L’audio è il padre dei vizi. Non contento di avere due impianti per gli ascolti frontali e di un terzo imballato per motivi di spazio, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di un impiantino che mi facesse compagnia mentre sbrigo le faccende di casa. A tutto si resiste, come è noto, fuorché alle tentazioni, anche se, in questo caso, l’imperativo non era più il miglior suono possibile ma la semplicità e, una volta tanto, l’economicità.

Rovistando negli armadi ho messo su un front-end di fortuna, il mio anziano iPad mini, il pur bravo DAC portatile Audioquest DragonFly e il paziente chip amp SMSL SA-36A Pro. Procurato l’accesso a Spotify free, grandissima risorsa al costo di qualche pubblicità giovanile, restavano da trovare le casse.

Ora, io uso come reference una coppia di Harbeth P3ESR, che suonano in modo ineccepibile anche con il materiale di riporto di cui ho detto, ma sono pur sempre le mie reference e quindi le tengo da conto: analità audiofila, nulla di strano. Facendo leva sui ricordi di un impianto di tanti anni fa ho investito perciò un centinaio di euro in una coppia di JBL Control 1.

E qui son cominciati i guai. Le Control 1 sono un campione assoluto di rapporto prezzo/prestazioni, ben progettate e costruite, ingegnerizzate al massimo, esteticamente gradevoli, insomma un prodotto industriale degno del nome che portano. Peccato che strillino. Sono capaci di una pressione sonora realmente sproporzionata alle loro dimensioni, ma il tweeter è implacabile. Dopo qualche ora di rodaggio a rumore rosa le cose migliorano, ma gli mp3 e il chip di amplificazione Texas Instruments a monte rendono comunque poco riposante l’ascolto.
E qui scatta il riflesso maniacale. Ammesso e non concesso che il lavaggio dei piatti ecc. ecc. richiedano il massimo dell’eufonia, le soluzioni entry level sul mercato non mancano, ma, come forse ricorderanno i miei 0,25 lettori, posseggo una coppia di Supravox Alizée Heritage che mi danno grandissime soddisfazioni, vedi qui. Il catalogo Supravox di Audiokit mi propone quindi le Supravox Lisa, un piccolo monovia dotato dell'affermato altoparlante larga banda Supravox 135 LB, vedi qui, a un listino pari a undici volte quello delle JBL.

Ogni resistenza è vana, scrivo al fido Fabio e ordino. Seguono varie peripezie riguardanti finiture, condizioni del materiale e così, via, che peraltro confermano l’affidabilità di Audiokit, e non è cosa da poco. Tutto finisce bene con la consegna di una coppia di diffusori ben imballati. Recuperato un avanzo di cavo Van den Hul Skyline, collego al resto dell’impianto e metto subito Marvin Gaye, tanto per restare in tema. Il risultato è superiore a ogni aspettativa, tanto che per completare la recensione elaboro un setup minimalista col mio leale CDP Rega Apollo R, un integratino valvolare con le 6EM7S costruito per me dall’inevitabile Attilio “Tektron” Caccamo, il mio primo progetto custom, e, crepi l’avarizia, i due massicci stand Music Tools da 70 cm che normalmente uso per le Harbeth.

In entrambi gli scenari, impianto da sottofondo e catena da ascolto frontale, le piccole Supravox si rivelano capaci di prestazioni fuori dall’ordinario. La parentela con le Alizée è evidente, mentre i vincoli imposti dal progetto e dalle dimensioni, cioè l’estensione verso le estreme, pur essendo percepibili non compromettono la caratteristica naturalezza della resa. Attenzione, stiamo parlando di Baez e non di Böhm, anche se i livelli sonori ottenibili con la potenza appena più che simbolica erogata dal chip o dai doppi triodi sono senz’altro rispettabili. Allo stesso modo la differenza fra gli mp3 a 160 kbps di Spotify free e il Red Book del Rega è chiaramente percepibile, ma non risulta – hoc erat in votis – fastidiosa. In sintesi, un componente esoterico ben riuscito.
Compariamo adesso le Supravox alle JBL e alle Harbeth. Con le prime non c’è storia, siamo su un piano di prestazioni che, con tutti i suoi limiti, non ha nulla a che vedere con l’entry level. Non c’è storia ma in senso opposto, nemmeno con le Harbeth, che sono e restano un diffusore di riferimento. Guardando i prezzi le Supravox costano, l’abbiamo detto, undici volte le JBL e le Harbeth al listino attuale più del triplo delle Supravox. Ora è chiaro che ci troviamo di fronte a un oggetto per amatori – o viziosi – e che quindi le usuali considerazioni sul rapporto prezzo/valore non sono applicabili. Vediamo però come sono fatte le Lisa. Una scatola di truciolato, con un condotto bass reflex in plastica, impiallacciata con un’essenza di qualità ma, ahimè, delicatissima. Le pleonastiche grigliette frontali, inoltre, una volta rimosse lasciano in – brutta – vista gli alloggi dei piedini di fissaggio, mentre le Alizée utilizzano dei magneti invisibili. Una nota positiva per contro è data dal bel pannello portacontatti in materiale inerte, montato a filo e dotato di terminazioni metalliche tutt’altro che dozzinali. Purtroppo, la rimozione del pannello stesso rivela la cablatura, costituita da cavetti rossi che altrove verrebbero definiti semplicemente piattina. A questo punto, se si tiene presente che la stessa Audiokit vende l’altoparlante delle Lisa a circa 170 euro il rapporto prezzo/valore da idiosincratico diventa bizzarro. E il vizio è proprio lì.
Per ulteriori info:
al sito Supravox
al sito Audiokit