L'impressione all'ascolto di questo decimo disco Laugh Track della band americana The National è quella di un lavoro in cui si riesca a percepire, di primo acchito, solo la scrittura di superficie. Si avverte però, anche se non sarà “tutto e subito”, di essere di fronte a un album da scoprire pian piano, avendo in nuce la possibilità di rivelarsi lentamente nel tempo. Come quando si sfoglia un libro inizialmente poco coinvolgente, ma che si dimostra via via sempre più intrigante nel prosieguo della lettura.

The National sono una band di rock-pop dell'Ohio, insieme più o meno da venticinque anni. Sembrano quindi aver superato i normali problemi dovuti all'usura di una lunga convivenza professionale che spesso erode l'autostima dei gruppi musicali. Il lockdown di poco tempo fa pareva, infatti, aver provocato l'affioramento di tutti i blocchi creativi avvertiti dalla band, ma la reazione è stata quella di pubblicare il nono album in carriera, First Two Pages of Frankestein nell'aprile di questo stesso anno e raccogliere dall'insieme di quelle sessioni altro materiale per questo nuovo Laugh Track, che parrebbe comunque correre nella stessa direzione del precedente. Il titolo indica quelle tracce preregistrate di risate che vengono aggiunte alle sit comedy e forse si tratta di un invito tra le righe a non accogliere questo album con atteggiamenti pregiudiziali, a non emettere giudizi affrettati prima di averlo potuto ascoltare con la dovuta attenzione. In effetti sarebbe un errore passarci sopra con atteggiamento di sufficienza, come spesso facciamo di fronte a opere di natura fondamentalmente pop. Anche se i National, il rock, lo sanno fare, a dimostrazione della loro frequente attività live: a questo proposito date un ascolto alla versione di Boxer live in Brussels, del 2018. In questa circostanza l'ultima traccia di questo Laugh Track è in effetti affidata a una sonorità che pare persino aliena al tono dominante di questo disco. Ciò aiuta a farci capire come l'ago della bilancia dei gusti del gruppo oscilli liberamente tra un pop-rock simile a quello dei Radiohead e verso un sistema saltuariamente più ruvido come quello dei Dream Syndicate.
I National sono abili nel collocare l'incerta geografia del loro rock sotto quel velo malinconico e disilluso che ricopre gran parte di questo album, mantenendo quasi un incerto, elegante distacco emotivo con i climi accennati dai singoli brani. Il sommesso tono umorale complessivo è quello che, potendo concentrarlo in un ossimoro, definiremmo come “ottimismo pessimista”. La lucida amarezza che affiora tra le note, tutto sommato piuttosto lievi e leggere dei loro brani, è poco più di una serie di appunti “scritti sull'acqua” – parafrasando John Keats - e il rischio è quello di una certa eccessiva omogeneità compositiva, per cui si può avere l'impressione che la band tenda un po’ a ripetere sé stessa. In realtà il gruppo gioca sulle sfumature e, come avevo accennato all'inizio, si entra nelle pieghe della loro musica solo dopo diversi ascolti. I suoni sono disposti sulla tavolozza pentagrammatica a stratificazioni successive, le pitture risultano, colme di particolari che si scoprono avvicinando maggiormente l'orecchio alle trame delle canzoni. Le tracce mantengono una loro seduttività grazie anche alla voce estremamente gradevole di Matt Berninger, tra un Mark Lanegan poco distruttivo e un Brian Ferry meno gigione, che contribuisce alla sonorità curvilinea, senza spigoli dell'album.
La formazione prevede, oltre alla voce di Berninger, Aaron Dessner alle chitarre, alle tastiere e ai cori, Bryan Dessner anch'egli alle chitarre, tastiere e cori ma in più agli arrangiamenti degli archi in Weird Goodbyes, Brian Devendorf alla batteria e infine Scott Devendorf al basso elettrico. Ci sono anche ospiti occasionali come le cantautrici Phoebe Bridgers e Rosanne Cash alla voce e Justine Vernon dei Bon Iver, sempre in duetto vocale con Berninger.

