio anche del suo esecutore. Nonostante l’ombra di sostanziale malinconia che ci si aspetterebbe da un pezzo come questo, scritto ad memoriam, il clima si mantiene ben lontano dai sentimentalismi e appare anche come uno tra i più strutturati dal punto di vista tonale dell’intero disco. Contiene anche un assolo molto bello di contrabbasso, suonato con vistosa energia ma che viaggia su tempi lenti, accompagnato dalle note di un piano radioso e dalla cornetta carica di nostalgia.

 

Frank Kimbrough

 

Dispiace, alfine, che questo album sia postumo, facendo apparire il tutto in una luce di evanescente lontananza. Altrettanto dispiacere mi provoca il fatto di essermi accorto in ritardo di questo artista, poco seguito da pubblico e critica, ma che ha lasciato un vuoto tra chi la musica la fa per davvero e non si limita a scriverne a posteriori, come faccio io in questa circostanza.

 

Frank Kimbrough

Ancestors

CD Sunnyside 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz e Tidal 16bit/44kHz

 

di Riccardo
Talamazzi
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