Grace Cummings | Storm Queen

25.03.2022

Ci si aspetterebbero sussurri e delicatezze dalla copertina un po’ fuorviante come quella che rappresenta Storm Queen, il secondo lavoro in uscita dell’autrice australiana Grace Cummings. Il bel volto di profilo dell’artista è a pochi centimetri da un pappagallo colorato che le si appoggia sulla mano. L’immagine aggraziata viene invece scossa dal contenuto musicale turbolento, rappresentato da una vocalità ondivaga, a tratti impetuosa e torrentizia e altre volte meno aggressiva ma che conserva sempre una certa ruvidità di fondo, anche in quelle sezioni che vorrebbero mostrarsi più intime e accondiscendenti.

 

La Cummings è una folk-singer che senza tentennamenti martella la sua chitarra con l’efficacia di un crudo accompagnamento atto a sostenere l’esuberanza e il fascino delle sue canzoni. Attorno a lei si muovono strumentisti a sottolineare tutte le asperità della sua voce, un cantato che a tratti ricorda la possessione sciamanica di Diamanda Galas e atre volte la disincantata espressività della Patti Smith di Horses. Ma le ballate sgranate una dopo l’altra di questo album ricordano l’intenzione dylaniana, sia nelle sequenze degli accordi pieni che nell’eloquenza a tratti un po’ retorica di chi s’impegna a narrare argomentazioni urgenti e irrinunciabili. È comunque un lavoro, questo Storm Queen, che colpisce allo stomaco, pieno di foschie seducenti e di vertiginosa bellezza. Un collage dissacrante e poetico animato quasi da una frenetica tensione esplorativa, sempre sul crinale tra perdita di controllo e interiori rasserenamenti, tra visioni allucinate e imprevedibili ripiegamenti su di sé. La costruzione matericamente grezza dei brani s’allinea alla volontà di non scivolare mai nel miele, increspando suoni e voci per mantenere quella modalità di riflessione a cuore aperto che caratterizza i migliori folk singer.

 

Grace Cummings - Storm Queen

 

Biglietto da visita più che esplicativo ci viene proposto dalla prima traccia dell’album, Heaven, un moderno, potentissimo gospel dove la voce della Cummings trascorre, attraverso alcune simbologie religiose, i diversi gradi della sua potenzialità espressiva, dalla rugosità declamatoria alla drammatica risonanza di un grido inascoltato. Affianca la chitarra acustica un arpeggio elettrico che s’annuncia quasi in sordina, con note allungate, per poi irruvidirsi in una parentesi di moderata distorsione, dove l’Ave Maria intonata verso la fine assume i contorni quasi di un blasfemo salmodiare.

Always New Days Always procede con più calma, quasi con dolcezza, danzando tra i toni in chiaroscuro della voce della Cummings in una ballata accompagnata nel finale da un coretto vocale femminile, a donare al brano un aspetto quasi leggiadro.

Un andamento tranquillo lo si evidenzia anche in Dreams, una pop song più canonica, dall’impronta romantica, dove appare il pianoforte ad arricchire l’accompagnamento. La voce è sempre intinta nella pece ma quando si alza vola sicura e limpida, con una timbrica che mi ha rammentato Annie Lennox.

Up in Flames esordisce con un canto che più dylaniano non si può, voce e chitarra come ai tempi del Greenwich Village, ma con la differenza sostanziale che dagli anni ’60 a oggi sono passati giusto… sessant’anni. Ora è pur vero che i generi musicali sono destinati a durare eternamente ed è altrettanto vero che la Cummings ci mette la giusta convinzione in questa particolare riflessione sul rogo della cattedrale di Notre-Dame, 15 aprile 2019, ma la riproposizione di vecchi, pur illustri stilemi espressivi, in una forma del tutto simile a quella già conosciuta, lascia qualche momento di perplessità.

Freak accende gli eventuali brividi sopiti con il rimarcare del piano e dei violini country-style in una ballata anch’essa retta fondamentalmente da una chitarra acustica e dalla voce. Nel finale lo splendido coro gospel chiude il brano in stato di autentica grazia divina.

Here is the Rose ci rimanda alle abitudini delle ballad in fingerpicking, al modello un po’ malinconico di Townes Van Zandt, che peraltro verrà espressamente citato nella title track Storm Queen. Anche in questo frangente entrano i violini nel finale, con il loro dichiarato intento bucolico.

Raglan potrebbe essere inquadrato, a norma di legge, come un classico brano country e non soltanto per l’intervento del banjo e dei soliti violini. Tuttavia, l’andamento e i passaggi di accordi, soprattutto iniziali, ricordano i Led Zeppelin acustici di Tangerine, creando un curioso ibrido dalla paternità incerta.

Two Little Birds è poco più di un ricamino di voce e chitarra con un intervento di piano aggiunto, all’insegna di un minimalismo compositivo forse troppo sparagnino.

This Day in May è asciutto come un torrente in secca e si sviluppa su tre accordi, non uno in più, con la voce della Cummings che si mantiene comunque entro una connotazione drammatica e convincente. Sembra addirittura di ascoltare, nelle tonalità vocali più basse, qualcosa della scura ruggine di Nina Simone.

All’inizio di Storm Queen c’è quella citazione di Van Zandt di cui avevamo già accennato poco sopra. Il brano è condizionato da un sax baritono dal barrito elefantino che in parte ci rimanda al ricordo dei Morphine – uno tra i gruppi più sfortunati della storia del rock – e in parte alle ruvidità di un Dave Van Ronk, soprattutto nella struttura del brano, un po’ monotono ma espressivamente potente.

Fly a Kite è forse tra i brani migliori per costruzione melodica, possiede un dondolio molto fifties e avrebbe potuto essere cantata da Elvis Presley o da Rufus Wainwright quando sognava di essere Judy Garland. L’invenzione del teremin finale, con quel suo caratteristico fischio inquietante, è però una bella trovata melodrammatica.

 

Quello che abbiamo tra le mani è comunque un signor disco, cantato bene e suonato altrettanto, quanto basta, insomma, per essere posizionarlo nell’ambito del miglior folk attuale con una voce poi, quella della Cummings, che non si riesce a dimenticare tanto facilmente.

 

Grace Cummings

Storm Queen

CD Fresh Sound New Talent 2021

Reperibile in streaming su Qobuz 16 bit/48kHz e Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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