Mike Richmond | Turn Out The Stars

07.04.2023

Innanzitutto, il nome dell'etichetta stampigliato in bella forma grafica in basso a destra della copertina. Le lettere compongono il termine SteepleChase, letteralmente “corsa ad ostacoli”, e siamo quindi sicuri al 100% di finire in buone mani. Questa casa discografica danese, fondata negli anni '70 da uno studente universitario appassionato – tutte le cose migliori nascono dalla passione – è specializzata in un jazz abbastanza tradizionale, rifuggendo in linea di massima da quella avant garde fin troppo presente nelle etichette minori, prediligendo il sano e buon vecchio jazz riconoscibile “al primo orecchio”. Questa volta l'etichetta dedica la sua copertina a un mostro sacro del contrabbasso, quel Mike Richmond che vanta, oltre ai quindici album come titolare pubblicati dal 1978 a oggi, anche una serie di importanti collaborazioni con Miles Davis, Quincy Jones, Jack de Johnette, Gil Evans e Stan Getz, solo per citarne alcune. L'album in questione, Turn Out The Stars, è intitolato come uno dei brani più famosi composti da Bill Evans e sei tracce su otto sono cover dello stesso pianista. Ovviamente queste dediche sono sicuramente degli attestati di ammirazione per il famoso musicista del New Jersey ma la “ragion pratica” di tale scelta è probabilmente anche un'altra. In questo album, infatti, Richmond non se la vede col contrabbasso – che finisce tra le braccia di Jay Anderson, altro nome di primo piano nella musica contemporanea statunitense – bensì col violoncello, strumento piuttosto insolito nell'economia di un gruppo che suona jazz. Sfruttando le proprietà melodiche del pizzicato, Richmond cerca di allinearsi al sentire evansiano, con quelle note prese nella parte più vicina al ponticello che possono apparire insolite ma non si confondono mai con i suoni provenienti dal contrabbasso.

 

Non ci sono moltissimi esempi di formazioni jazzistiche che includano il violoncello come strumento principale solista, eppure Richmond è un po' che ci prova, almeno da un paio di album, La Vie En Rose del 2019 e Tones For Joan's Bones dell'anno prima. I modelli ispirativi non sono tanto ricercati nella figura di Ron Carter, che abbandona il contrabbasso solo saltuariamente, come pure faceva analogamente Sam Jones, quanto forse nel chicagoiano Eldee Young del Ramsey Lewis Trio, di James Moody, ecc. Comunque sia Richmond e compagni volano leggeri su questi otto standard, cercando di toglier loro la polvere del tempo, se non altro attraverso l'escamotage della scelta di uno strumento ad arco generalmente di casa nella musica classica ma poco incline – almeno fino a questo momento – a una musica sincopata come è appunto il jazz.

 

Un album come questo è una specie di fenditura temporale, per la ripresa di certi standard così famosi del nostro passato prossimo che abbiamo ormai quasi tatuati sulla pelle. Da notare la delicatezza con cui i brani vengono affrontati, a colpi di piuma. Non uno spiffero di vento agita la presenza del gruppo, che crea in questo modo una musica fondata su un linguaggio economicamente “povero” ma in grado di offrire grande piacere attraverso la sua semplice e pura bellezza. Insieme al violoncello di Richmond troviamo l'angelico pianoforte di Andy Laverne, grandissimo musicista e già allievo di Bill Evans, il soffice drumming di Anthony Pinciotti alla batteria e il diligente quanto ordinato contrabbasso del già nominato Jay Anderson.

 

Mike Richmond - Turn Out The Stars

 

Il brano introduttivo di questa selezione è una composizione del 1929 dell'autore newyorkese Fred E. Ahlert. Basata sulla melodia costruita su una serie di intervalli progressivi ascendenti ben tratteggiata dal violoncello, essa viene presto abbandonata in virtù della improvvisazione swingante e incalzante di Richmond, che suona lo strumento esattamente come suonerebbe un contrabbasso. Dopo la ripresa della melodia tematica è la volta del piano di LaVerne, dal tocco magistrale e dalla timbrica sempre velatamente autunnale – mai migliore occasione come questa per omaggiare il Maestro Evans – che imposta un assolo perfetto e dai bordi misurati. Anderson al contrabbasso sembra un prolungamento in chiave grave di ciò che Richmond ha fatto ascoltare al violoncello. Da notare la perfetta trama della batteria, basata soprattutto sull'equilibrio tra rullante e piatti nonché sulla “vaporizzazione” delle dinamiche, leggere e volatili, quasi fossero misurate col bilancino. Il brano dura quasi dieci minuti, che scorrono in un baleno, e il particolare la dice lunga sul flusso naturale e spontaneo di tutte queste note.

Il secondo brano è l'arcinota Waltz for Debbie: così risulta scritta in questo lavoro, mentre nell'omonima pubblicazione di Evans del 1961 compare come Waltz for Debby. È proprio con questo brano che viene introdotto il ritmo ¾ nella musica jazz, praticamente fino ad allora inesistente, frutto dell'impostazione classica di stampo europeo dell'autore. Si tratta di un pezzo fortemente orecchiabile e memorizzabile, scritto con una progressione di quinte discendenti in tonalità maggiore di Fa. La sua nobiltà risiede, oltre che nella spontanea bellezza della melodia, nella ricchezza dell'improvvisazione. In questo caso Richmond & LaVerne si superano quasi “imitando” il mood originario di Evans. Comunque, imitazione o meno, tutto è così piacevole all'ascolto che si può tranquillamente soprassedere a ogni ipotetica critica.

