The Autumn Defense | Here and Nowhere

21.11.2025
The Autumn Defense
The Autumn Defense

La quieta intelligenza di Here and Nowhere, il sesto album di The Autumn Defense, consiste semplicemente nel lasciare che le canzoni si rivelino lentamente per quello che realmente sono, cioè costruzioni lineari ottenute per continua sottrazione di elementi contemporanei. Il lavoro così elaborato avrebbe potuto essere realizzato trenta, quaranta e più anni fa risultando ai tempi in piena collocazione temporale.

 

Dopo più di dieci anni dall'ultima prova Fifth, quest'opera registrata a Nashville raccoglie undici brani vellutati che si presentano come un esercizio di stile nella lunga tradizione del folk pop americano ed europeo. Indubbiamente l’album si colloca deliberatamente nel solco di una memoria estetica precisa, quella della produzione analogica pop rock degli anni '60-'70, l'età dell'oro della storia della musica giovanile. Undici canzoni aggraziate nate quindi a Nashville, ma cresciute altrove, tra il vento del Pacifico e un giradischi che fruscia memorie d’altri tempi e che ci ricorda come esista ancora un modo adulto, consapevole e anche elegante di fare pop, sebbene abbondantemente “fuori moda”. Ma almeno non abbiamo a che fare con i brani plastificati delle playlist algoritmiche, bensì con quelli che bene o male nascono da esperienze vere, gioiose e malinconiche insieme, comunque realmente vissute, sebbene realizzate con un occhio più focalizzato verso il passato.

 

La coppia John Stirratt e Pat Sansone e attualmente in forza ai Wilco – Stirratt tra gli elementi fondatori e Sansone che entra nella band nel 2004 – giocano un'altra partita in piena autonomia rispetto al gruppo originario di appartenenza, esponendosi verso un suono leggero, piuttosto piacevole che si colloca tra l'ambientazione californiana anni ’70 – Buffalo Springfield, Beach Boys, Love, America – e influenze più tipicamente britanniche – Beatles, Supertramp, Zombies, Style Council. Tutto questo sembra qui trovare un equilibrio definitivo, mediato da una sincerità persino toccante. Ci sono caratteri démodé, certo, ma la band li indossa quasi come fossero medaglie, uno statement estetico esibito con disinvoltura tra i synth e le chitarre folk. Il risultato è una musica spregiudicatamente sfacciata ma che si ascolta con facilità, dove le undici tracce propongono una ricerca equilibrata tra precisione formale e spontaneità controllata. Il duo Stirratt-Sansone elabora una poetica del dettaglio dove ogni elemento timbrico appare ben studiato, filologicamente corretto e mai superfluo. L'accompagnamento pop rock, con quelle chitarre ora taglienti e alle volte languide al punto giusto, riesce a introdurre un elemento di tensione e scuotimento musicale che impedisce alla materia sonora di stagnare nell'autocompiacimento. Inoltre, gran parte del valore di questo album è da attribuire agli impasti vocali, costruiti con taglio morbido e amalgamati tra loro tali da evocare nell'ascoltatore, oltre all'ammirazione per la precisione realizzativa, anche un pizzico di indefinibile nostalgia. Il groove è impeccabile, accompagnandosi a una ritmica regolare che si muove moderatamente con melodie rotonde, armonie corrusche, momenti d'intrigante policromia e un tocco di neo psichedelia che rimanda ai Rain Parade degli anni '80 o, ancora più indietro, ai primi, “barrettiani” Pink Floyd. Nel complesso l'album si mostra coerente nella sua densità e, nonostante la natura disinibita dell’operazione, questo lavoro non mira evidentemente ad alcuna modalità d'innovazione ma alla riaffermazione di un canone, quello della musica pop raffinata riservata a un pubblico selettivo.

 

La distribuzione strumentale si suddivide tra Patrick Sansone – che si dedica alla voce, al mellotron e all'organo, al pianoforte, alle chitarre acustiche ed elettriche nonché al vibrafono e alla cura degli accompagnamenti con archi e fiati – e John Stirratt a voce, chitarra acustica e pianoforte. Questo duo è affiancato da James Haggerty al basso elettrico, Greg Wiecorekz alla batteria e alle percussioni, Brad Jones all'armonium, Jim Hoke ai flauti, Austin Hoke al violoncello, Jennifer Kummer al corno francese, Steve Tyska al flicorno, Matt Combs agli archi e Ben Rice alle percussioni aggiunte.


The Autumn Defense - Here and Nowhere


The Ones apre l'album e ci fa comprendere da subito la direzione generale del progetto degli Autumn Defense attraverso questa riflessione sul trascorrere del Tempo e ciò che si lascia alle spalle. Dice il testo, tra l'altro, “E quelli che erano lì per mostrare la via / Dove sono adesso? / E le cose che pensavamo fossero qui per restare / Dove si possono trovare?”. Sicuramente una bella canzone pop, con un attacco tra chitarre acustiche, basso elettrico e batteria che recupera la scioltezza di uno stile già collaudato, arricchito da uno strategico suono di flauto e nobilitato da una lunga coda strumentale con tanto di assolo di chitarra elettrica.

