Steely Dan | Northeast corridor

04.11.2021

Quando gli Steely Dan cominciarono a essere conosciuti si era agli inizi degli anni ’70. Al tempo la loro musica mi lasciava indifferente, trovavo che quel pop-jazz ultra-raffinato fosse l’ideale soundtrack di cocktail party tra futuri rampanti sociali e figli della buona borghesia. Io e altri miei sodali preferivamo gli ammassi informi dei Re Nudo Pop Festival, dove c’era sì un po’ di fango ma musica decisamente più rock, anche se a volte mescolata a tiritere di improbabili gruppi acustici tipo Hare Krishna. C’erano pure i soliti politici in passerella, che giuravano di poter vedere la Rivoluzione avverarsi da lì a pochi giorni e qualcuno ci aveva pure creduto. Intorno a noi neanche l’ombra di quelle ragazze avvenenti che nelle feste private si dondolavano al ritmo di Do it again ma solo astiose femministe impegnate in sedute di autocoscienza. Dovranno passare ancora una decina d’anni prima di trovarci tra le mani un vinile con una copertina fantastica, una foto in bianco e nero di Donald Fagen – il 50% degli Steely Dan – sigaretta tra le dita, microfono aperto e un mitico giradischi con un pick-up pesante come un aratro. Quanti di noi non hanno sognato di fronte a quell’immagine? Desiderare di essere un fascinoso disc-jockey radiofonico notturno, di quelli americani un po’ flaneur esattamente come l’iconica fotografia che quel disco ci mostrava…? Poche storie, The Nightfly è stato tra i migliori dischi degli anni ’80 e oggi lo si riascolta con lo stesso piacere di allora. Ma il tempo passa, le cose continuano a cambiare e non sempre per il meglio. Nel 2017 il cancro si porta via l’altro 50% di cui sopra e cioè il chitarrista e bassista Walter Becker. Nonostante il duo si fosse sciolto nell’81 – un anno prima dell’uscita di Nigtfly – nel 1993 avvenne la reunion che durò tra un lavoro solistico dell’uno e dell’altro fino alla morte di Becker. In tutti questi anni di musica, escludendo i bootleg, gli Steely Dan pubblicarono un solo disco dal vivo, quell’Alive in America assemblato all’indomani della ricomposizione del duo e ora, dopo circa 25 anni da quella prova, ci troviamo di fronte alla seconda uscita dal vivo, ovviamente senza Becker.

 

Steely Dan

 

Un album, Northeast Corridor, registrato durante un tour del 2019 lungo la East Coast statunitense, con i brani raccolti in diversi concerti e composti quindi come un collage di piccole mirabilie. Non è quindi un vero e proprio live concert riassunto in un’unica serata e questo dispiace un po’, nonostante l’omogeneità delle intenzioni e lo standard sempre uguale della qualità sonora. Ecco, appunto, parliamo di quest’ultima caratteristica. Le incisioni degli Steely Dan sono sempre state curatissime, soppesate alchemicamente al millimetro, di modo che i lavori proposti fossero piccoli capolavori d’equilibrio sonico, percepibile anche dagli impianti audio meno raffinati. Si raccontano inoltre diverse leggende attorno al perfezionismo degli Steely Dan, capaci di decine e decine di take prima di decidersi su quella giusta. Miracolosamente, o forse sarebbe meglio dire grazie alla competenza dei fonici e degli ingegneri del suono, anche questo live concert gode di un’ottima qualità, se paragonato alla media di altri eventi dello stesso tipo.

 

I collaboratori in questo lavoro sono molto numerosi, il palco ospita infatti una quindicina di elementi, compresi le coriste e un buon numero di fiati, nonché un’ottima – e c’era bisogno di dirlo? – base ritmica con Freddie Washington e Keith Carlock, quest’ultimo presente negli Steely dagli anni ’90. La cosa interessante è che sia uscito in contemporanea un secondo live che celebra The Nightfly, in cui Fagen riprende dal vivo le sue composizioni di quel super citato disco dell’82. Inutile dire che la matrice originaria è sempre quella, tanto in Nightfly quanto in questo Northeast Corridor, cioè una limitata improvvisazione e una riproduzione dei brani molto vicina a quelli già editati negli anni passati. Forse, al di là di tutto, se proprio vogliamo trovare qualcosa da rimproverare a Fagen & Co., è proprio in questa carenza di piglio improvvisativo che lascia un po’ perplessi, data la notevole perizia strumentale di tutti i musicisti, Fagen compreso.

