Nicky Murray torna a dimostrare, con il suo terzo album How Long, come il folk scozzese possa ancora essere il luogo dove amore, lontananze e sentimenti bucolici riescano a convivere fianco a fianco senza svenevolezze. L'avevamo già considerato con autori immensi come ad esempio John Martyn e Bert Jansch e ora ne abbiamo una conferma, per ora meno appariscente e più discreta ma altrettanto promettente, proprio con Murray.
C’è qualcosa di pastorale e insieme secolarizzato nel suo modo di cantare che riesce a creare un lavoro povero e pur bello rifuggendo ogni virtuosismo per inseguire un’autentica e sincera essenzialità. How Long si configura infatti come un'opera di fine coerenza estetica, un microcosmo sonoro di apparente semplicità, un mondo prezioso e trasparente dove la monocromia degli arrangiamenti è cifra deliberata e non limite intrinseco. Si percepisce spesso un odore di pioggia nella voce di Murray, un sapore di periferia che s’insinua tra le corde della chitarra e le pause che seguono spesso le sue frasi cantate. La spontaneità dell'incisione – tra l'altro con un percepibile “fuck” in un errore iniziale di So it Seems – ci consegna una dimensione artigianale tutt'altro che disprezzabile, quasi si trattasse di realizzazioni casalinghe, spesso precedute dalla verbalizzazione della numerazione delle tracce a opera dello stesso Murray. Che conferma inoltre di essere uno di quei cantautori che non hanno paura di mostrarsi vulnerabili. La sua voce velatamente roca, dal timbro imperfetto, racconta storie di malinconia e di cuore, con quel suo fingerpicking pulito, mai insistito, che esprime il modo con cui Murray toglie tutto ciò che può essere superfluo, fino a restare con un apporto di sostegno appena sufficiente da parte della band che l'accompagna. Le canzoni finiscono per muoversi come figure nella nebbia, quasi fossero elementi di un’educazione sentimentale fatta con distillati di “saudade celtica” a evocare paesaggi in cui sia possibile soppesare la propria solitudine. Se ne ottiene un risultato spoglio, sostanziale e di una bellezza non negoziabile. Alle volte, nei momenti più elettrici e in quei tempi rigorosamente scanditi da una ritmica lineare, ci si può ricordare di quei Fairport Convention colti nelle loro ballate più intimiste. Ma è nei momenti di maggior intensità che il valore di questo Autore risalta di più, laddove mostra di poter orbitare, ad esempio, anche attorno a una figura importante come quella di John Martyn.
Tra i musicisti che accompagnano Murray spiccano soprattutto il pianista jazz Fergus McCreadie – del quale mi occuperò nella prossima recensione qui – e il batterista Alex Palmer, anch'egli proveniente dall'area musicale dove si pratica molto
l'improvvisazione, mentre al basso elettrico troviamo Misha Stevens. Agli archi c'è un quartetto tutto al femminile formato da Chloe Bryce, Juliette Lemoine, Selina Ross e Laura Wilkie, mentre alle armonie vocali è presente Ellen Torrance.