Con I'II Take You Out of Your Mind entrano in casa gli spettri dei Kinks e degli Zombies per danzare quasi come un tempo, sferzati da un assolo acidulo di chitarra elettrica. Retroazioni, certo, feedback di sentimenti mai completamente dimenticati ma va bene così.

Old Hearts si sfianca di nostalgia, pure troppo, con un testo esplicito: “Vecchi cuori / Che sapevano fin dall'inizio / Quando stavano cadendo/ Guardati intorno / Raggiungi ciò che hanno trovato". A parte l'intervento di corno francese, in questo brano si rischia di restare appiccicati a una vischiosa melassa sorretta dalla coppia di accordi di settime maggiori che si rincorre su e giù lungo brano, a rimandare a un aspetto assai meno nobile della pop music.

Winter Shore si veste d'autunno con archi e pianoforte in evidenza per riportare a certe inquiete impressioni barrettiane, esprimendosi attraverso un filtro riflessivo formalmente originale, sebbene l'ispirazione resti nelle vicinanze di un pop psichedelico di marca britannica, soprattutto per merito dei passaggi d'accordi un po' ruvidi orgogliosamente rivendicati alla faccia dell'armonia funzionale.

Ma In the Beginning, signori, è quasi un elegante plagio, una surrettizia furberia nei confronti dei Supertramp a cui veniamo rimandati dalle primissime battute. Ma al di là di questo va sottolineato l'incastro melodico con gli archi e la costruzione felice della “struttura canzone” che rimanda a un certo power pop tipicamente seventies.

 

The Autumn Defense

 

Ancora i cuori protagonisti in Hearts Arrive, che si snoda tra importanti intrecci di chitarre alla McGuinn, assolo e cori molto ben fatti in un brano che è come un ponte tra gli oceani a unire due continenti, mettendo in un'ipotetica quanto insolita comunione David Crosby e Ray Davies.

Underneath the Rollers richiama nei tempi lenti e nell'inciso, cantato con la giusta partecipazione emotiva, l'intonazione di Gregg Lake. Aiutano molto gli interventi alla chitarra classica di Sansone e il tappeto di suoni “mellotroniani” – NdR | Vedi qui – restando però in equilibrio precario, sempre sul punto di scivolare da un momento all'altro in un lago di zucchero.

More Than I Can Say si distende in una ballata acustica con un apporto pianistico minimale ma efficace, dove inoltre i cori vocali e i legni di sottofondo completano l'atmosfera tra l'ombra pinkfloydiana dei loro inquieti momenti più acustici e una generica, onirica leggerezza.

Love Lives è sicuramente tra i brani migliori, con un chorus acchiappante e chitarre byrdsiane che sprizzano scintille da ogni lato. Bisogna fare il punto sul fatto che la mancanza – quasi totale – di originalità viene ampiamente compensata dalla capacità di questa band di rendere candidamente un certo mondo perduto, beatlesiano e americano nello stesso tempo, pur camminando sull'orlo di una stucchevole palude senza mai finirci dentro.

Raven of the Wood mostra una prevedibile ingenuità nella costruzione musicale e nel ritornello da gita campagnola ma con due assoli di chitarra elettrica che rivalutano completamente il brano regalandogli una dignità che avrebbe potuto rischiare di andare perduta.

Ever Flowing Light, ultimo brano della sequenza, si allunga tra accordi pieni di chitarre a dodici corde e momenti di triadi diminuite, archi che vanno e vengono e un testo scritto con criterio: “Ho una sensazione che mi circonda/ E ho il tuo spirito tutto intorno a me/ Se fosse la fine della linea/ Sarei lì in qualsiasi momento/ E la tua luce che scorre sempre".

 

The Autumn Defense

 

Here and Nowhere è un album che vive di contrasti, malinconico ma rassicurante, rétro ma sempre vivo, poetico e comunque sempre disciplinato. In fondo questo album non è un luogo ma una condizione, quella di chi, pur sapendo di appartenere al passato, riesce ancora a dire qualcosa di necessario nel presente. Here and Nowhere si colloca così come oggetto estetico più che narrativo. È un lavoro consapevole della propria tradizione, costruito con rigore e misura, che invita non tanto all’emozione immediata quanto a una riflessione sul senso stesso del “bello musicale” nel XXI secolo.

 

The Autumn Defense

Here and Nowhere

CD e LP Yep Roc Records 2025

Disponibile in streaming su Qobuz a 24bit/96kHz, su Tidal con qualità max fino a 24bit/192kHz e su Spotify a 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.

 

di Riccardo
Talamazzi
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