Jan Johansson | Jazz på svenska

15.03.2024

Il primo riferimento che di solito torna in mente quando pensiamo al jazz nordico è quello dell'Esbjorn Svensson Trio. Questo gruppo svedese realmente innovativo, sulla scena internazionale dal 1993 fino al 2008, anno in cui morì Svensson, ha sovvertito il modello universalizzato del jazz di matrice prettamente statunitense immettendo nel modo di suonare robuste componenti ritmiche di provenienza rock, elementi elettronici e folkloristici ma anche frammenti della tradizione classica europea – quest'ultima influenza la si può nettamente percepire nell'unico disco solo di Svensson, Home.S., pubblicato postumo nel 2022. Tanto che oggi, quando parliamo di jazz del Nord Europa, riusciamo a farci un'idea abbastanza delineata di questa musica riferendoci appunto alla particolare sonorità degli E.S.T.: una miscela di jazz e tradizione, sia colta che popolare, con l'aggiunta di qualche suggestione ambientale propria della geografia delle loro terre.

 

In realtà gli stessi gruppi scandinavi, non solo svedesi, riconoscono quasi all'unanimità che il padre del loro modo d'intendere il jazz contemporaneo è stato Jan Johansson, pianista sconosciuto ai più ma amatissimo in Svezia, che morì nel 1968, a trentasette anni, in un incidente automobilistico. Tra tutta l'opera di questo musicista c'è un album in particolare, l'iconico Jazz på svenska – tradotto, Jazz per gli Svedesi – pubblicato per la prima volta in LP nel 1964, ristampato anche in CD nel 2005 e tuttora reperibile in vinile.

Ora, grazie alla possibilità offerta dal digitale, questo lavoro è diventato facilmente disponibile sulle principali piattaforme di streaming, in alta qualità audio e con qualche – per me molto interessante – aggiunta di bonus track, sotto forma di versioni alternative di alcuni tra i brani in scaletta, abbuoni già presenti anche nell'edizione CD del 2005.

 

Ma perché occuparci di un album uscito giusto sessant'anni fa a opera di un autore che in pratica nessuno o quasi conosce? Prima di tutto per le ragioni sovra esposte, rimarcando il debito di riconoscenza che i jazzisti contemporanei – non solo scandinavi – devono a Johansson. E poi perché Jazz på svenska, nel suo genere, è un capolavoro di grazia e bellezza. Suonato in duo con un contrabbassista nato in Cecoslovacchia – ma svedese d'adozione – George Riedel, scomparso a febbraio di quest'anno, l'album propone vecchie canzoni della tradizione popolare, melodie semplici e accattivanti ma tradotte in modo così peculiare da aver reso questo lavoro giustamente unico nel suo genere, almeno per i tempi in cui fu concepito e pubblicato.

 

Johansson non era comunque piovuto dal nulla sulla scena musicale svedese. Aveva affiancato Stan Getz nel suo tour scandinavo dal '58 al '60, accompagnò Oscar Pettiford anche lui in quel di Copenaghen, aveva suonato con il sassofonista Arne Domnerus, altra gloria del panorama musicale in terra di Svezia. In Jazz på svenska Johansson dimostra un particolarissimo modo di suonare, accentando le note della melodia, riducendo al minimo la componente accordale per poter creare degli intriganti contrappunti tra l'asciutta linea di bassi – in questo aiutato dai soffici pizzicati del contrabbassista – in modo da mantenere integra o quasi la linea di sviluppo della canzone tradizionale. Numerose sono le alternanze di tonalità maggiori e minori tra le quali provano a infilarsi sporadiche scale blues. Sembra quasi che il pianista adotti una linea espressiva caratterizzata da influenze barocche, senza cluster della mano sinistra, però mantenendo un'idea di modernità – e anche in questo sta la sua grandezza – in grado di raccontare, almeno per i tempi, una musica realmente diversa dal jazz fino ad allora conosciuto.

Lo stile, che potrei definire quasi “bachiano“, conduce a un assetto finale strutturato in una curiosa mescolanza di passato e presente, con qualcosa di fiabesco per via dei colori sfumati e per le allusioni a creature e storie classiche del mito nordico.