Bill's Hit Tune possiamo ascoltarla in un bell'album live registrato poco prima della morte di Evans ma pubblicato postumo solo nel 1996, The Brilliant, in trio con Marc Johnson al contrabbasso e Joe LaBarbera alla batteria. Anche in questo caso si ascolta una delle tipiche melodie evansiane in cui è presente una costruzione a progressioni discendenti. Il contrasto, se così si può chiamare, presente in queste composizioni sta soprattutto nella cantabilità della linea melodica che viene inserita in una complessa rete di strutture armoniche che non per niente hanno reso Evans uno dei pianisti tecnicamente più studiati e analizzati della storia del jazz. LaVerne, nel suo assolo, sembra quasi una reincarnazione dell'originale e se questa affermazione, da un lato ne sottolinea l'assoluto livello tecnico, dall'altro non rischia comunque di sminuirne l'opinione complessiva, data l'impronta di sincero omaggio che qui mi sembra calata in una classica dinamica allievo-maestro.

B-Minor Waltz è un altro brano evansiano tratto da uno dei suoi capolavori You Must Believe In Spring. Nonostante il titolo colmo di sfumature speranzose, questo è uno dei dischi più funerei della produzione dello stesso Evans, tra l'altro soprattutto con questa traccia, dedicata alla moglie Ellaine morta suicida. La ciliegina sulla torta – ce n'è sempre una, in questi casi – è che quest'album fu registrato nel '77 ma pubblicato anch'esso postumo, dato che Evans se ne andò tre anni più tardi. Sempre scritto in tempo di valzer, la band di Richmond resta tranquillamente nell'orbita fin qui tracciata, con un violoncello che riesce a essere lirico e teso appoggiato a un continuo e fine ordito di accordi di pianoforte. Assolo meditato di LaVerne, atmosfera rarefatta e piena di silenzi che accoglie anche un bel solo di contrabbasso.

Peri's Scope è estratta da Portrait in Jazz, pubblicato da Bill Evans nel 1960. Il brano è molto swingante, seppure si svolge lungo una linea in mid tempo costruita da un magistrale beat di Pinciotti. Anche in questo caso l'introduzione melodica è affidata al violoncello di Richmond, mentre il piano interviene in un brillante assolo, seguito da quello altrettanto efficace di Anderson. Buona anche la qualità dell'incisione, con la percezione precisa della differenza tra i colpi di bacchetta sui diversi piatti della batteria.

Turn Out The Stars è la traccia omonima dell'album, forse proprio l'ultimo registrato live da Bill Evans al Ronnie Scott di Londra nell'agosto dell'80, un mese prima di lasciarci la pelle dopo una vita drammaticamente consacrata, oltre che alla musica, all'eroina. L'uncinante melodia ha il sapore del disincanto e della meditazione infiltrata da una tristezza quasi leopardiana. L'interplay di questo brano è uno dei migliori ascoltati in questo disco, anche se bisogna dire che il livello qualitativo è assolutamente costante, come mai si riscontra in altri jazz-album, per cui è impossibile indicare quale pezzo sia migliore e quale peggiore. Per me son tutti molto belli.

Orbit (Unless it's you) viene da un lavoro del '67, A Simple Matter of Conviction, registrato originariamente da Evans con il contributo di Shelly Manne alla batteria ed Eddie Gomez al contrabbasso. L'elegante e moderato swing di questo brano viene appena poco più sostenuto dalla ritmica che diventa persino più robusta dell'originale, e stiamo parlando di Manne e Gomez.

L'ultima traccia dell'album, You Must Believe in Spring, nonostante porti il nome di uno tra gli album migliori del pianista del New Jersey non è farina del suo sacco ed è stata creata da uno dei più grandi compositori francesi, Michel Legrand, scomparso non più di qualche anno fa. Composta su una serie di progressioni ascendenti, basate inizialmente su un classico passaggio II-V-I, si presta alle abituali accelerazioni ritmiche e della punteggiatura be-bop praticate da Evans. Invece, in questo contesto gestito da Richmond, il clima si mantiene costante, uniforme, almeno fino al curioso finale caratterizzato da pochi secondi di un insolito accenno di rumba cubana.

 

Mike Richmond

 

Probabilmente questo album presenta, alle fondamenta, una certa componente di struggimento nel ricordo. L'accollamento di Richmond & C. alle partiture di Bill Evans è quasi integrale, per cui chiamare i brani qui proposti come rivisitazioni mi suona sgradevolmente fuori luogo. Si tratta, come già accennato prima, di una serie di sinceri e sentiti omaggi in cui la sola cosa che muti in modo piuttosto evidente è la struttura della base ritmica, soprattutto per quell'eclettica ingegnosità percussiva apportata da Pinciotti. Poi, naturalmente, il desiderio quasi fanciullesco di reinventarsi uno strumento come fa Richmond, prendendo il violoncello per dargli un ruolo centrale, pur trattandolo come fratello minore – e forse lo è – del contrabbasso.

 

Mike Richmond

Turn Out The Stars

CD SteepleChase 2023
Reperibile in streaming su Qobuz 16 bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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