 

Steely Dan - Northeast corridor

 

La prima traccia di Northeast Corridor è Black Cow, tratto dall’album Aja del ’77. Qui ci sono tutti gli elementi stilistici che riscontreremo durante lo svolgimento di questo live, cioè belle melodie con armonizzazioni altrettanto valide, l’uso dei loro tipici accordi in rivolto di nona maggiore, stacchi sempre precisi con l’utilizzo mediato dei fiati e quell’atmosfera godibilissima che sta a mezzo tra jazz, pop, funky con naturalmente un po’ di rock – ma non tanto – a tenere le fila. Kid Charlemagne viene dall’album The Royal Scam del 1976. Un brano che non ci si stancherebbe mai di ascoltare tanto è brillante, con un assolo in due parti, presumo di Connor Kennedy, che dovrebbe essere preso ad esempio nelle scuole musicali per chitarristi, tanto è veloce, pulito, preciso, ficcante come un proiettile di un cecchino. Cori, organo e fiati a tutta birra a completare l’opera. Poi è la volta di uno dei brani più memorabili della carriera degli Steely Dan, Rikki don’t lose that number, che viene da Pretzel Logic del ’74. Inizio poderoso col basso, fiati e piano che suonano due note altalenate in un intervallo di quinta e poi l’intro del ritornello con gli accordi di piano che precedono il tema della canzone. La voce di Fagen, che non è mai stata molto solida, dimostra qualche incertezza, comunque assolutamente perdonabile, data la fluidità con cui procede l’intero pezzo. Hey Nineteen è estratto dal tribolato Gaucho del 1980, album che vide la coppia Fagen-Becker difendersi nella causa legale intentata da Keith Jarrett con l’accusa di aver plagiato la canzone Gaucho da un tema del celebre pianista. I due persero la causa e inoltre, nello stesso anno, morì di overdose la fidanzata di Becker, nonché manager del duo. La traccia si presenta con un bel groove, sorretto dalla partecipazione del coro, anche se il brano è meno appariscente di quelli precedenti e più contenuto nelle modulazioni, ma presenta l’interessante assolo di tromba di Michael Leonhart verso il finale. Ancora da Pretzel Logic viene Any major dude will tell you, molto pop style e, se non fosse per il caratteristico piano elettrico, sembrerebbe più un pezzo alla Marc Bolan che non appartenente alla premiata ditta in azione. Sempre da Gaucho proviene Glamour profession e qui torniamo in pieno clima Steely Dan con la tipica ritmica che fa tanto anni ’80, ma la costruzione armonica rispetta il marchio di fabbrica, più modulazioni e cambi tonali e un assolo di piano molto jazzy. Fiati sornioni oscillano sullo sfondo e la chitarra scintillante opera qualche magia solistica per chiudere in bellezza. Things i miss the most proviene dal più recente Everything must go e il ritmo rallenta con il trombone di Jim Pugh a far da apripista. Poi il tutto si sistema inquadrandosi in un mid tempo dalle cadenze appena più angolose, prendendo la piega di una ballata dal profilo disincantato. Aja è ovviamente compresa in origine nell’omonimo album e qui si resta in un mood più melodico e vagamente nostalgico. Presenti gli scarti tonali tipici degli Steely Dan e le tastiere che vanno sugli scudi a imitazione del suono dell’armonica a bocca, intrecciandosi con la splendida chitarra di Kennedy. Otto minuti di musica intensa in cui anche i fiati si mettono in mostra recuperando una dimensione jazzistica sottratta al pop, avvicinandosi molto di più alla fusion. Ma, del resto, tutta la musica di questo concerto è un continuo fluire, un mescolarsi tra i generi e c’è anche spazio, in questo brano, per un assolo di batteria. Forse è la traccia più completa e più bella di tutto l’album. Peg fa sempre parte di Aja e ha una fisionomia decisamente popular. Traccia decorosa, ma qualche pollice più sotto le precedenti. Bodhisattva è in Countdown to Ecstasy del 1973. Tiratissimo rock’n roll vecchia maniera, è uno dei due contributi più evidenti al rock in questo disco anche se le sue declinazioni non rinunciano agli accorgimenti funky che erano tanto cari al duo Fagen-Becker. Gran finale con chitarre, tastiere e ammucchiata di tamburi. Reelin’ in the years è il secondo brano che pencola dalle parti del rock con variazioni quasi country, soprattutto nell’utilizzo dei cori. Anche qui orgia di chitarre sovrapposte – ehi, ma qui sembrano la Allman Brothers Band! – e rullo di tamburi per finire. A man ain’t supposed to cry è un omaggio al cantante Joe Williams, che incise questo brano nel 1958, originariamente molto romantico e facente parte di un album con lo stesso titolo. La versione qui presentata sprizza energia da tutti i pori ed è solo strumentale, sorretta principalmente dai fiati. Con un assolo di sax che sembra provenire dalle profondità di un be-bop impolverato dagli anni, si apparecchia il miglior finale possibile, ribadendo che l’anima degli Steely Dan era assai vicina al jazz, pur stemperato, come si è visto, da tante variabili di diverso genere e natura.

 

Steely Dan

 

I ritmi dinoccolati e una certa scioltezza melodica hanno contribuito a creare una meritata forma di culto attorno a questa band, mai travolta dalle mode. Un satellite errante e piacevolmente fuori orbita nell’immensa galassia della musica contemporanea.

 

Steely Dan

Northeast corridor

CD e vinile Universal 2021

Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz e Tidal MQA master

di Riccardo
Talamazzi
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