L'ascolto dell'album Live at Jazz Room della cantante e trombettista canadese Rebecca Hennessy insieme alla sua band Makeshift Island mi ha fatto ricordare il titolo d'un testo di Kurt Vonnegut, Quando siete felici fateci caso. Infatti, questa strana musica instabilmente a cavallo tra jazz, pop, blues, country e folk rock, senza un vero e proprio centro gravitazionale, sembra sussurrare qualche suggestione inerente, se non propriamente alla felicità tout court, quanto meno a una sensazione di distaccata sospensione mentale. Tra una nota e l'altra, filtrando in mezzo al canto e agli strumenti, la musica che ne risulta si palesa con una semplicità solo apparente, altalenante come la meteorologia emotiva che governa le nostre giornate, a tratti serena, a tratti nuvolosa, sempre imprevedibile.
Registrato dal vivo nell'accogliente cornice del The Jazz Room a Waterloo, Ontario, Canada, l’album è un dispositivo terapeutico, una cura fatta di fiati caldi e melodie inclinate verso un'intima familiarità che connette gli strumentisti con il pubblico raccolto nell'ambiente contenuto del locale. Rebecca Hennessy, con la sua voce che sembra voler piegare la curvatura dello spazio intorno alla propria lieve malinconia, guida i Makeshift Island in un viaggio sonoro che sfiora alcuni nervi scoperti dell’animo. I brani, quasi tutti pescati dai precedenti lavori All The Little Things You Do del 2020 e Joy Will Find Us del 2023 – nessun pezzo proviene invece dall'opera della Hennessy con i Fog Brass Band, Two Calls, del 2017 – vengono riproposti in una nuova veste emotiva tipica di un contesto live, con una buona parte improvvisata, momenti di pause riflessive e qualche crescendo che squarcia l'eventuale foschia dovuta agli inevitabili cali di tensione che possono avvenire nel contesto di ogni concerto dal vivo. Hennessy e la band suonano come chi ha capito che ogni malattia è una metafora, per cui la perdita, i dispiaceri e le nostalgie si trasformano in un linguaggio sonoro sublimato, non tanto per essere interpretato quanto per essere condiviso e riconosciuto come tributo comune e inevitabile all'esistenza. In questo senso, Live at Jazz Room è una seduta collettiva in cui la musica si fa quasi terapia, ma senza l’inganno new age del sollievo a buon mercato. È una cura che fa un po' male, prima di guarire, anche se agisce con una gentilezza spietata.
Lo stile del gruppo è una sintesi senza calcolo. Vi troviamo jazz di matrice narrativa, folk acustico che si sporca di country e venature di spiritual blues che sembrano a tratti la risposta umana a una società sempre più “macdonaldizzata”, dove la standardizzazione delle emozioni è comune. Hennessy e i suoi musicisti resistono a tutto questo con la forza antica della melodia e di una costruzione armonica delicata come la trama d'una foglia. Si muovono controcorrente, come artigiani del sentimento, senza preoccuparsi del tipo di genere musicale che comunicano, con la sfacciata consapevolezza di saper incantare anche senza effetti speciali né spettacoli pirotecnici. C’è qualcosa di sorprendentemente fisico nel modo in cui questa musica combatte gli agenti stressanti del quotidiano, come se nell'ascoltatore si liberasse una scarica di serotonina che inviti a rallentare, a osservare meglio e a respirare. Tutto il contrario dell'adrenalina dei concerti rock! Makeshift Island accende i lumi di una poetica di resilienza, cosicché anche quando il mondo dovesse bruciare, Hennessy e sodali troverebbero il modo di invitarci a danzare tra le ceneri.
La chimica tra i musicisti sul palco è palpabile, ma non spettacolare. Si tratta di una comprensione silenziosa, un'interazione profonda e quasi telepatica. Più che un collettivo, i Makeshift Island suonano come un organismo, un aggregato di cellule sonore che vive e respira insieme, rifiutando l’individualismo esasperato dello sterile virtuosismo. Non ci sono, infatti, assoli particolarmente lunghi o turbinosi in questo album ma tutto si muove secondo l'onda tranquilla di un mare amichevolmente calmo, proprio come quello raffigurato in copertina.
Qualche eventuale analogia tra il canto della Hennessy e Norah Jones è puramente didascalica e forse il legame tra queste due artiste – la voce della Jones è comunque più affascinante di quella un po' naif a ogni modo ben intonata della Hennessy – sta in un elemento dei Makeshift Island, il chitarrista Kevin Breit, che ha suonato con entrambe le artiste. Ma volendo osare qualcosa in più, mi piacerebbe accomunare la Hennessy con certi aspetti eclettici appartenuti a Laura Nyro. Accanto alla voce e alla tromba della leader, ci sono la pianista Tania Gill, Michael Herring al contrabbasso – consorte della Hennessy – Dave Clark alla batteria e il già citato Kevin Breit alla chitarra elettrica.

