Karin Krog | Tomorrow's Yesterday

06.03.2026
Karin Krog
Karin Krog

A sessantadue anni dall'esordio discografico e dopo aver pubblicato circa trentacinque album, la cantante jazz norvegese Karin Krog torna con Tomorrow’s Yesterday, un lavoro quasi tutto realizzato da standard, a parte un paio di brani, tra i quali l'eponimo dell'album composto da John Surman. Questo titolo è già di per sé una dichiarazione poetica, alludendo al Tempo come snodo circolare tra passato e futuro. Ed è quello che si verifica in questo caso dove, attraverso un atto di consapevolezza artistica, la Krog fa di questo album una sorta di attestato a coronamento di una carriera eccezionale. Non solo, ma quest'ultima pubblicazione si colloca anche come operazione di sintesi nel percorso della cantante, confermando una linea procedurale coerente dove dominano la centralità del timbro, il rigore formale e l'interazione paritaria, come in questo caso, in relazione ad un ensemble eccezionale di musicisti. Ed è in fondo come se Karin Krog avesse percorso un'affascinante e strana parabola esistenziale e ora tornasse al punto di partenza con occhi nuovi. La voce, nel tempo, si è un po' arrochita – talora assomiglia a quella della Faithfull più matura o, per contro, a quella fluida di Jimmy Smith – con qualche fisiologico tremolio che però dona alle canzoni quel velo di fascino tutto particolare, legato alle varie esperienze della vita. Non solo un pizzico di nostalgia, quindi, ma un canto che è presenza viva e attuale, attraversato dai battiti del tempo e per questo reso più vero.

 

La scelta della dimensione ridotta – la cantante si gioca la performance combinandosi a volte in duo o in trio – è quasi una necessaria semplificazione in cui la chitarra cesellata di Rob Luft e i fiati di John Surman costruiscono un ambiente sonoro rarefatto, talvolta scabro, dove la voce si muove con una libertà che non concede nulla alla maniera. Nella seconda parte Erlend Slettevoll al pianoforte e piano elettrico, insieme al vibrafono di Rob Waring, genera una trama più trasparente che esalta le sfumature timbriche della Krog. In Tomorrow's Yesterday non c’è alcuna indulgenza al manierismo perché la cantante norvegese attraversa standard e territori improvvisati con il fuoco sacro dell'interpretazione, alle volte vicino all'ironia e altre volte con veste più cupa, ma cercando di rimanere il più possibile lontana dalla retorica romantica. È un equilibrio sottile in cui la sua voce si muove tra controllo e abbandono, relazionando memoria e reinvenzione in una visione omogenea senza strappi o risoluzioni bizzarre. La sua esperienza – temprata da decenni di incontri con figure come Kenny Drew, Niels-Henning Ørsted Pedersen, Jan Garbarek, Dexter Gordon, Steve Swallow, Archie Shepp e lo stesso Surman – le permette di sciogliere il grumo dei sentimenti che accompagnano i pezzi scelti, tutti abbondantemente collaudati, e di avere su di essi un controllo quasi ascetico, per poterli rappresentare con classe e partecipazione. L’estetica complessiva si fonda su una certa parsimonia di note – la Krog non esagera né in gorgheggi né in imprevedibili plissettature – contando sull'espressività di una voce vissuta ma tecnicamente ancora salda, valorizzandone le naturali asperità come dato espressivo. I musicisti che l'accompagnano non utilizzano le improvvisazioni per esibire il loro virtuosismo strumentale, peraltro ben riconosciuto, ma come parte integrata nel flusso strutturale dei brani. Com'è logico aspettarsi, conoscendo l'attitudine dei protagonisti, in questo album non si troveranno dinamiche spettacolari né facili climax. Piuttosto si potrà accedere a quella quieta intensità capace di trasformare uno standard in una confessione intima, senza enfasi, ma con quella profondità che solo chi ha attraversato molte stagioni artistiche è in grado di comunicare.

 

Karin Krog - Tomorrow's Yesterday

 

S'inizia con un duetto tra l'evocativa chitarra di Rob Luft nel primo standard dell'album, Angel Eyes di Dennis-Brent. Tra i magnetici riverberi vocali della Krog, che affronta il brano con uno spirito veracemente drammatico, e gli ideogrammi sonori della chitarra elettrica la traccia procede sino al bell'assolo di Luft – per chi non se lo ricordasse, questi è il musicista che ha accompagnato spesso la cantante albanese Elina Duni – prodotto dalla sovraincisione di una seconda chitarra.

