Francamente mi è poco comprensibile la ragione per cui, nel corrente anno, si sia deciso di pubblicare un concerto dal vivo registrato nella primavera del 1974 presso una stazione radio ignota, presumibilmente americana, in località altrettanto sconosciuta. Comunque possiamo essere ugualmente soddisfatti della scelta perché, nonostante siano passati quasi cinquant’anni da allora, questo In concert - Spring 1974 di Mike Melillo Free Association non dimostra particolari segni d’invecchiamento.
Senza essere fuorviati dall’aggettivo “free” che caratterizza il nome della band, questo disco è un’eccezionale pompa di swing, con un quartetto di tutto rispetto che si sporge dai fondamentali del jazz senza mai barcollare, percorrendo la musica con ritmi serrati e a velocità sostenute. In realtà questo quartetto era in origine un trio, nato alla fine dei ’60 e costituito, oltre che da Melillo, dal contrabbassista Roy Cumming e dal batterista Glenn Davis. Il trio in questione era maggiormente orientato verso composizioni orchestrali e a certe invenzioni cameristico-sperimentali, ma l’arrivo di Harry Leahey alla chitarra, di cui si ricorda la lunga collaborazione con Phil Woods, ha spostato gli equilibri del combo verso atmosfere più hard-bop, approfittando della grande tecnica esecutiva di tutti e quattro i musicisti.
Melillo ha un poderoso curriculum alle spalle e molte medaglie al merito conquistate sul campo per aver suonato con gente come, ad esempio, Chet Baker, Sonny Rollins, Phil Woods, Coleman Hawkins, Ben Webster e anche con illustri nominativi di casa nostra come Franco D’Andrea, Massimo Urbani e Ares Tavolazzi. Quello che conta è che, al tempo di questa registrazione, Melillo aveva trentacinque anni, energia da vendere, tecnica da esibire e ispirazione alle stelle.

In questo concerto propone tre suoi brani, più altri tre standard, se includiamo in quest’ultimo gruppo anche la traccia di Thelonious Monk con cui si apre l’album. La musica è fatta di carnosità, di sostanza materica “pesante” e lo si avverte dalla pastosità della ritmica, che non molla mai la presa seguendo le scale turbinose del piano e della chitarra. Melillo suona sciolto, saltellando sui tasti con un impeto swingante oggi piuttosto raro da ascoltarsi. Altrettanto fa Leahey, purtroppo scomparso nel 1990, con uno stile tra Wes Montgomery, Charlie Christian e in parte Jim Hall, suonando insomma nella collaudata forma dei più famosi chitarristi più o meno di quel periodo. L’album si apre giustappunto con una composizione di Monk, Criss Cross, in cui il tema viene affrontato in apertura all’unisono da Melillo e Leahey e come quasi tutte le vicende sonore monkiane anche questa si presenta con una struttura portante certamente non semplice. L’improvvisazione erompe quasi subito con un gusto tutt’altro che corrivo: la chitarra di Leahey è ben pensata e s’insinua tra le curve armoniche del brano con eleganza e scorrevolezza, tanto da meritarsi la prima salva di applausi che si possono ascoltare in sottofondo. Parte poi Melillo ed è quasi frenetico nell’angolatura delle sue scale, in piena celebrazione be-pop, pur con qualche lieve errore esecutivo, probabilmente dovuto alla generosità dello slancio delle sue note. Come ai vecchi tempi il giro degli assoli continua con il contrabbasso che, per la verità, non riesce a fare cose molto eclatanti e ben presto chitarra e piano intervengono insieme, spalleggiandosi l’un l’altro fino alle battute finali, con la naturale ripresa e chiusura del tema. See hunt and liddy è di Melillo e si serve di un intro pianistico che preannuncerebbe di per sé quasi – quasi! – una ballad… ma è solo un’illusione. Ben presto l’energia dello swing s’impossessa dei musicisti e la chitarra s’avventura in un solismo più libero, meno soggetto alle difficoltà armoniche del brano precedente. Il canovaccio si ripete e, dopo la chitarra, ci si getta, è il caso di dirlo, nella mischia lo stesso Melillo con incredibile foga e aggressività ritmica. Mai sentito