Affrontiamo Alphabet City, primo brano in sequenza, dove subiamo da subito il fascino della bella voce del cantante. La base, con qualche componente elettronica stratificata sulle chitarre, costituisce la struttura dove si snoda la lucida amarezza della canzone, su cui cadono, verso il finale, le macchie trasparenti di qualche nota di pianoforte.
Siamo nel cuore del pop, inutile ignorarlo, e all'interno di questo si resta anche nel brano seguente, Deep End (Paul's in Pieces), che si muove più vivace in una ballata piena di languori postadolescenziali ma che resta sempre gradevole al palato. Le chitarre un po' distorte in sottofondo stabiliscono i diagrammi di un noise appena accennato mentre la musica, nel suo complesso, tende a “inglesizzarsi” soprattutto nel proporre i chorus che rimandano indietro la lancetta del tempo di qualche decennio.
Weird Goodbyes richiede l'appoggio ai cori del leader dei Bon Iver, cioè Justin Vernon. La voce di Berninger si fa più calda e carezzevole, il ritornello accattivante del brano spiega come mai lo stesso era già in giro dall'anno scorso come singolo. Insomma, anche un occhio verso il marketing, perché no...
Turn Off the House si presenta con una serie di stretti arpeggi chitarristici e percussioni metronomiche ed è veramente un buon brano che ricorda da vicino alcune invenzioni dei R.E.M. L'asse terrestre si sposta verso un rock melodico e tutto questo non ci sta niente male, anzi, la batteria è in trance propulsiva e tutta la band sembra aver preso una via preferenziale a inseguire il folk-rock degli antichi maestri come ad esempio i Byrds.
Ma con Dreaming si torna alla dimensione più consona attualmente ai National, e cioè quella più prossima al pop, con qualche nota che spinge il gruppo addirittura nella direzione dei mai troppo celebrati Talk Talk, quindi più britannica rispetto al brano precedente. Il missaggio di questa canzone, come del resto in tutto l'album, viene creato prestando attenzione al rapporto tra la voce e il volume delle chitarre, sempre spinte contro le pareti dell'ambiente sonoro, probabilmente per far risaltare maggiormente l'apporto vocale del cantante.

Laugh Track, che dà il titolo all'album, vede l'intervento di Pheobe Bridgers che si merita, oltre al raddoppio vocale con Berninger, anche un veloce appunto vocale da sola. Ad ogni modo con questo brano orecchiabile non si va oltre la dimensione di ciò che è solo “carino”.
Con Space Invader si costeggiano certi momenti assorti che ricordano Lou Reed, ma, dove questi era naturalmente tenebroso e caotico, i National mantengono una postazione nelle retrovie, limitandosi a una glassa rumorosa verso il finale tra i colpi di piatti del batterista e l'incremento dei volumi delle chitarre.
Funziona tutto meglio in una ballata come Hornets, che si verrebbe a pensare possa essere la loro preferenziale tazza di tè, tanto si avverte come tutti se la bevano con naturalezza. Chitarre semplici, pianoforte che sottolinea gli accordi, una voce limpida che non forza e che sembra più personale rispetto ad altri brani, persino con qualche violino lontano lontano...
Concetto ribadito nel pezzo seguente, Coat on a Hook, un bell'esempio di come si costruisce una pop song con pochi, semplici accordi, un cantato sfuggente nella sua dolcezza e un testo di disarmante candore. L'equilibrio in fase di produzione garantisce una corretta ripartizione nei toni degli strumenti e del resto la prospettiva adottata è sempre quella di dare il maggior spazio visibile alle voci.
Una volta capito il trucco, i National ci ritentano con Tour Manager, ma questa volta le penombre malinconiche cominciano un po' a stancare e si inciampa in qualche cliché di troppo.
In Crumble si affianca Rosanne Cash e la bussola si riorienta verso la madrepatria USA con una ballad che appare a tutti gli effetti come un distillato di puro spirito americano, dove le chitarre non traccheggiano più ma recuperano un po' del loro naturale spirito selvatico, contornando il desolato folk-rock in cui è immerso il brano stesso.
L'ultimo pezzo è Smoke Detector, un inatteso finale di partita che mostra la parte nascosta della luna. Il brano nasce spontaneamente durante un soundcheck in studio, dove i musicisti improvvisano su una base semplice e Berninger s'inventa le parole quasi, come si dice, in tempo reale. I suoni s'incrociano in una direzione anomala rispetto al resto dell'album e le chitarre si lasciano finalmente andare evidenziando come i National, se vogliono, suonano rock come si deve. Nella parte finale sembrano i Dream Syndicate col freno a mano neanche troppo tirato, terminando in un vortice sonoro al quale contribuisce anche qualche effetto elettronico.

La narrativa melodica dei National s'incentra attorno a un'architettura lineare, frasi musicali semplici, cori, voci raddoppiate e chitarre diligenti. Siamo in un pieno contesto pop-rock – più il primo, come si è visto, che il secondo – dall'incedere crepuscolare che cerca comunque di evitare leziosità e ridondanze. Il mondo in cui questa band si racchiude dimostra qualche antico retrogusto, quasi il piacere di ripiegarsi su sé stessa, manifestando un umore sonoro un po' anacronistico. Ma si tratta comunque di una scelta sincera, non opportunistica e quasi fuori moda. Vince quell'approccio alla loro musica che sfrutta il fuoco lento, l'adattamento senza fretta alle loro melodie, che non sono certamente dei capolavori ma che sembrano il risultato di una serie di oneste riflessioni a cuore aperto.
The National
Laugh Track
CD e LP 4AD Records
Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/44kHz e Tidal alta qualità 16 bit/44kHz