Segue For All We Know, di John F. Coots e Sam M. Lewis, altro famoso standard che risale al 1934. Irrompe il sax baritono di Surman entrando in contatto con la chitarra di Luft, andando a costituire un eccellente duetto che diventa in questo caso il fondale idoneo per il canto sapido della Krog. Atmosfera di puro cristallo, con il sax che rivela tutta la sua apollinea bellezza e la cantante che sottolinea la sua affascinante esplorazione timbrica, pur faticando nelle note più alte.

Give Me the Simple Life è un brano di Rube Bloom e Harry Ruby del 1945, ancora condotto dal proficuo duo Luft-Surman. Il brano si allunga in uno swing dove l'assetto ritmico sostenuto dalla chitarra consente alla voce della cantante di muoversi con relativa agilità e al sax di spingersi senza autocompiacimento in un assolo lineare e pulito.

Where Flamingos Fly è un altro standard, datato 1947 e composto da Mischa Spoliansky e Jimmy Kennedy. Il brano viene presentato in una veste blues tra i due poli chitarra-clarino basso con la voce della Krog che sembra leggermente meno convinta. Sicuro di sé è invece Luft in uno dei suoi assoli più riusciti, con Surman che contrappunta con la timbrica bassa e carnale del suo strumento.

 

Karin Krog

 

Si procede così, da uno standard all'altro, per arrivare alla splendida You Don't Love What Love Is di De Paul e Don Raye del 1941. Resta in solitudine la chitarra in questo accompagnamento rarefatto e crepuscolare, a seguire la voce più addolcita della cantante, che evidentemente sente maggiormente questo brano risuonare nelle sue corde più intime. Per quello che invece riguarda altre corde, quelle della chitarra elettrica, il gioco della sovraincisione garantisce il solito convincente assolo su un accompagnamento di accordi ben delineati e staccati tra loro, che leniscono il cinismo della disillusione presente nel testo.

Da Dream Dancing in poi cambiano i partner della Krog, con il subentro del vibrafonista Waring e del pianista Slettevoll. Il clima ambientale, vuoi anche per quel po' di leggerezza che si avverte dalla mano di Cole Porter come autore, si fa meno intimo, con i colori che sembrano schiarirsi. Bisogna anche aggiungere che il contrasto tra il vibrafono e il pianoforte è fisiologicamente meno intenso che non quello tra chitarra e sax e infatti il brano appare più rasserenante rispetto ai precedenti. Waring e Slettevoll s'incrociano amabilmente costeggiando la voce della cantante che sembra farsi addirittura più sciolta e spiritosa verso il finale...

Arriviamo alla title track Tomorrow's Yesterday, brano di John Surman, una melodia d'alta scuola dalla quale però l'Autore è musicalmente assente, lasciando l'incombenza dell'arrangiamento al duo vibrafono e pianoforte. I musicisti si esprimono al massimo con assoli rilassati, di gran classe, al punto che contribuiscono a rendere questa traccia la migliore in assoluto dell'intera selezione.

Se questo pezzo è tra i più meritevoli, lo stesso non si può affermare per il seguente Jubilee, composto sia da Surman che dalla stessa Krog. Un brano troppo complesso e ritorto, ambiguo nella sua linea melodica, dove il vibrafono e il pianoforte elettrico fan di tutto per recuperarlo, riuscendosi almeno in parte.

Snowfall è un brano del 1941 scritto dal pianista e direttore orchestrale Claude Thornill insieme alla moglie Ruth. Di nuovo si presenta la timbrica del vibrafono che con una melodia in progressione discendente ad imitare il lento fioccare nevoso, combinata con l'alone riverberante del Rhodes.

 

Karin Krog

 

Karin Krog non canta nonostante gli anni, bensì attraverso essi. La sua voce diventa alla stregua di un archivio sonoro, un vero e proprio deposito di esperienze e di stratificazione di incontri e linguaggi. L’essenzialità dell’organico non è un vezzo minimalista, ma una scelta strategica per ridurre il contesto e amplificare la relazione, sottrarre materia per renderne percepibile la struttura. L’album suggerisce che l’atto interpretativo, nel jazz, non coincide con la variazione superficiale del tema, ma con la ridefinizione continua del suo status semantico. Ogni standard, ogni frammento improvvisato, viene ricollocato in uno spazio in cui memoria e presente coesistono senza gerarchia. È qui che il titolo acquista pieno senso: il domani è già inscritto in ieri e viceversa. Ciò che resta, oltre la materialità – o la liquidità – dell'album, è l'etica di questo suono, dove niente è casuale e nulla è superfluo. E in questa disciplina progettuale risiede, forse, la lezione più alta di Karin Krog e sodali.

 

Karin Krog

Tomorrow's Yesterday

Vinile Meantime Records 2026

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz, su Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz, e su Spotify 24bit/44kH con scelta di default nelle impostazioni generali.

di Riccardo
Talamazzi
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