Confesso che è stato soprattutto l'attacco della title track How Long, posta all'inizio dell'album, a spingermi verso un ascolto più approfondito di questo lavoro. Due accordi di chitarra elettrica, basso e batteria e niente di più bastano a riempire musicalmente la prima parte del brano, con la voce della cantante Torrance a entrare in armonizzazione con Murray. Stacchi e riprese, suoni secchi come pure l'intervento di piano a una mano sola, dove McCreadie comprende come il suo apporto jazzistico si debba limitare in questo caso – per non stravolgere l'equilibrio del pezzo – alla pura costruzione bluesy del suo assolo.
Hearten s'imposta con dolcezza sull'arpeggio di chitarra acustica, dietro alla quale sparuti accordi di pianoforte creano profondità e suggestioni armoniche. Intervengono archi discreti a riempire la bolla sonora veramente rarefatta di questo brano, mentre il canto di Murray sembra trovarsi a proprio agio in questa atmosfera confessionale e accorata.
The Days We Had oscilla su un rassicurante passaggio d'accordi tra I e IV grado, mentre la voce è poco più di un sussurro. McCreadie sottolinea i passaggi con poche note, come sempre ben attento a non soverchiare la fragile costruzione strumentale. Batteria e basso s'immettono in corsa rimarcando il ritmo lento e scolasticamente compitato, dove gli archi affiorano in sottofondo. Sembra che questa musica si adoperi per limitare al minimo qualsivoglia contrasto, affinché essa possa scorrere come un fiume tranquillo. Solo verso la parte finale si nota un certo incremento dinamico, se non altro per evitare un languore eccessivo.
Sweet August si concretizza in un bell'inizio tra chitarra elettrica, basso e batteria che ospitano la voce, sempre molto misurata, dello stesso McCreadie. Un brano, questo, dai contorni più americani che non tipicamente scozzesi, ma l'arrangiamento essenziale, se non fosse per la presenza degli archi, potrebbe accendere il ricordo di una formazione storica come i Pentangle. Come sempre verso il finale il pezzo tende maggiormente a dinamizzarsi, ma il colore questa volta lo offre il timbro disidratato della chitarra elettrica.

TakeTime veleggia sul fingerpicking dello strumento di Murray. Nonostante il brano tenda a inchiodarsi su un passaggio di due accordi e poco di più, tra mareggiate di piatti e interventi del basso, in seguito aumenta d'intensità acquistando una personalità più decisa, profilata da uno stacco chitarristico e da un deciso incremento di volume della ritmica, soprattutto da parte della batteria. I suoni si distorcono parzialmente per poi riacquisire, in chiusura, quella veste più acustica presente nei momenti iniziali.
100 Horses è una ballata sempre giocata in economia ma qui, nell'accompagnamento ben integrato tra chitarra e ritmica, si può cogliere lo stile fondante di Murray, asciutto e brioso sull'orlo del confidenziale. E torno ancora, col pensiero, ai Pentangle...
So it Seems è il già citato brano con l'errore iniziale, rimasto a testimonianza dell'impressione di spontaneità che caratterizza, tra le altre qualità, l'andamento dell'album. Ma in questo contesto voglio sottolineare la perizia del batterista che cerca, introducendo qualche stacco in controtempo, di rendere più agile il flusso melodico del pezzo stesso. Gli archi sono maggiormente in primo piano e si sovrappongono più decisamente tra loro dalla metà brano in poi.
Should've Know staziona nel clima della ballata, con la chitarra elettrica che regala un tocco di personalità in più e la voce delicata della Ellen Torrance ad articolarsi con il cantato. Buon basso elettrico e altrettanto buono il tiro ritmico. Si registra inoltre una vicinanza ai Fairport Convention, quelli che però, ai tempi, includevano in formazione Sandy Denny.
Fox Behind The Sun si riporta sul comodo cuscino del passaggio tra I e IV grado e la corda di basso scivolata sul manico, in combutta con l'acido accompagnamento di chitarra elettrica, restituisce un po' di quel suono newyorkese anni '60 che abitava dalle parti dei Velvet Underground.
Chiude Sweet September, ma l'impressione è che Murray abbia esaurito, per ora, tutto quello che aveva da dire. Comunque questo brano offre un finale degno e un po' più rumoroso del solito.

How Long è un esercizio di misura, l'attenta ricerca di equilibrio all'interno di una distribuzione dei suoni che non ne inficia la spontaneità. Murray sembra infatti muoversi dentro un territorio dove il gesto artistico non mira allo spettacolo, ma all’ascolto profondo di sé e dell'ambiente a cui appartiene. In fin dei conti l'album rappresenta un’estetica della fragilità, povera e consapevolmente monocroma ma capace di restituire alla musica i suoi valori più rari, tra cui l'autenticità e l'immediatezza.
Nicky Murray
How Long
Al momento solo in formato digitale MP3, presto in LP
Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz e Spotify24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.