Un minimalismo ante litteram? Al di là dell'asciutta dimensione strumentale – stiamo parlando di un duo, in definitiva – Johansson non ha molto da spartire con i moderni cultori di questo genere, qui non ci sono bordoni estenuanti né insistite procedure modali tirate per le lunghe. Si respira comunque un clima familiare, assieme a un'intimità suggerita dal dialogare sobrio dei due strumentisti, spesso pervaso da un sentimento malinconico connaturato con le tematiche stesse dei brani.

 

Jan Johansson - Jazz på svenska

 

Visa från Utanmyra apre la sequenza dei brani, dove Utanmyra è un villaggio della contea di Dalarna, nella Svezia centrale. Il testo di questa canzone è originariamente attribuito a un autore settecentesco, poi rivisitato da Bjorn Lindroth, poeta e regista cinematografico svedese. La musica ha un cammino innodico, vagamente marziale, nonostante il testo racconti la storia di un incontro d'amore. Il contrabbasso introduce il brano con poche note sulle quali Johansson continua a ripetere la melodia con un accompagnamento inizialmente rarefatto della mano sinistra e poi via via più elaborato. Tra una frase e l'altra compare qualche rubato, qualche scala d'ispirazione blues. Ma questi inserti sono interposti con molta attenzione e si avverte come il pianista accolga l'imperativo di non oscurare mai la cantabilità del brano.

Gånglek fran Alvdalen – tradotto, Danza da Alvdalen – segue subito dopo. Alvdalen è una cittadina situata sempre nella contea di Dalarna e la musica si svolge con un piglio più allegro e intenso, sulle ali di un suono agile e maggiormente ricco di variabili jazzate. L'impostazione strutturale seguita da Johansson è comunque la medesima del brano che lo precede, nonostante le differenze formali. Massimo rispetto per la melodia e presenza di briosi fraseggi estemporanei ad animare di modernità la narrazione tradizionale.

Polska från Medelpad, dove per “polacca” si intende la nota danza popolare, questa volta proviene da una provincia svedese che si affaccia a Est nel golfo di Botnia. Johansson modifica il ritmo naturale di questa danza, in origine un ¾, spostando gli accenti verso un 2/4 dall'aspetto più serioso ed energico. Ma progredendo nello sviluppo, la musica tende ad addolcirsi di ombre languide. Se questo brano fosse stato suonato al clavicembalo avrebbe reso ugualmente l'idea di partenza, anche perché l'uso del pedale di sostegno viene riservato alla sola seconda parte del brano, più elaborata e sublimata in venature malinconiche.

Visa från Rattvik ripropone l'attenzione sulla regione, centrale della Dalarna e sulla piccola cittadina di Rattvik. Uno tra i motivi più incantevoli nella propria semplicità, pieno d'una grazia che rimanda a ricordi infantili e delicati. Quasi non si avverte il contrabbasso, parzialmente inglobato dall'attività melodica del pianoforte. Dopo l'esposizione del tema, Johansson elabora il brano armonizzandolo altalenandosi tra tonalità minore e maggiore. L'improvvisazione riesce bene senza abbandonare l'atmosfera confidenziale che anima il pezzo e prevede inoltre qualche fraseggio jazzy in coerente comprimarietà con il lirismo melodico fin qui espresso.

Brudmarsch Efter Larshöga Jonke è una marcia nuziale dedicata a un famoso e mistico violinista ma, come tutte le musiche ufficiali, risente di una rigidità eccessiva che Johansson tenta d'ammorbidire fluttuando tra le note per cercare di arrotondarne le naturali spigolosità.

Vallåt från Jämtland fa riferimento a un'altra regione della Svezia situata nella parte settentrionale del Paese. Il brano allude a un'antica struttura melodica che usavano i pastori del luogo per richiamare gli animali nelle loro stalle. Questo è anche l'unico brano in cui ascoltiamo il contrabbasso suonato con l'archetto. Le note sono spaziate, rarefatte e suadenti. Piene di echi, sembrano perdersi tra le campagne ed evocano atmosfere serotine, quando la giornata di duro lavoro volge al termine.

 

Jan Johansson

 

Emigrantvisa, come suggerisce il titolo, parla dell'emigrazione svedese in America. Un po' sorprendente pensare a un'epoca migratoria appartenuta a una nazione icona di benessere come la Svezia, ma a questo punto mi chiedo se sia mai esistita una regione al mondo esente da avvenimenti di questo tipo... Com'è lecito aspettarsi dal commento musicale suggerito dal brano, il tono complessivo trasuda una certa tristezza ma possiamo goderci un bell'intermezzo improvvisato d'impronta marcatamente jazzistica, con scale veloci e armonizzazioni formalmente preziose, direi quasi alla Bill Evans, realizzandosi una tra le elaborazioni più moderne dell'intero album.