questo pianista suonare con così tanta energia!! Una progressiva rarefazione sonora del piano lascia un po’ di spazio al contrabbasso, che fa meglio rispetto al brano precedente. La ripresa della chitarra e del tema ci segnalano che stiamo arrivando alla chiusura della traccia. Applausi, questa volta ben avvertibili, e poi è la volta di Mimi di Rodgers & Hart. Questa sì che potrebbe essere una vera ballad e le note iniziali del piano ci fanno sperare in una pausa più romantica, alla Bill Evans per intenderci. Anche in questo caso ci accorgiamo presto del trucco, lo si può percepire da un sottile nervosismo che traspare tra i tasti del piano. Ne abbiamo la certezza con il secco attacco della chitarra che percorre pulita la strada melodica, accelerando la velocità di esecuzione. Poi è la volta di Melillo e infine il turno di Cumming al contrabbasso in solo. Il finale è un sovrapporsi di solismi tra piano e chitarra prima della canonica ripresa del tema. A little peace è opera di Melillo e qui il ritmo rallenta in una forma quasi blues, gli accordi di piano si allargano e la chitarra si rilassa negli ampi spazi che si son venuti a creare. Non così la vede Melillo e infatti non ci pensa neanche minimamente a fermare le sue corse a perdifiato. Mentre il ritmo di base perde progressivamente il languore blues, il piano sovrappone scale su scale e torna lo swing a dettar legge, anche se ci si mantiene un po’ distanti dalla bocca del cratere, senza il surriscaldamento dei brani precedenti. Il secondo giro di assoli, perché in questo disco si va a turni di assoli come nei gruppi jazz di una volta, vede la chitarra distinguersi in una serie di note meno sedate e un po’ più serrate. Da segnalare l’ottimo lavoro di batteria di Glenn Davis che, pur non arrischiando l’assolo, mantiene alta la tensione ritmica alternando con sapiente misura tamburi e piatti. Quando il brano s’avvia alla chiusura torna la dimensione blues in un finale molto elegante, con un moderato colloquio strumentale tra piano e chitarra e una ritmica che segue, diligentemente, l’andamento a termine della traccia. What’ll i do è un famoso pezzo di Irving Berlin. Questa volta è la chitarra a impegnarsi da sola in una suggestiva e lenta introduzione nei primi due minuti e trenta. Anche in questo caso la musica prende la deviazione dello swing, forse non così rapido come negli episodi precedenti ma comunque sempre ritmicamente serrato ed è ovviamente questa l’impronta direzionale stabilita per tutto questo concerto. Nell’assolo di contrabbasso il piano in sottofondo cerca qualche invenzione armonica in più prima dell’intervento della chitarra che vi si sovrappone, mirando a un improbabile dialogo con un pianista in evidente stato di trance agonistica. Si chiude con Fool James, brano di Melillo con qualche coloritura pop-rock nell’esposizione iniziale del tema che verrà riportato coi piedi per terra da un classico assolo della chitarra, in un puro stile jazzistico che più non si può.
Possiamo affermare, in conclusione, di aver ascoltato un euforizzante gesto d’immediatezza da parte dell’’ottima band guidata da uno strumentista d’eccezione. Vorrei aggiungere, però, qualche considerazione finale. Oggi questo modo di suonare ha più valore storico che altro, in quanto i rapporti tra strumentisti e i singoli contrappesi utilizzati negli sviluppi musicali sono decisamente cambiati. Ma, ovviamente, il passare del Tempo, come in ogni altra forma d’arte, non fa altro che avvalorare i buoni prodotti come questo. La registrazione, anche se non è propriamente quello che ci si aspetta dai canoni audiofili, è comunque apprezzabile e godibile. Melillo è pianista molto bravo anche quando non mette il turbo. Se non lo conoscete sufficientemente bene, provate ad ascoltarlo nel disco solo del 2013 Remembrance, senza l’adrenalina, alle volte un po’ tossica, del concerto live.
Mike Melillo Free Association
In concert - Spring 1974
CD Notami 2021
Reperibile in streaming su Qobuz e Tidal 16bit/44kHz