C’è qualcosa di profondamente affascinante nel fatto che, dopo sessant’anni di storia e oltre trenta musicisti passati tra le loro fila, i Soft Machine continuino a suonare come se il tempo fosse solo una variabile secondaria. Thirteen, il loro ultimo album in studio, arriva dopo Other Doors del 2023) quasi come in un gioco di specchi. Tredici brani, uno dei quali dura tredici minuti, pubblicazione fissata per un venerdì 13 marzo, mentre la memoria del cofondatore Daevid Allen – nato il 13 gennaio e scomparso il 13 marzo – aleggia come una presenza inquietante tra le pieghe della musica. A dire il vero c'è solo un lieve glissato di suo nel brano, indovinate un po', il numero tredici... Ma ridurre tutto a una curiosa esperienza numerologico-cabalistica sarebbe un errore. Thirteen è prima di tutto un disco di carattere, un lavoro che guarda con naturalezza all’Età dell'Oro mantenendo però un atteggiamento ipercool, da veterani che non hanno nulla da dimostrare e proprio per questo possono permettersi di sperimentare liberamente.
Questo album può essere giustamente inteso come genetliaco alla stregua di un esercizio di continuità storica originata all’interno della scena di Canterbury. E in fondo la storia dei Soft Machine è sempre stata caratterizzata da un’aneddotica un po' picaresca. Un gruppo nato nel 1966 con Robert Wyatt, Kevin Ayers e Daevid Allen a cui si aggiunse più tardi anche Mike Ratledge, è diventato negli anni una sorta di laboratorio sperimentale permanente. Oggi, con John Etheridge alla chitarra – cinquant'anni anni di fedeltà pur non continuativa alla band – e con la direzione musicale condivisa con Theo Travis dal 2013, il gruppo sembra suonare in una sorta di regione del mondo dove jazz, psichedelia, avanguardia ed elettronica convivono senza barriere. La band ha attraversato oltre mezzo secolo di trasformazioni stilistiche e cambi di formazione, mantenendo tuttavia una certa coerenza di linguaggio. Del resto è fuor di dubbio che ascoltare i Soft Machine oggi sia come attraversare una specie di porta temporale. Dall’altra parte non c’è soltanto il “nostro” passato, la citata scena di Canterbury, il jazz rock e il progressive ma una dimensione sospesa in cui la memoria e il futuro vanno a mescolarsi in quella macchina morbida che prese l'idea per il proprio nome da un racconto di William Borroughs.
L’attuale incarnazione del gruppo, guidata da Etheridge, un po' il filo conduttore dei Soft Machine, e dal fiatista Travis, propone qui un lavoro interamente strumentale e sviluppato, come già anticipato, in tredici tracce. Il cuore dell’album resta saldamente ancorato alla grammatica storica dei Soft Machine utilizzando come strumenti il sax, il Rhodes, il Mellotron insieme a fiati, bassi fretless e pickup Humbucker che costruiscono un paesaggio sonoro caldo e stratificato. La musica di questa band britannica è l’epitome di un’epoca come la nostra che continua a trasformarsi attraverso vari generi per arrivare a fondersi fino a diventare, in casi come questo, un linguaggio unico. Risulta difficile, proprio per la natura proteiforme della band, poter definire con esattezza il tipo di genere musicale eseguito. Gli amanti del progressive non avranno difficoltà a rivendicare i Soft Machine come elementi guida del loro genere preferito ma indubbiamente Thirteen si colloca altresì nel territorio più aperto del jazz e della fusion con flessibilità verso la psichedelia e l’avanguardia, dato che la libertà espressiva sfiora l’improvvisazione pura, talora anche cacofonica. Lunghe sezioni solistiche si aprono come finestre improvvisate dove anche i momenti più delicati possono esplodere improvvisamente in passaggi più intensi. I fiati e le tastiere si inseguono, spesso si sovrappongono, la chitarra di John Etheridge emerge talvolta come uno strumento belligerante, capace di fendenti improvvisi dentro paesaggi sonori altrimenti contemplativi. La struttura compositiva dei brani segue spesso un modello ricorrente caratterizzato da un'introduzione tematica, dallo sviluppo improvvisativo a cui segue un'intensificazione ritmica e infine il ritorno alla quiete. Questo schema produce momenti di notevole raffinatezza musicale ma, nel corso dell’album, volendo cercare il pelo nell'uovo, tende anche a generare una certa uniformità formale. La procedura rischia in effetti rischia di essere prevedibile perché molte tracce seguono una struttura abbastanza simile ma questo, in realtà, non pesa davvero. Piuttosto è come se ascoltassimo una band che racconta, brano dopo brano, una serie di variazioni su un tema. Comunque sia, dentro questa miscela sonora, si percepisce ancora quella febbre interiore, a tratti veramente feroce, che ha sempre animato il gruppo nella volontà di esplorare, di cambiare, di spingersi ancora un passo più avanti.
