Rickie Lee Jones | Pieces of Treasures

02.06.2023

Non ho mai letto un'intervista così bella, intensa e trasparente come quella rilasciata di recente a Paolo Romano su Musica Jazz del 28 aprile di quest’anno da parte di Rickie Lee Jones e che trovate qui. L'artista sessantottenne di Chicago è oggi un'impavida rappresentante di quella che fu una generazione tosta di giovani sballottati dal miscuglio di sensazioni che provenivano dal rock, dal folk e dal jazz della migliore America pensante dai '60 in poi. La sua storia personale, intrappolatasi più volte nelle tossicodipendenze così frequenti per i musicisti della sua generazione e non solo, non le ha comunque impedito, negli anni, di realizzare grossomodo una ventina di incisioni pubblicate con relativa regolarità a partire dal suo lontano esordio del '79. Per amare un'artista del suo calibro bisogna innanzitutto “far l'orecchio” al suo insolito timbro vocale, acuto e un po' nasale, che ricorda quello d'una ragazzina capricciosa. E soprattutto saper inquadrare il personaggio, libero e turbolento, che ha cavalcato la sua giovinezza intraprendente seguendo il mito di un'America libera. Ma non si deve mai dimenticare che quello che la Jones ha cantato e raccontato è una verità spesso urticante, in costante altalena tra gioia euforica e la malinconia depressiva da hangover, una realtà urbana fatta di vicende frequentemente immerse in una solitudine esistenziale.

 

Russ Titelman e Rickie Lee Jones

 

La vicenda importante che sta alla base della realizzazione di questo suo ultimo album, Pieces of Treasures, è aver ritrovato Russ Titelman, il produttore dei primi suoi due dischi, Rickie Lee Jones del 1979 più Pirates del 1981 e anche di Naked Songs, del 1995. Una persona molto stimata dalla Jones, un vecchio amico che decide di proporle a distanza di quarant'anni un lavoro di musica jazz incentrato sul Great American Songbook, con una serie di brani epocali che verranno poi reinterpretati senza la volontà di stupire ma con una profondità espressiva che lascia lo stesso basiti. Un progetto che scivola, mi è parso di capire, anche sulla schiuma di una certa nostalgia non solo per le grandi canzoni del passato ma forse pure per il ricordo dell'età verde dei propri esordi, appena venticinquenne e con il medesimo produttore di allora. Un viaggio a ritroso nel tempo, quindi, per ritrovarsi e chiudere un cerchio reinterpretando sé stessa alla luce degli evergreen così selezionati.

 

Non è certo una cantante jazz in odor di ortodossia, la Jones, ma possiede quell'umore umido un po' autunnale che aiuta non poco le sue interpretazioni, con quella voce da uccellino che può a tratti intenerire e a volte irritare. La proposta di questi brani si rende possibile grazie anche all'accompagnamento essenziale di un classico quartetto di jazzisti, più qualche ospite che nominerò brano per brano, che con una metodica asciutta e priva di rifiniture esornative, dimostra di aver un orecchio ben temperato alle esigenze della Jones, non certo tecnicamente all'altezza di storiche singer alla Vaughan o alla Holiday, ma sicuramente poco distanti da loro per ciò che ne riguarda l'intensa partecipazione emotiva. In compagnia quindi della cantante di Chicago troviamo un grande della chitarra come Russell Malone, Rob Mounsey al piano, David Wong al basso e Mark Mclean alla batteria.

 

Nell'intervista citata inizialmente la Jones spiega cosa l'abbia spinta ad accettare una proposta così impegnativa, per un'artista come lei che ha tuttavia avuto col jazz molti sfioramenti e punti in contatto, ricordiamo ad esempio i suoi partner in Pop Pop del 1991 tra cui Charlie Haden, Joe Henderson, Robben Ford e Dino Saluzzi. Pur non avendo supportato legami centralizzati per il suo ruolo di autrice con la tradizione jazz e mostrando forse più dimestichezza per le atmosfere folk, bluesy e R&B riscontrabili nella maggior parte dei suoi lavori, la Jones afferma che “ogni canzone è una storia d'amore... è come incidere il proprio nome nel cielo, in attesa che sugli occhi piovano pezzi d'oro”, confida all'intervistatore e ancora “Voglio solo che dopo l'ascolto la persona si elevi, esca migliore...”. Ambizione certo non facile a esaudirsi, anche con ballate “fermacuore” come quelle proposte in questo disco. La musica dispiegata, nonostante non dimostri nulla di particolarmente nuovo, si offre con un certo candore e se ne frega delle rughe scavate dal tempo sia tra le note del pentagramma e sia sul volto della Jones. E come lei stessa, infatti, commenta indirettamente “ho visto donne anziane irradiare una tale lucentezza da farti capire con la massima precisione dover risieda la Bellezza vera.

