Jim Ghedi | Wasteland

11.04.2025

Wasteland non è un semplice album di musica folk. Jim Ghedi, con la sua quarta fatica da solista, ci consegna un'opera potente e oscura, un'elegia distopica dedicata apparentemente alla Gran Bretagna in declino. Ma viene il sospetto che non sia solo una questione riguardante la terra d'Albione, perché questo lavoro parla di perdita, di disillusione, di un senso di sradicamento che sembra pervadere la società contemporanea. Si tratta di una dichiarazione, tanto potente quanto necessaria, che avvolge, a ben ascoltare, tutto il sistema attuale e lo mette in parte a nudo in modo spietato. In effetti Wasteland – il titolo dell'album s'ispira a un poemetto di T. S. Eliot del 1922 – pulsa di tensioni e contrasti. Tematiche sociali e politiche si intrecciano a momenti di intimità personale, un dualismo che Ghedi padroneggia con una maturità rara. Temi come la perdita, il capitalismo predatorio e la frammentazione sociale trovano posto in un album che, pur essendo radicato nella tradizione folk britannica, si spinge oltre, verso territori nuovi e inaspettati.

 

I paesaggi sonori sembrano piuttosto diversi da quelli che ci aspetteremmo, a partire dalla scelta degli strumenti, spesso registrati in sovrasaturazione a un passo – magari anche oltre – la distorsione, per cui ad esempio chitarre elettriche, synth, archi e armonium si sovrappongono creando un insieme turbolento, sorprendente e poco etichettabile, a tratti realmente sperimentale. Ghedi si confronta dunque con la desolazione di una società in frantumi, dove strutture sociali e paesaggi si sono trasformati in qualcosa di irriconoscibile. La sua è una visione che affonda le radici nella tradizione folk degli anni '70 ma che al contempo si proietta verso un futuro incerto, avvalendosi di un linguaggio musicale audace e innovativo e fondamentalmente di grande impatto drammatico, persino apocalittico. Da questo punto di vista potrei dire che quell'atteggiamento così vicino alla tradizione popolare e che nei due decenni dagli anni ‘60 alla fine dei ‘70 aveva raggiunto il massimo dell'intensità in Gran Bretagna, oggi si è incupito e rabbuiato e i versi d'amore dedicati alla terra e alle campagne, oltre che agli esseri umani, si sono a tal punto introvertiti da apparire poco più di moniti profetici e lamentazioni visionarie. Ma, andando oltre la semplice osservazione critica dello stato delle cose, in gioco c'è l'identità umana, schiacciata da un ambiente che cambia, quasi mai in meglio, e da uno sviluppo tecnologico così veloce che, come accennava Heidegger, non lascia il tempo né per capire né per adeguarvisi.

 

Al primo ascolto di questo album colpisce la voce di Ghedi, potente e tragica, che prevede spesso l'uso del falsetto. Quando la sua espressività vocale tende ad assomigliare ai padri nobili della tradizione folk possiamo avere l'illusione nostalgica che tutto debba tornare alla norma, indietro negli anni, ai tempi di Marthy Carthy o del primo Richard Thompson. Ma il miraggio dura poco perché la “terra desolata” di cui si parla è anche quella in cui viviamo quotidianamente e la realtà bussa oggi alla nostra porta mostrandoci senza maschere la tensione distruttiva del nostro modello di civiltà.

 

Jim Ghedi, oltre a cantare, suona le chitarre, l'armonium, il synth e qualche percussione. Accanto a lui registriamo la presenza agli archi di David Grubbe e di Daniel Bridgwood-Hill, il basso elettrico e contrabbasso di Neal Hepplestone, la batteria e percussioni sotto la cura di Joe Danks e con Dean Honer ai synth. Non manca l'apporto vocale di Cormac McDiamada, Ruth Clinton e Amelia Baker.

 

Jim Ghedi - Wasteland

 

Old Stone è il primo brano che si consegna all'ascolto e funziona da termine di paragone per quello che sarà il tono generale dell'album. Vi troviamo una voce che ne determina il sigillo potentemente drammatico e che sfuma spesso nel falsetto, tra algide parti di chitarra elettrica fino ad arrivare ad una melodia dolente sostenuta dai violini e dalla batteria. Il brano viene attraversato da traiettorie di suoni metallici, in parte sintetici in parte risultanti dalle sovrapposizioni strumentali e cresce nel finale saturandosi con voci a sostegno corale.