L'aspetto misterioso e a tratti più giocoso di Berg-Kristis Polska lo attribuiamo al fatto che il brano è dedicato a un troll, una figura umanoide che appartiene alla tradizione mitico-favolistica della Scandinavia. Queste creature animano da sempre, sotto nomi diversi, gli aspetti più fittamente boschivi dei territori europei. Il brano, a tratti caricaturale, sembra ritrarre i passi furtivi e descrivere le orme lasciate sulla neve dal personaggio. Man mano che il pezzo procede aumenta la confidenza immaginaria verso questo troll e il clima pare incrementarsi di vigore e velocità esecutiva, indirizzandosi verso un aspetto giocoso e maggiormente scanzonato. Johansson suona con fantasia e le note finali, sfumando, sembrano alludere al progressivo allontanamento della creatura e alla sua graduale scomparsa dalla vista, in un contesto immerso tra sogno e realtà.

Leksands skänklåt è la rielaborazione di un canto che veniva intonato durante i matrimoni quando arrivavano i momenti dei parecchi brindisi cerimoniali. Ritorna in questo contesto l'andamento barocco della musica che si era un po' perso nei brani precedenti, più modernizzati. La stranezza del pezzo sta nel fatto che quello che dovrebbe essere ipoteticamente un momento di verace allegria viene interpretato con un'aria inaspettatamente più lirica. Si conclude con una sovrapposizione della melodia suonata all'unisono in punti differenti della tastiera.

Grammal bröllopsmarsch è un'altra marcia nuziale, ma questa contiene un'inaspettata e insolita breve sequenza di note dissonanti, mentre la melodia si ripete alterando la velocità d'esecuzione. Tra i brani meno convincenti dell'album.

Visa från Jarna riguarda una cittadina vicina a Stoccolma. La musica scorre in assoluta, infantile semplicità, praticamente senza nessun supporto armonico se non una rigorosa linea di contrabbasso.

Polska efter Höök Olle, dedicata a un compositore e violinista svedese, riprende i canoni della polacca e la sua naturale cadenza ritmica in ¾. Un brano obliquo e un po' sfuggente con una più larga partecipazione affidata al contrabbasso.

Questo pezzo è l'ultimo della sequenza originale presente nell'album del 1964. Nella versione del 2005 e in quella in streaming sono aggiunte quattro alternative take, rispettivamente di Visa från Utanmyra, Gånglek från Alvdalen, Leksands skänklåt ed Emigrantvisa. I brani sono arricchiti maggiormente da componenti più jazzate, suonano più liberi, brillanti e moderni e c'è da stupirsi come siano stati originariamente scartati a favore delle altre versioni originali. Vi sono perfino fugaci inserti mozartiani e si ascolta una scioltezza che non compare nella sequenza ufficiale dell'album. Alla fine di quest'ultima Visa från Järna sentiamo Johansson pronunciare un “arrivederci” in italiano, invito che abbiamo accolto dopo sessant'anni e che celebriamo ora in questo omaggio, pur se tardivo, all'autore svedese.

 

Jan Johansson

 

Si respira un'aria buona in questo album, parzialmente rimosso ma mai dimenticato, del pianista al quale l'attuale onda musicale nordica deve indubbiamente più di un semplice contributo. L'ardente melodismo di Johansson non è un vezzo pregiudiziale ma un'evidente rispetto verso la tradizione musicale e storica del suo Paese. D'altra parte, il linguaggio jazzistico utilizzato è genuino, leggero nel senso del tocco, essenziale nella sua struttura portante. Non siamo quindi di fronte a un personaggio solitario e poetico, immerso nella Natura come un novello Whitman, tanto per intenderci. Invece Johansson è un musicista compreso nella vitalistica realtà contemporanea di allora, sincero nel suo progetto e in perfetta sintonia con il suo sodale contrabbassista Riedel.

Jazz på svenska è un album da ascoltare assolutamente, non tanto perché lo si debba più o meno apprezzare di per sé, ma per poter cogliere quei fili che lo legano all'attuale scena jazzistica scandinava, volente o nolente forse la novità musicale più importante di questi ultimi trent'anni.

 

Jan Johansson

Jazz på svenska

LP 1964, CD 2005 Heptagon Records
Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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