 

Rickie Lee Jones - Pieces of Treasures

 

L'album si apre con Just in Time, brano che proviene da un musical, Bells are Ringing, del 1956 e firmato Styne, Comden e Green. La Jones, con la sua foschia canora ruvidamente affascinante, si misura coraggiosa tramite un brano che s'infilò negli anni tra le corde vocali di gente come Sinatra, Judy Garland, Nina Simone. Il bellissimo vibrafono di Mike Mainieri introduce la melodia blues, l'atmosfera è raccolta e si stringe attorno ai musicisti, come se si fosse all'interno di un night club degli anni '40.

There Will Never Be Another You era in origine un brano che faceva parte della colonna sonora del film Iceland del 1942, cantato in quel contesto da Joan Merrill, ma forse la sua massima fama fu raggiunta con la versione di Chet Baker del 1956, riproposta in un LP diversi anni dopo dalla Blue Note e intitolato Young Chet. Siamo sempre nel contesto della ballad e qui, curiosamente, la voce della Jones assomiglia in alcuni punti a quella dello scomparso Jimmy Scott, il cui canto angelico trova qui qualche rispondenza. Il brano è magnifico, sospirato, quasi singhiozzato tra le righe, con due eleganti assoli ben misurati e brevi di chitarra e piano. Si può morire di mal d'amore? Secondo questa tramestante melodia e la voce struggente della Jones, pare proprio di sì. Da notare l'equilibrio sonico della formazione, sempre attento a non sollevare polvere.

Autentica perla d'innovata edizione la versione di Nature Boy, del 1947, composta dall'hippy ante litteram Eden Ahbez. La canzone, come rivela la stessa Jones, venne catturata dall'orecchio dell'autrice la prima volta ascoltandola suonare dal padre. La novità sta quasi tutta nell'introduzione con lo oud di Ara Dinkjian, che sposta l'asse interpretativo del brano verso Est, attorno al mar Egeo e oltre, tra suoni onomatopeici che ricordano il frinire delle cicale e la voce duplicata della Jones come un lontano, lamentoso coro lanciato nella solitudine d'un deserto. La traccia ripropone, neanche tanto tra le righe, quello che fu una sorta di pensiero ricorrente dell'autore, cioè l'antico riproporsi della dicotomia uomo-natura e la precorritrice ansia di trovare una nuova maniera di vita.

One For My Baby porta la firma di Harold Arlen e Johnny Mercer, che scrissero questa canzone nel 1943 per il film musicale The Sky's The Limit, che nella pellicola era cantata da Fred Astaire. Questo brano è un momento di leggera “stanca”, rispetto a quanto ascoltato fin d'ora. L'andamento è sempre bluesy ma manca quel pathos manifestato nei pezzi precedenti. La Jones canta esasperando le sonorità nasali della sua voce e mi sembra inoltre meno convinta del brano in sé.

 

Rickie Lee Jones

 

Si ritorna in quota con il classicissimo They Can't Take That Away From Me della coppia stellare George & Ira Gershwin, brano scritto nel 1937 e portato all'immediato successo ancora da Fred Astaire nel film Shall We Dance. La Jones gioca con elegante senso dello swing in un contesto di calcolata rarefazione sonora, “nulla di troppo”, come in un antico precetto delfico. Infatti, entra benissimo e misurato il sax baritono di Scott Robinson, mentre il canto si fa a tratti corale con la voce principale sovraincisa. La melodia torpidamente maliziosa diventa una specie di blues che si muove tra gli ancheggiamenti sensuali del contrabbasso.

Qualche goccia di piano prelude ad All The Way, che ci riporta quasi immediatamente alla voce calda di Sinatra, per questo brano del 1957 composto dalla coppia Van Heusen e Sammy Cahn. Ma l'intelligenza emotiva della Jones si ritaglia uno spazio personale perfetto, lontano anni luce dall'impostazione erotica e rassicurante di The Voice e inquadra il pezzo con un tono votato all'inabissamento nella malinconia, alle soglie di un ardore un tempo vivace ed ormai spento. Un buon aiuto dagli arrangiamenti d'archi di Gill Goldstein, mentre la cantante, bravissima e fortemente emozionante, sale e sale con quel finale, fragile ma intonato sino all'ultimo, tremolante sospiro. Magnifico.

Ora tocca a un brano con una costruzione melodica ed armonica che personalmente ritengo molto peculiare, quel Here's That Rainy Day di Van Heusen e Burke targato 1953 e facente parte originariamente di un musical di Broadway, Carnival in Flanders. Anche questo brano ha riconosciuto millanta versioni diverse, pure solo strumentali. La versione ballad che troviamo in questo disco inizia con il contrabbasso e l'archetto, poi lo stesso strumento recupera la sollecitazione diretta delle dita di Wong, che scalda la temperatura basale dell'intero brano con la sua cavata lenta e poderosa. Molto bella e delicata la chitarra con il coro femminile di sottofondo, credo risultante dalla sovrapposizione della voce della stessa Jones, mancando nei credit note specifiche al riguardo. Proprio sul finale un'unica nota di oboe di Ryan Roberts, mentre il mio orecchio non riporta notizia dell'intervento di vibrafono, credo erroneamente riportato nella lista degli accreditati, a nome di Mike Dillon.

Scorre la sequenza delle tracce e si arriva così alla sempiterna September Song di Kurt Weil e Maxwell Anderson. La carezzevole malinconia del ritornello viene spazzolata da un'insistenza della Jones sulle consonanti, quasi a realizzare un personale stenogramma del testo. Sullo sfondo ancora il sax di Robinson, stavolta quello contralto, associato a una tromba sordinata, lontanissima ma percepibile sullo sfondo.

On The Sunny Side Of The Street fu composta dalla coppia Fields e McHugh nel 1930, forse con lo zampino di Fats Waller. Anche questo brano viene da un musical ma nella nostra mente rimane scolpita quella celeberrima versione di Louis Armstrong incisa nel 1937. Naturalmente la Jones si tiene lontana dalla dimensione del mitico trombettista e affronta il brano senza timori reverenziali, direi comportandosi molto bene. Canta con intonazione precisa e con un accenno nel finale a uno “yesss” strascicato, omaggio insieme ironico e devoto al grande Louis. La chitarra acustica, in questa traccia, è suonata da Jon Herington e l'incipit assomiglia alla nostra Munasterio 'e Santa Chiara per una sorta di curioso tiro di dadi, dato che le note sono solo sette – in realtà dodici – come direbbe un recensore puntiglioso.

It's All In The Game ha un'origine curiosa. Fu scritta da Carl Sigman nel 1951 su una precedente melodia del 1911 di Charles G. Dawes, quest'ultimo destinato poi a diventare vicepresidente degli Stati Uniti dal '23 al '29. Una melodia virata alla pop song, piuttosto che a un brano d'impronta jazz. Forse con questa traccia la Jones si riavvicina maggiormente alla propria, primordiale natura. Comunque sia è un brano molto partecipato, l'eredità di un piccolo male di vivere evidentemente radicato nell'animo dell'autrice.

 

Rickie Lee Jones e Russ Titelman

 

Uno strano incontro ma non troppo, quello tra il jazz e Rickie Lee Jones. Deriva da un racconto anti-epico, dallo scrollarsi di dosso ogni residuo tossico del passato per orientarsi su un oggetto degno di esegesi attenta come è stato appunto fatto su questi standard. La produzione attenta e precisa di Titelman ha soppesato ogni particolare per rendere questo album piacevolmente scorrevole. Ma il merito della Jones è stato quello di avere dato intensità e passione senza perdersi in estetizzanti quanto inutili oleografie. Non è una sensibilità romantica, la sua, anzi, porta nel genoma i segni indelebili della sofferenza, anche se questa non ha mai soffocato la voglia di riprendersi le redini della propria esistenza, pur avendone avuto il cuore abbondantemente scheggiato.

 

Rickie Lee Jones

Pieces of Treasures

CD e LP BMG Modern Recordings
Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/44kHz e Tidal Hi-Res

 

di Riccardo
Talamazzi
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