What Will Become of England è un traditional che racconta di sofferenze della classe operaia e si svolge sul classico bordone molto presente nei brani della tradizione britannica, probabilmente ottenuto con archi e armonium. La chitarra acustica cerca di alleggerire il clima, la voce di Ghedi assume i caratteri estetici più storici dei folk singer inglesi così come abbiamo imparato a conoscerli nel passato più prossimo di questa forma musicale.

Newtondale/ Blue John è un accorpamento di una coppia di brani accreditati al clarinettista Dave Sheperd, anche se per la verità sembrano due momenti danzanti, popolari e molto ritmati a suon di violini con effetti elettronici di sottofondo che tendono a simulare il suono delle cornamuse. Tamburi e chitarra acustica ne irrobustiscono la struttura e serviranno soprattutto nella seconda parte quando il ritmo aumenta e con esso la foga strumentale.

La title track Wasteland potrebbe essere ancora più emozionante di quello che è, con quello stile timbrato da un'acida chitarra elettrica e la veste da ballata lenta a ricordare i Fairport Convention. Purtroppo, un accompagnamento esuberante con violini eccessivamente evidenti ne altera la trasparenza e manda fuori misura il destino di questo brano. Peccato.

 

Jim Ghedi

 

Invece Just a Note resta asciutta come dovrebbe essere. Si tratta di un pezzo dello storico autore e poeta drammaturgo inglese Ewan MacColl, uno dei principali artefici del folk revival britannico. Di lui si ricorda ancora il giudizio negativo che pronunciò nei riguardi di Bob Dylan, durante la sua tournée al di qua dell'Atlantico negli anni'60. Si comincia con solo la voce che poi viene ad essere affiancata dagli archi e Ghedi, tra l'altro, canta molto bene, con partecipazione e dovuto spessore drammatico.

Sheaf & Feld, invece, è uno shock. Sembra una danse macabre, un lugubre e stregonesco surrogato di death metal animato da un muro di chitarre e distorsioni, più l'aggiunta di effetti elettronici stridenti. Una ballata dolente, insomma, piuttosto sinistra, con tanto di hand clap a scandirne il tempo.

Hester emerge tra i brani migliori con una certa dolcezza e una corolla di chitarra elettrica che ne racchiude il profumo. Bella melodia piena di rimandi folk rock, se non fosse che anche qui si esagera con gli archi, tuttavia il brano non perde di fascino e chiude con la cadenza rallentata di voce e chitarra.

The Seasons è cantato a cappella da quattro voci che si stratificano in progressione intonando una poesia del saggista Joseph Campbell. Una piccola gemma, spogliata da ogni strumento che non sia il contributo vocale, dove le voci si sommano e si sottraggono a mano a mano che il brano procede e finisce.

Wishing Tree riprende i toni cupi e melodici che caratterizzano l'anima esulcerata di questo album. Il brano resta in bilico tra rock ballad dal sapore gothic progressive e una semplice folk song per voce e chitarra.

Trafford Road Ballad è un rifacimento di una canzone del già citato Ewan McColl con un testo contro la guerra, quanto mai attuale oggi come oggi. Il costrutto è assemblato dalla voce, dalla chitarra, da un violino con un bordone che sostiene imperterrito il percorso del testo, fino al finale condito di suoni minacciosi.

 

Jim Ghedi

 

Un album come Wasteland rischia molto sulla propria pelle, perché potrebbe deludere chi è romanticamente legato a un certo modo di intendere la tradizione folk, tramandato nel Tempo da cantori che hanno celebrato gli antichi riti affini alla Terra e alle stagioni, raccontando storie d'amore, di guerra, di partenze e di solitudini. In questo caso, invece, s'intende descrivere la paura del futuro, l'incombere di cambiamenti radicali che possano, un giorno, alterare definitivamente l'equilibrio tra l'Uomo e il Mondo. Di sicuro Ghedi si conferma un narratore di tutto rispetto, capace di fondere sapientemente antico e moderno, osando spesso l'inosabile, specie quando si entra in un territorio tradizionalista come il folk. Qualche eccesso qui e là non altera il giudizio complessivo sull'album che merita di essere valutato per una buona dose di coraggio, oltre che per la sua bellezza.

 

Jim Ghedi

Wasteland
CD e LP Basin Rock

Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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