Melody Gardot | Sunset in the Blue

26.07.2021

Non credo che ci sia una stagione migliore di questa per godersi il nuovo album di Melody Gardot, Sunset in the Blue, il quinto della sua carriera. Sarà per l’atmosfera tremolante dei vapori estivi o per il buon numero di feedback emozionali che la sua voce, sempre affascinante, sa evocare, ma questo album spudoratamente sensuale è avvolgente come un drappo vellutato. D’accordo, gran parte della critica internazionale è rimasta un po’ freddina. Alla Gardot viene rimproverato il suo adagiarsi su stilemi collaudati e affidabili nel loro essere un poco retrò, ma se i tratti della sua cautela sono questi, beh, ce ne fossero di così apparentemente obsoleti!

 

Melody Gardot - Sunset in the Blue

 

L’album, che si presenta con una bella veste grafica, possiede una struttura portante orchestrale affidata agli arrangiamenti di Vince Mendoza e alla Royal Philarmonic Orchestra. È proprio il lavoro di Mendoza che mi ha fatto ricordare Both sides now, il disco uscito vent’anni fa per mano di Joni Mitchell, e che permette di tracciare un paragone tra quell’opera – per me una tra le più platealmente belle della Mitchell – e quest’ultima della Gardot. Che si ami o meno la grande orchestra non si può negare che l’abbraccio di quest’ultima si accordi perfettamente con i vari strumenti solisti che intervengono in questo disco, dalle voci ai fiati, dalla chitarra agli interventi di pianoforte.

 

Gli standard presenti sono numerosi e spesso ingombranti per le innumerevoli versioni che ne hanno tracciato decine e decine di altri autori, ma questi proposti dalla Gardot sono tutti eccellenti, compreso quel Moon River di Johnny Mercer così talmente sfruttato da diventare un rischioso approccio anche per gli esecutori più scafati. L’insieme strumentale e vocale – accanto alla protagonista compaiono in due separati interventi sia il cantante portoghese Antonio Zambujo che l’arcinoto Sting, quest’ultimo presente solo nella versione de luxe del disco – costituisce un’attestazione lampante dello zenith espressivo raggiunto in questo Sunset in the Blue. La bellezza della voce della Gardot, il suo essere naturalmente sensuale, gioca sul filo di lana con Diana Krall ma possiede, rispetto alla bionda canadese, molti angoli oscuri, che ne caratterizzano una propria flemma languida, un non so che di fascino consumato nel canto. Se c’è comunque un tributo obbligato a cui la Gardot deve riferirsi è nei riguardi di Julie London, la famosa cantante e attrice americana attiva tra gli anni ’50 e i ’60, con la quale condivide non solo la seduttività vocale ma anche una vaga somiglianza fisica.

 

La partenza di If you love me con l’introduzione di violini, le spazzole della batteria e il contrabbasso a segnare il mood della ballad è già una dichiarazione d’intenti dell’intero album. Compare anche la tromba di Till Bronner a dare quell’impronta jazzy che contribuisce alla velatura notturna e che morbidamente avvolge il brano. C’est magnifique si avvale anche dell’intervento di Zambujo, che qui s’allontana dalla malinconia del fado per virare verso un’atmosfera molto più cool, nel pieno della più classica bossa nova alla Henri Salvador. Non ci si schioda dalla bossa nova nemmeno con There where he lives in me, con un intervento di piano che più discreto non si può in un brano già preparato dagli abbondanti violini e da una chitarra classica che ne ha profilato l’introduzione. Piacevolezza alle stelle, quindi, sempre che sia questo piacere carezzevole l’oggetto del nostro interesse. Love song è un brano di Elton John reso quasi irriconoscibile dalla reinvenzione dell’arrangiamento e dal tono disarmante della Gardot, che lo interpreta come fosse una confessione intima e personale. Del resto, il termine “intimità” è forse il soggetto più sottinteso lungo tutto il decorso di questo disco. Con You won’t forget me bisogna dimenticarsi la versione originale di Carly Simon. Tra le labbra della Gardot sembra un’altra canzone, quasi sussurrata, se non fosse per l’assolo di Donny McCaslin al sax tenore, anch’esso contenuto nel perimetro sentimentale dell’intero brano, ma che almeno osa qualcosa di più, se non altro in termini di volume sonoro. Sunset in the blue è una bella melodia portata da un contrabbasso dal suono profondo in cui la Gardot afferra il jazz per la coda affidandosi a una melodia che sarebbe stata ad hoc nel repertorio di Billie Holiday, con un’intrigante chitarra elettrica a scandire i piani strumentali rimanendo confidenzialmente vicina alla voce e impedendo ai violini d’inglobarla completamente. In Un bejio la Gardot si avventura nella pronuncia portoghese, devo dire con buoni risultati. Il brano in questione si ancora, come altri che abbiamo già discusso, nell’area brasiliana – non manca nemmeno la parola “tristeza” – insomma, vengono rispettati tutti i crismi della ballata latina. Niguem, niguem – nessuno, nessuno – ci porta verso il samba, e qui le chitarre festeggiano, soprattutto l’elettrica, che si lancia con vitalistica esuberanza in un bell’assolo di marcato stile jazz. Debole è invece From Paris with love, una ballata incerta nell’intenzione, con tanto di assolo di violino che cerca inutilmente di elevarne il livello. Con il brano che segue, Ave Maria, si rischia di tracollare in un acquitrino mucillaginoso dove il tutto s’invischia nell’unico accompagnamento ridondante dell’intero album. Passiamo oltre e qui la classe enorme della Gardot affronta il più intramontabile degli standard, Moon river, soverchiando le aspettative con una serie di armonici e vibrati della voce che ne fanno qualcosa di memorabile. Ottima la chitarra elettrica, dal timbro pulito ed espressivo, con poche note ben piazzate, e i violini più defilati in sottofondo. Altro standard ultra famoso è I fall in love too easily, editato nel 1944 da Jule Styne, che ne scrisse la musica accoppiandola al bel testo di Sammy Cahn. Anche in questo caso l’interpretazione della Gardot è di alto livello, non esagerando in mormorii né in sussurri, ma sostenendo il canto con note distillate di pura malinconia.

 

Per ascoltare il brano seguente in cui compare il canto e la chitarra di Sting, Little something, bisogna affidarsi alla versione de luxe del disco ma non so se tutto questo ne valga la pena. Sting e la Gardot intonano un curioso brano dance d’ispirazione latina, un divertissement e poco più.

 

Altri brani da segnalare nella versione de luxe sono Trav’lin’ light e un altro conosciuto standard come What is this thing called love di Friedrich Gulda e Cole Porter, dove ritroviamo il sax finalmente in un assolo un po’ più slegato, non più obbligato alla forma ballad, essendo quest’ultimo brano decisamente più swingante.

 

Forse non ci innamoreremo troppo facilmente né troppo presto di questo disco, parafrasando il titolo della traccia di Styne & Cahn sopra menzionata, ma di certo, prima o poi, saremo catturati dalla malìa del canto insinuante della Gardot, una madeleine che ci aggancerà a tutta un’esplosione sentimentale di vari ricordi e sensazioni trascorse, magari a un’estate di qualche tempo fa, in riva al mare e con un bicchiere tra le mani.

 

Melody Gardot

Sunset in the Blue

CD e 2 LP Decca

Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/96kH) e Tidal MQA master

di Riccardo
Talamazzi
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