Non sono trascorsi nemmeno sei mesi da quando ho recensito qui su ReMusic la sorprendente ed emozionante voce di Lady Blackbird con il suo Black Acid Soul. Oggi un'altra voce, anch'essa stupenda – e lo dico senza tentennamenti – compare sulla scena jazz internazionale. Samara Joy è una ragazza di ventiquattr'anni proveniente dal Bronx, dotata di un innegabile talento vocale e giunta sospinta dall'entusiasmo della critica e del pubblico al suo secondo album, Linger Awhile, pubblicato da una major come la Verve-Universal. Il suo modo di cantare ci riporta in quella Via Lattea punteggiata da stelle come Sarah Vaughan e Carmen McRae, ad esempio, a cui la Joy sembra maggiormente ispirarsi.
A questo punto, però, ci si può porre un interrogativo. Una cantante come questa può essere considerata innovativa? Ha senso riproporre per l'ennesima volta – la seconda consecutiva – una raccolta di standard più o meno famosi? Rispondere a questa domanda, dopo aver ascoltato Linger Awhile, è meno semplice del previsto. Un disco così, infatti, se fosse stato pubblicato alla fine degli anni '50, non avrebbe sfigurato tra i numeri di serie del catalogo di Norman Granz di allora. Se la Blackbird o la Winehouse, tanto per citare due nomi di altre cantanti che si sono parzialmente riferite a modelli precedenti, hanno cercato di personalizzare il loro lavoro immettendovi delle particolari variabili soul e rock per provare a minimizzare il rischio di scomodi paragoni, nel caso della Joy i termini di confronto col passato sono più pressanti. Linger Awhile è comunque un lavoro tecnicamente luminoso, con qualche velatura chiaroscurale laddove occorre, rappresentato da una voce vellutata dotata di grande autocontrollo, capace di muoversi a cavallo tra il registro contralto e quello del soprano e allo stesso momento di galleggiare in una limbica dimensione atemporale.
I brani scelti sono tutti degli standard, alcuni tra i quali molto famosi, affrontati con la sicurezza eufonica di chi sa di poterli dominare profondamente fino nei passaggi melodici più complessi. La Joy è una ragazza in piena fioritura artistica che farà sicuramente innamorare di sé schiere di nuovi fan e, chissà, potrebbe rappresentare un buon viatico, un domani, per iniziare al jazz un pubblico più giovane. Intorno a lei si dispongono ottimi musicisti che costituiscono il suo quartetto, cioè Ben Paterson al piano, che s'aggiunge all'originario trio con Pasquale Grasso alla chitarra, “il miglior chitarrista che abbia ascoltato nella mia vita” pare abbia detto di lui uno come Pat Metheny, Kenny Washington alla batteria e con il contrabbassista David Wrong che subentra ad Ari Roland. Da rimarcare gli interventi ai fiati di Terrell Stafford alla tromba, Donovan Austin al trombone e Kendrick McCallister al sax tenore.

Il primo brano che approcciamo è Can't Get Out Of This Mood, scritta da McHugh & Loesser nel 1942, e inciso per la prima volta da Johnny Long and His Orchestra nello stesso anno. Ma forse la versione più famosa è quella realizzata da Nina Simone nel suo LP Simone Standards uscito nel 1952. La Joy ne rispetta l'assetto swingante presentando il brano in una veste forse più addolcita rispetto a quella della Simone, ma senza trascurare di esporsi con il buon movimento dinamico e trascinante del suo apporto vocale, insieme al quartetto che la segue con impeccabile professionalità.
Guess Who I Saw Today è uno standard di Grand & Boyd e, come molti brani di allora, siamo nel 1952, era stato composto per un musical di Broadway, ma il suo successo è legato prevalentemente alla versione di Nancy Wilson contenuta nell'LP Something Wonderful, edito nel 1960. La Wilson aveva una voce più scura, più rotonda, ma la Joy ha forse un miglior ventaglio di possibilità espressive, in questo caso più vicine alla McRae. Il brano è uno slow, quasi un invito a testare nel miglior modo possibile tutte le variabili emotive del proprio canto.
Nostalgia (The day I Knew) è un pezzo attribuito al trombettista Fats Navarro che ritroviamo nell'omonimo album del 1958, Nostalgia. Samara Joy sovrappone un testo all'originale suono della cornetta di Navarro, rallentando quasi impercettibilmente lo swing della composizione su cui Grasso, con il classico timbro smooth della chitarra jazz degli anni '50-'60, costruisce un alone di morbidezza ideale per le brillanti ma controllate escursioni vocali della cantante.