Costante alla base di tutto è l'evidente competenza tecnica dei musicisti che eleva lo status dei Soft Machine quasi una spanna sopra la media delle produzioni progressive, mettendoli altresì sullo stesso piano di molte formazioni jazz attualmente in attività. Vediamo ora i componenti della band, ospiti compresi. Alle chitarre c'è John Etheridge mentre Theo Travis suona il sax tenore e il soprano, il flauto, il duduk, il Fender Rhodes, il pianoforte, il mellotron e le tastiere elettroniche. Al basso c'è Fred Thelonious Baker, mentre alla batteria, alle percussioni e al pianoforte c'è Asaf Sirkis. Tra gli ospiti facciamo riferimento a Pete Whittaker a organo, pianoforte e tastiere e Nick Utteridge al gong.

Lemon Poem Song è subito una meraviglia chitarristica e ritmica, dove lo strumento di Etheridge sconfina dalle parti più nobili di John Scofield. Le linee strumentali sono tese come lame e il batterista Sirkis, che è anche autore del brano, ci mette muscoli e cuore in un accompagnamento che definire esuberante è sin troppo poco. Da notare il pregiato e semplice intervento di piano di Travis, ma spenderei più di una parola anche per la quadratura del basso, sempre allacciato ai tamburi di Sirkis.
Open Road inizia con un arpeggio in sincrono tra chitarra e Rhodes, ma quello che a un primo ascolto può sembrare un brano tranquillo viene ben presto trasformato dalle rullate di batteria in qualcosa di più consistente, pur preservando un certo clima malinconico alla King Crimson che lo percorre. L'irruzione del sax fa pensare in effetti a Ian McDonald dell'Uomo Schizoide del XXI Secolo, ma qui Travis mostra tutta l'abilità di un jazzista qual egli è. Etheridge allarga il tiro con il suo assolo di chitarra a seguire che questa volta ricorda maggiormente gli interventi di un altro chitarrista di casa come Allan Holdsworth, ex Soft Machine dal '73 al '75.
Seven Hours è composta da Travis e sembra sia stata dedicata alla memoria di Ratledge e soprattutto alle sue tastiere caotiche dei bei tempi andati. Il tutto esordisce con un'improvvisazione libera fino a quando una serie di riff per chitarra sostenuta da una ritmica martellante e un sax rabbioso costruiscono quello che pare un tema, che Etheridge e lo stesso Travis eseguono all'unisono.
Waltz for Robert è un piacevole e lento brano di Sirkis dedicato a Robert Wyatt, che fu come precedentemente segnalato, tra i membri fondatori dei Soft Machine. Sono degli accordi di chitarra un po' malinconici su cui si estende con grande sicurezza lirica il flauto di Travis, tra i piatti della batteria e il basso di Baker che fornisce un breve e misurato assolo. Il brano si chiude grosso modo com'era iniziato, dolcemente incantatorio.
The Longest Night sono tredici/13 minuti di assoluto godimento che non solo rimandano ai vecchi Soft Machine ma anche vanno a solleticare la memoria più vasta dell'epopea canterburyana, in particolar modo quella dei Caravan. Travis si alterna al flauto e al sax soprano in una traccia evocativa che racchiude un po' di magia della Third Ear Band. Ma è l'organo di Whittaker l'autentica sorpresa, senza nulla togliere a tutti gli elementi della band, qui impegnati nella creazione di un brano assoluto. Bello l'assolo progressive di Etheridge, aderentissima la ritmica, onnipresente l'organo col suo colore caldo che a metà traccia s'impegna in uno slancio dal carattere siderale, piuttosto psichedelico ed effettistico. Nella seconda parte la chitarra procede all'unisono prima con l'organo, poi col flauto. Il pezzo modifica traiettoria in continuazione ma non perde mai il nord della bussola. Tra scariche di rullate batteristiche e fraseggi forsennati di sax soprano, alla fine si giunge ad un riff serrato condotto dal flauto e dall'organo insieme, per recuperare in chiusura quella magia di cui si accennava poco sopra. Come si diceva un volta, “un brano che vale il disco!”.

Disappear comincia con il flauto in loop di Travis, incorniciato da qualche nota periferica di chitarra. Ma dato che questo è un album di belle sorprese, ecco che l'autore del pezzo, il batterista Sirkis, abbandona i tamburi e si mette al pianoforte, innescando una serie di accordi e di intriganti dissonanze che volutamente non risolve, fino a farle riassorbire dalla chitarra, ora più in evidenza, e dal flauto. Una traccia di grande bellezza, va detto.
