Gorillaz | The Mountain

13.03.2026
Gorillaz
Gorillaz

A venticinque anni dal loro esordio discografico, i Gorillaz rappresentano ormai un approdo culturale consolidato, un progetto che ha anticipato l’ibridazione pop dell’era digitale e la sovrabbondanza di riferimenti estetici tipica della contemporaneità. The Mountain si inserisce in questa traiettoria come un’opera concettualmente ambiziosa, dai tratti espressionisti persino a volte eccessivi. Con questo album, infatti, Damon Albarn e Jamie Hewlett sembrano voler aggiungere una sorta di Monte Analogo – citando René Daumal – nel panorama generale della loro discografia. Un'inclusione che non appare tanto figlia di un assoluto calcolo commerciale quanto di una certa urgenza emotiva innescata da eventi luttuosi che hanno colpito entrambi gli autori.

 

Damon Albarn

 

Come si sa, i Gorillaz sono un gruppo che esiste solo nella realtà dell'animazione e della grafica proveniente dalla fantasia del fumettista Hewlett, mentre solitamente l'unico musicista è il cantante e polistrumentista Damon Albarn, colonna portante del gruppo pop rock Blur. Attorno a questo nucleo virtuale ruotano per forza di cose vari musicisti ma forse mai come in questo caso il numero delle collaborazioni è stato così elevato. Il fatto è che The Mountain non è solo un album musicale ma è anche un cammino, una salita lenta e simbolica verso un luogo dove la musica, almeno nelle intenzioni, pare voler immergersi in un certo clima “spiritual pop”.

Il punto di origine di tutto è tragico, la perdita dei rispettivi padri degli Autori avvenuta a pochi giorni di distanza una dall'altra. È da lì che prende forma questo progetto che appare come un curioso assemblaggio in cui diversi collaboratori vivi e morti, quest'ultimi attraverso la conservazione di nastri registrati in cui appaiono le loro voci, dialogano tra loro attraverso un linguaggio comune veicolato appunto dalla musica. Albarn e Hewlett, hanno intrapreso un viaggio quasi consolatorio in India, che è diventato il loro orizzonte simbolico. Ciò non tanto al fine di assorbirne la filosofia, impegno non certo semplice, quanto per convincersi della necessità e dell'ineluttabilità della morte percepita non come conclusione definitiva, ma come passaggio dentro – o oltre – il ciclo karmico dell'esistenza.

 

L'album non si sviluppa attraverso una narrazione lineare ma per mezzo di stratificazione eterogenee di suoni. Ci sono infatti musicisti indiani classici, archivi riaperti alla ricerca di registrazioni dimenticate da cui emergono frammenti che sembrano resti di un mondo scomparso. Il lavoro così assemblato procede per epifanie e smottamenti, alternando sacralità e leggerezza pop, momenti di contemplazione e improvvisi scarti electro urban ma – almeno a parer mio – con un eccessivo contributo di rapper. Il risultato è una trama sonora che mira a instaurare una costante dialettica fra negazione e affermazione, dove la perdita si trasforma in presenza e ricordo attraverso il suono. Dentro questo viaggio, la musica prende la forma di un rituale, dove appunto tutte quelle voci parlano non solo tra loro ma anche emotivamente con l'ascoltatore, diventando in parte una delle caratteristiche dell'album. La musica indiana definisce l’ossatura emotiva, ma non è l’unico orizzonte, emergono anche inflessioni africane, elettroniche malinconiche, frammenti pop che ricordano giornate primaverili fuori stagione, percorsi tracciati da una nostalgia difficile da definire. Dal punto di vista estetico il progetto continua quindi a oscillare tra invenzione e sovraccarico, perché la continua alternanza tra gli inserti di musica di vario genere produce un sistema di tensioni non sempre risolte. Alcuni passaggi ricordano qualcosa di circense, come se la confusione conseguente alla moltiplicazione degli ospiti e delle idee fosse diventata un pretesto di puro divertimento. Il concept pesante e la lunga lista di ospiti trasformano talvolta The Mountain in una sorta di labirinto sonoro, affascinante da esplorare, ma non sempre facile da abitare. D'altra parte è il prezzo che si deve pagare ascoltando questa formazione pop globalista, sempre adattabile ai capricci dei suoi creatori. La ricerca spirituale di Gorillaz emerge anche come il sintomo di una frattura più profonda, dove la figura dell’artista contemporaneo risulta costretta a vivere spesso contro sé stessa, sospesa tra esigenze commerciali e introspezione. Eppure, anche nei momenti più confusi, l’album conserva sempre una certa forza magnetica. The Mountain è in fondo anche questo, una meditazione sul dolore che rifiuta la teatralità drammatica del lutto e preferisce invece trasformarla in un rituale sonoro collettivo. Ci troviamo di fronte a un album certamente smisurato, imperfetto, ma dotato di un’ambizione rara nel pop contemporaneo, fondata sulla capacità di questi Autori di assemblare un sistema aperto, globale, capace di includere tradizioni e linguaggi differenti.

