Marquis Hill | New gospel revisited

09.05.2022

Se non ci si fa intimorire dal primo cacofonico minuto iniziale, questo lavoro live di Marquis Hill, registrato in un nightclub di Chicago nel dicembre del 2019 ma pubblicato all’inizio di quest’anno, può essere ritenuto uno dei manifesti propositivi più consoni al jazz contemporaneo. Hill è un trombettista di poco più di trent’anni che in USA ha fatto incetta di premi prestigiosi, avendo oltre una dozzina di lavori pubblicati a suo nome e altrettanti come side man. Racconta la leggenda che il suo amore per il jazz nacque quando da ragazzo ricevette in dono un disco di Lee Morgan, facendogli capire quale direzione musicale intraprendere con il suo strumento. Hill appartiene a quella new wave di giovani jazzisti come Immanuel Wilkins, Joel Ross o James Francies che, senza grande clamore, sta costituendo la struttura scheletrica del nuovo jazz americano. Ross e Francies sono due miei personali pallini, il primo eccellente vibrafonista che ha fatto un bel botto col suo secondo album Who are you? editato dalla Blue Note nel 2020. Francies abbiamo imparato a conoscerlo alle tastiere nell’ultimo album di Pat Metheny, non ha ancora trent’anni ed è considerato tra le più sorprendenti parusie mai comparse sulla scena jazz statunitense. Proprio Ross e Francies li ritroviamo insieme in questa session dal vivo, in compagnia del sassofonista appena quarantenne Walter Smith III al sax tenore, Harish Raghavan – altro “quarantino” – al contrabbasso e il coetaneo Kendrick Scott alla batteria.

 

Insistere sull’età dei protagonisti di questo disco non è un fatto marginale perché la dice lunga sulle attuali direzioni del jazz nordamericano e sulla voracità compositiva di questi musicisti, pieni di idee debordanti, autori di una musica ben assemblata, coesa, di una bellezza disarmante. A dirla tutta questo album live riprende proprio il lavoro d’esordio di Hill, New gospel uscito nel 2011 ed è stato intitolato, appunto, New gospel revisited. Degli otto brani originali, sei vengono riproposti in questo concerto e altri sette, introduzione compresa, sono improvvisazioni. Sei tra queste ultime sono eseguite in assolo da ciascuno dei componenti della band, come a voler affermare se stessi in quanto tali, musicisti, cioè assolutamente padroni dei loro strumenti e consapevoli di possedere un notevole potere creativo, oltre che quello tecnico. La musica che si ascolta in questa registrazione è una fresca e squisita esperienza d’assieme, varia, eterogenea e capace di trasmettere una non trascurabile sensazione di felicità. Soprattutto si tratta di una cascata di energia senza cliché – una cosa rara di questi tempi – dove si può avvertire la coraggiosa disponibilità di ciascun artista a sperimentare cose nuove, senza estremismi o irritanti rumorismi.

 

Marquis Hill - New gospel revisited

 

L’Intro possiamo considerarlo quasi come l’accordatura iniziale che precede l’incipit delle orchestre sinfoniche, suoni sparsi di un caos palingenetico che prende forma in Law & Order, quindici minuti di suite che comincia ad avvitarsi sulla tromba di Hill con il piano di Francies ad armonizzare/disarmonizzare il solo del leader. Quando è Smith a mettersi in evidenza ,il piano quasi tace, mentre la ritmica al di sotto spinge come un motore a reazione. Un accenno di rabbiosità controllata, quindi, prima dell’intervento di Ross al vibrafono che s’accorda con la trama discreta e melodica del piano, mentre contrabbasso e batteria non mollano la presa un secondo che sia uno. Si ascolta anche il canticchiare di Ross che aiuta, come fanno molti jazzisti, nell’improvvisazione, precedendo di un nanosecondo la linea strumentale. L’assolo di piano fa capire che razza di demone possieda Francies, precedendo il finale ”all together” con una coda di contrabbasso “strapazzato”, in senso bonario, da un altrettanto indemoniato Raghavan.