Green Books abbandona le atmosfere leggiadre del brano precedente per innescare un riff chitarristico su cui sax e tastiere vanno all'unisono, coprendo un poliritmo che poi si trasforma in un momentaneo swing, al modo dei Soft Machine, s'intende. E infatti, esaurita questa parentesi, la chitarra innesca un wha-wha e corre a rotta di collo in un tunnel ritmico dove Sirkis picchia le pelli come un dannato. Dopo di ciò il brano è come se ripartisse parzialmente dall'inizio ma non proprio, perché il sax tenore buca l'audio con un assolo fortemente dissonante, quasi free, tra gli accordi distorti di chitarra.
Beledo Balado entra un po' fuori luogo in questo album. Non certo perché sia un brano lento e nemmeno perché la timbrica della chitarra risuoni un po' come Carlos Santana. Il fatto è che spezza la tensione contemporanea fin qui mantenuta con un brano che non è né carne né pesce, forse posizionato per dare adito a un certa atmosfera che personalmente non colgo. Eppure Etheridge, che è anche l'autore del pezzo, la chitarra la suona e anche bene, così come l'assolo di basso, pur breve, risulta fluido e riflessivo.
Pens to the Foal Mode è un'improvvisazione che si muove su dei loop di flauto e sulle tastiere a ridosso di una ritmica incalzante. La chitarra entra ed esce anarchica tra le maglie larghe di questo pezzo ma l'impressione è che il tono complessivo sia un po' calato.
Time Station inizia con un sincrono all'unisono di chitarra e sax soprano, tutto da godere e da sottolineare tecnicamente, con un gran accompagnamento poliritmico di base. Poi il soprano viene effettato dallo wha-wha, sorretto dagli accordi dissonanti di Etheridge tanto che pare di ascoltare i primi Weather Report.
Which Bridge Did You Cross s'annuncia con effetti elettronici tra loro intersecantisi, prima che appaia la batteria a segnare qualche tempo dispersivo e si presenti anche la chitarra con il sax quasi andassero per conto proprio. Ma poi s'instaura uno di quegli unisoni tra sax tenore e chitarra che ogni tanto affiorano in questo album e che contribuiscono ad alzarne il tasso qualitativo.
Turmoil è l'unico brano firmato da Baker e nasce da una serie di arpeggi isolati di chitarra, ben presto raggiunti dal fervore vitalistico del sax che disegna il tema sincronico costruito insieme a Etheridge. Mentre il suo strumento si distorce sempre di più viaggiando alla velocità della luce e il batterista scuote piatti e tamburi, la sensazione è che l'improvvisazione prenda la mano un po' a tutti, il sax urla come non mai e si finisce in una degna orgia sonora.
Daevid's Special Cuppa è un nostalgico tributo a uno dei fondatori dei Soft Machine. Travis ha lavorato con Allen per diverso tempo nei Gong e ha approfittato di quel lungo glissato di chitarra – estratto da un nastro dello stesso Allen – mandato in loop che si ascolta su tutta la traccia, anche se non in primo piano, costruendogli attorno un brano triste ed evocativo, accentuato dalle note umane e pastorali del duduk. In sovraincisione, il sax soprano dello stesso Travis che sottolinea emotivamente la grande stagione vissuta insieme ad Allen.

Si potrebbe sostenere che Thirteen non rappresenti tanto un nuovo punto di partenza quanto una ulteriore sedimentazione di un percorso che i Soft Machine continuano a seguire con ostinata coerenza. La rapidità del consumo e l’obsolescenza programmata delle estetiche sembrano proprio non abitare questo album, che invece rivendica una dimensione sempre molto creativa e all'avanguardia. Se la scena di Canterbury è stata storicamente un luogo di incontri improbabili – tra jazz, psichedelia, rock e avanguardia – i Soft Machine continuano a incarnarne lo spirito più autentico, quello di una musica cioè che non smette di interrogarsi su sé stessa. Non è nostalgia, e nemmeno revival, è piuttosto una forma di continuità critica, una memoria mai totalmente acquietata. Alla fine dell’ascolto resta la percezione di una band che non ha mai davvero smesso di esplorare. Come se, dentro quella “macchina morbida” messa in moto più di mezzo secolo fa, il tempo continuasse ancora a lavorare silenziosamente, trasformando ogni nuovo capitolo in un ulteriore passaggio di una storia che — con discrezione, ma con ostinazione — continua a scriversi.
Soft Machine
Thirteen
CD e doppio LP Dyad Records 2026
Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/44kHz, su Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz e su Spotify 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.