Si comincia con le note “telegrafiche” della tromba della leader, un po' soffiate, tra una vera e propria fioritura primaverile di strumenti in All The Little Things You Do. La melodia portante è semplice, allegra, tra accordi di chitarra che richiamano un appena delineato clima caraibico. In realtà il canto si distende tra un delicato supporto ritmico e un pianoforte svagato che accompagna il tutto all'improvvisazione. Buono l'assolo di contrabbasso, circondato dall'aura del pianoforte che brilla anch'esso in una prova solista calibrata, seguita dalle corde leggermente più selvagge della chitarra. Ci si muove in uno schema modale che facilita relativamente le variazioni tematiche. Alla fine l'Autrice presenta gli elementi del gruppo che si liberano in una gioiosa coda, con le ultime note di tromba e chitarra.
Here I am è introdotto da un rigoroso tempo intero supportato da un paio di note ripetute del contrabbasso. La canzone, nella sua linea melodica, ha qualcosa tra le righe che ricorda Paul Simon ma viene ben presto ricondotta in uno schema improvvisato dove, in una trama temporanea di chitarra e pianoforte, compare l'umbratile tromba della Hennessy in un breve assolo. Comunque il brano soffre di qualche momento d'incertezza prima del finale più segnato dalla voce della cantante.
Don't Fight It è una delicatissima ballad ed è in questi frangenti che mi torna buono il paragone con Laura Nyro, proprio per la costruzione melodica e la struttura armonica piuttosto lineare e pulita. Una parte notevole la sostiene la pianista Gill che costituisce la vera ossatura portante del brano. Il canto convince per la chiarezza espressiva e la partecipazione emotiva, anche se manca di qualche sfumatura di colore soprattutto verso le timbriche più basse. Nel finale troviamo uno dei momenti migliori dell'album, un cristallino incrocio tra chitarra e pianoforte che va a chiudere questa intima ballad.

It's a Beautiful Day to Say Goodbay è meno interiorizzata della precedente, con un testo che accompagna la sensazione ambivalente dell'amore finito e del conseguente distacco: “Condividiamo tutto il nostro amore nello sguardo dei nostri occhi, è un meraviglioso giorno per dirsi addio, un meraviglioso giorno per morire”. Il brano ricorda le inflessioni espressive di Edie Brickell e ha un incipit di pura bellezza con quell'accordo diminuito di piano che introduce il pezzo. Ottima la chitarra di Breit, che contribuisce al ricamo armonico in una delle tracce pop probabilmente più belle di tutto l'album.
I Can Go to the River è l'unico brano non derivato dai lavori precedenti della Hennessy e che dovrebbe comparire prossimamente in una nuova produzione in studio della stessa. Qui le battute s'induriscono leggermente in una trama di soft rock per sfociare in un chorus valzerino che s'interrompe a metà per consentire una lunga improvvisazione swingante di chitarra e piano, sopra una precisa e inizialmente discreta base ritmica. L'anima rock emerge poi quasi inaspettata in un clou strumentale, che ricorda le cavalcate anarchiche di Neil Young nei suoi brani live con i Crazy Horse.
There's One Thing è una piacevolissima sorpresa bluesy che va a incanalarsi progressivamente in un corridoio dixie. Comincia il piano perfetto e brillante della Gill che lavora in solitudine con il canto della Hennessy, previo un assolo che profuma di blues e locali notturni, cui segue la prova altrettanto illuminante della leader alla tromba. Gillespie, Armstrong, Ellington, persino il primo Tom Waits e Al Croce e tutta una notevole compagnia di illustri maestri sono alle spalle di questo duo a suggerire la giusta ispirazione. Applausi meritati e ripetuti per una musica candida e derivativa, nel senso migliore del termine, come questa.
Si chiude con When Stars Shine, che è una pop song sullo stile delle grandi cantanti americane bianche degli anni '50, tipo Judy Garland. Una barcarolle di zucchero che però non guasta i sapori precedenti e accende una piccola fiammella di nostalgia.

Live at Jazz Room è un atto di addolcita disobbedienza verso il mainstream. In effetti questo album se ne serve alla bisogna, lo rammenta spesso nei suoi passaggi ma non ne fa una bandiera. Se dovessimo infatti tener fede a tutti gli indizi che percorrono questo lavoro, scopriremmo che in un ipotetico piano astrale esso è già stato scritto in passato. Ma la forma lieve con cui quest'opera si ottimizza, la sua umiltà nel presentarsi e nello stesso tempo la fiducia in un certo ottimismo che questi musicisti sanno trasmettere, ci regala momenti lirici di fatto molto coinvolgenti. Nel farlo, possiamo ricordare che la vera cura non è fuggire dal dolore, ma accoglierlo come parte del paesaggio esistenziale, attraverso la relativa semplicità della loro musica e del loro atlante emotivo fatto di poche nuvole.
Rebecca Hennessy’s Makeshift Island
Live at the Jazz Room
Rebecca Hennessy 2025 autoproduzione, al momento disponibile solo in download di file digitale
Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz