Roots Magic | Take Root Among The Stars

13.11.2020

I Roots Magic sono uno tra i gruppi italiani più importanti e ribollenti d’energia di questi ultimi anni. Giunti al loro terzo disco ci si accorge che tracciare il profilo delle loro influenze e suggestioni ci porta lontano, in territori che originano da un’aspra tradizione africana, spigolosa, materica, che nulla concede a sentimentalismi e morbidezze di comodo. Apparizioni di ombre, spiriti terrestri contaminati da possessione free, fiati e percussioni che aprono porte misteriose oltre la cui soglia aleggiano, tra le altre, le anime inquiete di Don Cherry, di Sun Ra, di Ornette Coleman, di Charles Tyler, fino a sfiorare lo spettro espressionista di Albert Ayler. Stupisce che siano proprio quattro musicisti romani --Alberto Popolla ai clarinetti, Errico de Fabritiis ai sassofoni, Gianfranco Tedeschi al contrabbasso e Fabrizio Spera alla batteria e percussioni -- a tracciare un senso attendibile di questa musica così profondamente afroamericana. Pensiamo, per fare un esempio, alla versione stralunata ma coerente che la band si costruisce lavorando su un delta blues come Mean Black Cat Blues di Charlie Patton.

 

Non c’è, in questo lavoro, un senso estetico accondiscendente, nessuna volontà di piacere facilmente, di farsi accettare entro i limiti di certa gradevolezza di maniera. Ci sono però suoni, timbri, battiti, oscurità e improvvise luci abbacinanti, il tutto condotto sulla trama di una musica a tratti ostica e caotica ma in altre parti, come nel brano di apertura Frankiphone blues, non priva di un’accattivante fluidità.

 

Ci vuole uno spirito aperto edanche paziente nell’affrontare una musica come questa, che richiede costante attenzione. Occorre apertura, perché il jazz è stile in continua evoluzione, spesso non così appagante all’orecchio più moderato. Occorre altresì pazienza, perché da certe derive caotiche ne può venire un nuovo ordine, tutto da esplorare.

 

 

Roots Magic

Take Root Among The Stars

CD Clean Feed Records 2019

reperibile in streaming su Qobuz 16bit/44 kHz

di Riccardo
Talamazzi
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