 

Walter speaks, come suggerisce il titolo, è affidato al sax di Smith in perfetta solitudine. Note meditate, quasi scure, per quanto sia possibile con un sax tenore tra le mani, qualche breve scala e poi tutto si continua in The Believer, che possiede il lento fluire iniziale di un fiume sonoro gestito dall’accoppiata dei fiati. Il brano si mantiene sulle sue, pare quasi flirtare con ritmiche latine, è aggraziato e gentile ed è strutturato su un continuo scambio di rimandi strumentali. Quello che colpisce è la leggerezza e la fragranza dei colloqui tra pianoforte e vibrafono: Ross e Francies conoscono i segreti dei vecchi incantatori di anime tratteggiando una fiammeggiante linea acrobatica sonora prima dell’assolo di Smith, che smette i panni di Stan Getz per avvicinarsi a quelli di Sonny Rollins. Si va a concludere recuperando la corrente del fiume di cui all’inizio. Ma non c’è tempo per riflettere perché si va subito a confluire in Oracle, un torrente, questa volta, che procede a salti e a cascatelle per merito dei tamburi e dei piatti di Scott. Così, quasi sommessamente, si entra dalle parti di New Gospel, con un bel tema proposto all’unisono da tromba e sax. L’atmosfera è tranquilla però ben intrecciata dagli strumenti, soprattutto dalla tromba di Hill che si prende giustamente lo spazio che merita. Nel mezzo il contrabbasso e la batteria, con qualche piacevole fremito di pianoforte, prima della conclusione del tema tra gli applausi di un pubblico soddisfatto.

Lullabye s’annuncia come il momento di Ross che disegna un “kyklos” affascinante sulle piastre del vibrafono, in completa solitudine, creando un’aura estatica attorno a sé, un bellissimo insieme di avvolgenti e vibranti vapori. Nel finale qualche plausibile tentazione hard bebop ma, perbacco, si tratta di jazzisti, non di new-ager!

Autumn è un altro brano che procede tranquillo appoggiandosi su un tema convincente, malinconico come il titolo vuol suggerire, che si conduce sulle note della tromba sordinata di Hill. La ritmica si mantiene sempre viva, modellando la musica ed evitando cadute di tono o eccessivi rallentamenti. Il sax segue la tromba con un assolo morbido ed espressivo, impostando delle melodie cromatiche dal sapore malinconico. Poi è la volta del piano, a tratti fin troppo esuberante, ma il ragazzo è giovane, dovrà imparare qualcosa in più sulla gestione emotiva delle note, visto che dal punto di vista tecnico è inappuntabile. Finale con i fiati che s’appoggiano l’un l’altro con le ultime note di tromba che degradano dolcemente.

Il tempo di togliere la sordina e questa volta Hill si spende in New paths da solo, con un intervento a metà tra un insondabile sentimento nostalgico e un assetto discorsivo. Sembra quasi che lo strumento di Hill voglia mettersi a parlare oltre che a suonare.

Ancora i fiati in contemporanea evidenza con A portrait of Fola, dieci minuti in cui la musica si scuote, torna a essere pervasa da quel nervosismo kundalinico che l’ha caratterizzata in Law & Order. L’asse portante di questo contenuto scuotimento è condotto, dopo l’incipit, in primis dal vibrafono cui segue l’evoluzione di raffinata prodezza esecutiva del sax. Le scale si velocizzano, il fraseggio si fa stordente ma non si confonde mai in se stesso, resta pulito e distinguibile per tutta la cavalcata improvvisativa. Quando i fiati tornano insieme e sembra che il brano si debba concludere, compare una coda di piano che prelude a un finale reiterato dall’unisono di tromba e sax. Finisce come un gospel, con una suggestione momentanea a quello che in fondo pare, almeno dal titolo, una tra le suggestioni costitutive dell’album.

Perpetual è l’assolo di contrabbasso, preso con la solita irruenza dal bravo Ravaghan.

The thump si prende la libertà di funkeggiare in un momento maggiormente orientato verso la gioia di vivere, sentimento che peraltro non è mai mancato durante la sequenza di questi brani musicali. Bello, come al solito, l’assolo di vibrafono. Il pezzo invita alla danza anche per merito della ritmica, un’accoppiata contrabbasso-batteria di assoluto valore.

L’assolo di piano non si esaurisce con questo brano perché l’ultimo pezzo, Farewell, appartiene di diritto a Francies. Un pianista molto bravo, molto tecnico, un ragazzo da seguire con la massima attenzione ma che ancora mi pare conosca poco l’equilibrio tra ombre e luci, facendosi trascinare a tratti da un’esuberanza eccessiva.

 

Marquis Hill

 

Comunque, l’album finisce con la presentazione dei musicisti tra gli applausi scroscianti e meritati da parte del pubblico. Un disco che suggerisce la buona, anzi ottima salute che il jazz di Chicago – e non solo – sta vivendo in questo momento.

 

Marquis Hill

New Gospel Revisited

CD e vinile Edition Records 2022

Reperibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e su Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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