 

Gorillaz - The Mountain

 

Desta stupore il brano eponimo di questo lavoro, The Mountain appunto, con cui si apre la sequenza delle tracce. Frutto di una composizione a sei mani per l'intervento dello stesso Albarn con Anoushka Shankar – figlia di Ravi e sorellastra di Norah Jones – al sitar e la partecipazione di Ajay Prasanna al flauto bansuri, il pezzo è strutturato in una forma di raga-pop al profumo dei tardi anni '60. Ritroviamo le parole dell'indimenticabile Dennis Hopper in un commento vocale, sostenuto anche dalle tabla di Viraj Acharja. Un brano quindi molto orecchiabile, occidentalizzato e anche un po' fasullo ma molto, molto piacevole.

Cambio d'atmosfera in Moon Cave, dove ci si indirizza a un lavoro disco pop dalle venature soul, zeppo d'ospiti, dalla voce di Asha Puthli a quella di Bobby Womack, dal canto dello stesso Albarn all'intervento rap di Black Thought, leader dei Roots. Una nutrita sessione d'archi introduce il brano, per poi inserirsi successivamente durante lo sviluppo dello stesso. Ben mixato, ben prodotto, pur nella moltitudine d'impulsi che contiene.

Anche The Happy Dictator è frutto di una composizione combinata, questa volta tra Albarn e gli statunitensi Sparks. Si presenta con un aspetto sempre più pop, in ritmo rigorosamente binario, qui vicino agli anni '80 e con un corposo impianto corale di nove elementi.

The Hardest Thing affronta direttamente il tema della morte: “Tu sai che la cosa più dura è dire addio a qualcuno che hai amato”. Ma prima del cantato di Albarn si ascolta la voce del defunto batterista nigeriano Tony Allen, che si esprime in lingua Yoruba. Una sovrapposizione di tromba – suonata da Chris Storr, che ha collaborato tra gli altri con Amy Winehouse e i Massive Attack – emerge da un circuito di archi e synth per quella che sembra un'elegia, forse un po' troppo chiassosa.

Orange Country è un pop assassino con un inciso che resta in testa a lungo ma basato sul contrasto tra una stessa frase del testo di The Hardest Thing – quella virgolettata poco sopra – e la scanzonata aria fischiettata, caratteristica invece di questo brano. Il sitar della Shankar, la tastiera di Santiago Alvarado che imita gli ottoni in sottofondo e la voce umbratile della poetessa cantante Kara Jackson completano questo più che grazioso quadretto pop.

The God of Lying è un reggae strascicato infarcito di effetti elettronici e delle voci del gruppo postpunk degli Idles, a mio parere un episodio decoroso ma poco più.

The Empty Dream Machine si propone all'ascolto come una melodia gradevole, costruita armonicamente con qualche interscambio modale e con una doppia componente cordofona rappresentata sia dalla chitarra elettrica di Johnny Marr – ex Smiths – e dal sitar della Shankar suonato idealmente come fosse anch'esso una chitarra. Ascoltiamo anche Black Though che rappeggia in compagnia della voce di Albarn e di un buon supporto corale.

 

Gorillaz - The Mountain

 

The Manifesto vede alternarsi non uno ma due rapper diversi, l'argentino Trueno e lo statunitense Proof. Il resto è un gorgo sonoro di cori, archi, percussioni, tastiere, frammenti vocali d'origine incerta. Brano confuso, lontano dalle mie corde.

The Plastic Guru si avvale di un coro tutto indiano mentre in trasparenza si ascolta l'elettrica di Marr e il sitar della Shankar. Il pezzo è tracciato dall'elettronica con un ritornello che ricorda il brit pop degli anni '90, finendo tra l'altro in un caos riprodotto di rumori urbani.

Delirium è un altro pop elettro dance che vive sotto una pioggia di archi e di cori, con il contributo postumo della voce di Mark E. Smith, leader dei Fall. Se ne poteva anche fare a meno...

Damascus recupera, almeno inizialmente, un po' di quella atmosfera orientale che impreziosisce l'album, muovendosi in un contesto tutt'altro che statico, mentre scivola verso ritmi dance, affidandosi all'intervento sia del cantante siriano Omar Souleyman – una delle massime autorità della danza popolare araba, la dabka – che del rapper statunitense Yasiin Bey, conosciuto anche con lo pseudonimo di Mos Def.