Sweet Pumpkin fu scritta da Ronell Bright nel 1958 e proposta l'anno dopo dal cantante Bill Henderson. Questa versione, spigliata e più o meno con lo stesso tempo mantenuto rispetto all'originale, mette in mostra l'estensione timbrica della Joy verso l'alto, anche se in questo caso – e non è l'unico – certe note più acute appaiono un po' forzate, pur rientrando con un certo agio al di qua del limite delle sue possibilità. Buono, come sempre, l'assolo di Grasso alla chitarra.
Ma forse uno dei pezzi che cattura maggiormente l'attenzione di questo disco è l'arcinota Misty di Errol Garner, composta nel 1954, di cui si conoscono straordinarie versioni femminili della Fitzgerald, di Sarah Vaughan, di Julie London e della già citata CarmenMcRae. La Joy non sfigura certo ma punta troppo su vocalizzi impostati sui toni alti, rendendo alla fine il brano eccessivamente insistito su questi parametri. Niente assoli strumentali in quest'occasione ma i giochi li conduce con strategica levità il buon piano atmosferico di Paterson.
Social Call vanta, nel 1955, la doppia paternità di Gryce & Jon Hendricks, laddove il meno conosciuto tra i due autori, cioè George Gryce, era comunque un valido sassofonista contralto, mentre Hendricks già allora un famoso cantante. Anche questo pezzo fu interpretato da grandi vocalist come Betty Carter e Dianne Reeves, ma bisognerebbe ricordare la splendida versione di Art Farmer in coppia proprio con Gryce nel disco Farmer Met Gryce del '55. Questo brano viene cantato dalla Joy con una voce impostata inizialmente più sulle note calde mediobasse, molto gradevoli. Nel prosieguo del brano la cantante solleva il tiro verso l'alto, innalzando lo spettro sonoro prima di un raffinato duplice assolo del piano e della chitarra. Ribadisco che la scelta di vocalità maggiormente orientata su una gamma di frequenze medie mi sembra più idonea alla gradevolezza totale della voce di questa artista.
I'm Confessing (That I Love You) vanta la quadruplice firma di Smith, Daugherty & Renolds per quello che riguarda la musica e di Neiburg come paroliere. Devo dire che in questo caso la Joy azzecca una tra le migliori, se non la più bella in assoluto, esecuzione dell'album. Misurata, calibrata, con i vibrati al posto giusto, insomma una piccola meraviglia. E dire che i termini di paragone sono pazzeschi, a cominciare da quella che per me resta la migliore riproposizione in assoluto, cioè quella di Doris Day nel suo disco del 1949 You're my Thrill, senza tralasciare la versione sensualissima di Peggy Lee che trovate in una bella raccolta della Capitol Records, The Capitol Transcriptions 1944-1949.
Altro giro e altra corsa e si passa così al brano che dà il titolo all'intero album, Linger Awhile, forse la traccia più vetusta di questa raccolta, scritta nel 1923 da Vincent Rose e Harry Owens. La Joy la prende bene in velocità e altrettanto spedito è l'assolo chitarristico di Grasso: comincio a dar ragione alle parole di Pat Metheny...
Su Round Midnight c'è da annotare il gran bell'arrangiamento di fiati, nonostante sia personalmente refrattario al cantato in questa meravigliosa traccia di Monk/Williams con il testo composto da Bernie Haninghen. La solida e seducente costruzione armonica dell'epocale brano si regge benissimo anche senza la voce, seppure la Joy faccia comunque la sua bella figura. Un bell'assolo di tromba rifinisce un brano che è stato riproposto penso non meno di qualche centinaio di volte, grosso modo da una gran parte di jazzisti di buona e meno buona fama diffusi nel globo terracqueo.
Si chiude con un altro famosissimo standard dell'illustre coppia di fratelli George & Ira Gershwin, Someone To Watch Over Me. Solo voce e chitarra a sottolineare la calda, innata intimità di questa canzone. È difficile però far dimenticare il riferimento della Fitzgerald, veramente inimitabile.

Alle volte la Joy passa da un registro acidulo a note delicate, quasi premurose, ed è appunto con queste ultime che possiamo trarre il massimo piacere da questa giovane cantante del Bronx. E in effetti ascoltare questo disco è un po' come prendersi una vacanza dagli ascolti un po' faticosi a cui il jazz contemporaneo ci sta abituando. Linger Awhile ostenta un semplice garbo, una fresca leggerezza che passa attraverso i mostri sacri della tradizione standard riproposti con la grazia nostalgica di un profumo fuori moda. Se tutto questo abbia un senso o no, come un po' polemicamente ho fatto osservare inizialmente, spetta a ogni ascoltatore deciderlo, “attenzionandosi” tra l'eleganza aristocraticamente retrò di questi brani, la bella voce felpata della Joy e lo spettro rugginoso del rimpianto.
Samara Joy
Linger Awhile
CD e vinile Verve-Universal 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 24/96 kHz e Tidal qualità Master MQA