The Shadow Light chiama in causa l'apporto della cantante e attrice indiana Asha Bhosle che, ultranovantenne, si presta a cantare i versi più significativi dell'album: “Fai scendere la mia barca nelle acque profonde / E portami dall'altra part e/ Dove non c'è gioia né dolore / Né vittoria né sconfitta / Dove l'universo diventa tutt'uno con me". Il brano si muove seguendo una cadenza moderata, la Bhosle si alterna al canto con Albarn in una perfetta miscela Indi-pop. Verso il finale interviene anche la voce di Vijayaa Shankar a completare la foto di famiglia, staccandosi dal coro – per altro onnipresente in quasi tutti i brani – e andando a solleticare le timbriche sovracute che chiuderanno il pezzo.

Casablanca è una quasi ballata in mid-tempo, con gli arpeggi della chitarra che si ascoltano in sottofondo sempre di Marr. Ma questa volta al coro si unisce anche Paul Simonon, ex bassista dei mai dimenticati Clash.

The Sweet Prince racconta della difficoltà di manifestare l'affetto verso il padre morente, per una sorta di pudore reciproco che delimita quasi sempre i confini tra genitori e figli adulti. Un buon margine d'accompagnamento è affidato al bansuri di Ajay Prasanna, oltre che alla fidata chitarra elettrica di Marr. Ma si ascolta anche una buona mescolanza di sitar e strumentazioni elettroniche.

Si chiude con The Sad God in 6/8 dove Black Though, per la gioia dei suoi follower, ci concede un altro episodio rap. Cori, sitar, flauti accompagnano la voce di Albarn mentre si adopera in una melodia dall'incedere seducente.

 

Gorillaz

 

The Mountain può essere letto come un ulteriore capitolo della lunga riflessione estetica che i Gorillaz conducono da oltre due decenni sull’idea stessa di pop come spazio di convergenza culturale. Se nei primi anni il progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett appariva come un’intuizione quasi profetica – un laboratorio di ibridazione tra linguaggi musicali, media e identità virtuali – oggi quella visione sembra essersi trasformata in una struttura ormai pienamente integrata nella grammatica della cultura contemporanea. In questo senso, The Mountain non si limita a proseguire quella traiettoria ma ne radicalizza alcuni presupposti. L’album porta infatti alle estreme conseguenze la logica dell’accumulo e della contaminazione, trasformando la pluralità di collaborazioni, gli archivi sonori e le tradizioni musicali in una vera e propria poetica della sovraesposizione. Non si tratta tanto di costruire una sintesi coerente quanto piuttosto di accettare la convivenza di livelli differenti di memoria e presente, spiritualità e industria culturale, tradizione e pop globale. Il risultato è un’opera che si sottrae deliberatamente alla compattezza formale tipica dell’album pop classico.

The Mountain assomiglia piuttosto a uno spazio aperto, in cui la musica diventa il luogo di una negoziazione simbolica tra perdita e sopravvivenza. In questo senso, la presenza di registrazioni provenienti da collaboratori scomparsi assume un valore non soltanto emotivo ma anche concettuale, dato che la traccia sonora diventa testimonianza, reliquia, persistenza della voce oltre la sua dimensione biologica. Da qui deriva anche l’ambivalenza che attraversa l’intero lavoro. La tensione tra ambizione concettuale e dispersione formale non rappresenta necessariamente un limite strutturale, ma può essere interpretata come la conseguenza inevitabile di un progetto che sceglie deliberatamente l’eccesso come metodo. La montagna evocata dal titolo non è soltanto una metafora spirituale o autobiografica, ma anche la figura di un accumulo stratificato, un paesaggio sonoro complesso in cui orientarsi è sempre piacevole ma richiede oltremodo tempo, pazienza e naturalmente disponibilità all’ascolto.

 

Damon Albarn

 

The Mountain, più che un semplice episodio creativo, appare come una riflessione meta-musicale sull'identità artistica, un progetto che continua a interrogarsi riguardo la possibilità di conciliare dimensione popolare e ambizione autoriale, immediatezza comunicativa e densità simbolica. Ciò che infine emerge è la consapevolezza che il pop contemporaneo non può più essere pensato come un linguaggio unitario ma piuttosto come una costellazione di frammenti eterogenei, peraltro sempre in continuo, reciproco movimento.

 

Gorillaz

The Mountain
CD e LP Kong 2026

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz, su Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz, su Spotify 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.

di Riccardo
Talamazzi
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