The Third Mind | Live Mind

09.05.2025

La musica contenuta nell'album Live Mind dei Third Mind, primo vero e proprio lavoro dal vivo di questa band, è un'opera da assaporare lentamente, come un vecchio vinile trovato per caso in un negozio e che finisca per diventare poi una sorta di reliquia da custodire. Un lavoro, quindi, che non è fatto per il multitasking né per consumarsi in un ascolto distratto. Richiede invece fondamentalmente la capacità di lasciarsi andare per un'ora sull'onda delle cavalcate psichedelico-chitarristiche di questo gruppo, senza occuparsi di altro che dell'ascolto in sé.

 

Se avete amato le suite dei Grateful Dead, dei Quicksilver, degli Spirit o dei Mazzy Stars, sarete sicuri di esser finiti tra le braccia di una band che potrà darvi soddisfazioni intense. Però, occorre dirlo, questo recupero delle atmosfere dilatate targate anni '60 e '70 è allo stesso tempo sia una benedizione che, all'opposto, una sorta di dannazione. Certamente la gioia profondamente rockettara di ascoltare lunghi e abrasivi assoli di chitarre con sfumature blues è qualcosa che val sempre la pena di provare, se non altro per opporsi alle mode dei brani preconfezionati dei tre-minuti-tre che imperversano nelle radio mainstream. D'altro lato, il ritorno ai bei tempi andati lo considero un po' come il segno di una parziale resa, come dire che se il rock non possa ricondizionarsi attraverso le maglie del passato, non vi sia possibilità di ridisegnarlo in una forma nuova più contemporanea. Ovviamente non è sempre così, le proposte attuali nel panorama musicale di questo genere sono in effetti molte e diversamente variegate. Ciò non toglie che certi rinvenimenti mostrino più un interesse archeologico che un desiderio palese di novità.

 

Nel caso di The Third Mind troviamo in egual misura questa presenza di dinamiche opposte. Una musica eccellente, ben suonata e cantata, orientata tra rock e folk inquieto, con lunghe jam sintonizzate sule nostre onde cerebrali, ma anche una linea espressiva che pare non possa fare a meno di illustri recuperi che in questo caso rispondono più o meno direttamente ai nomi di Jerry Garcia, Fred Niel, Pentangle, Big Brother, Electric Flag ecc... Sono soprattutto le atmosfere a essere ripescate, tanto che proponendo un ascolto “in cieco” di quest’album potrebbe diventare difficile collocarlo nella giusta dimensione temporale.

 

I Third Mind nascono poco più di quattro anni fa da un'idea del buon Dave Alvin, ex Blasters e fratello di Phil, con cui ha collaborato in diversi progetti legati più alla tradizione americana country rock che altro. Ma qui l'intento, per altro encomiabile, è quello di riunire valenti musicisti e lasciar loro ampi spazi d'improvvisazione, partendo ovviamente da canovacci già assimilati e metabolizzati. Il lessico armonico non è ovviamente molto elaborato, si tratta di correre a briglia sciolta su un unico accordo di base, massimo due, ma il rock abita anche e soprattutto in questa scelta di strutture portanti semplici sulle quali i musicisti possano liberamente lasciarsi andare. Così, accanto alla chitarra elettrica di Alvin, si sistemano stabilmente Victor Krummenacher al basso elettrico, un ex Camper Van Beethoven, Michael Jerome alla batteria e già con Richard Thompson, la chitarra acustica e l'insolita voce di Jesse Skies, Willie Aron alle tastiere, Mark Karan alla chitarra, che sostituisce in questo album David Immergluck dei Counting Crows e Jack Rudy all'armonica a bocca.

 

L'incisione live è una raccolta di diversi concerti registrati sia al Kessler Theatre di Dallas che al leggendario Trobadour di Los Angeles, nonché anche al Ventura Music Hall, sempre in California.

 

The Third Mind - Live Mind

 

L'album si presenta in apertura con un vecchio hit del 1963, Sally Go Round the Roses, tratto dall'album omonimo delle Jaynetts ma in realtà il brano è un'elaborazione d'una filastrocca popolare, Ring Around the Roses, di autore sconosciuto. Anche se nei nostri ricordi un posto d'onore spetta sempre alla versione spruzzata di jazz che ne realizzarono i Pentangle in Basket of Light, 1969, la proposta di Third Mind, con un cantato più bluesy, caleidoscopicamente ipnotico e quindi diverso dall'impostazione del gruppo britannico, è qualcosa di spettacolare. L'inizio germoglia letteralmente tra suoni elettronici e arpeggi chitarristici fino a sfociare nel tema, interpretato con la strana vocalità della Skies che, al di là del fatto che possa piacere o meno, non si può negare sia portatrice di un timbro molto personale. Ma il momento clou l'abbiamo quando, sulla base ritmica rinforzata dall'organo, le chitarre si lanciano una dopo l'altra in libertà lungo il percorso del brano, fino alla breve chiosa di batteria al termine del pezzo. Applausi finali meritatissimi, dopo tredici minuti di assoluto piacere.

Doralee è una composizione della stessa Skyes, una ballata lenta e arpeggiata ma interpretata vocalmente forse con un'enfasi eccessivamente drammatica che mi sembra un po' avulsa dal contesto.

Risale subito la febbre con Groovin' is Easy, che proviene dall'album degli Electric Flag A Long Time Coming del 1968. Detto per inciso, l'autore di questo brano, Ron Polte, divenne in un secondo tempo manager dei Quicksilver Messanger Service. La musica possiede quelle ombreggiature tipiche di certo underground fine sixties, con l'organo che vibra al di sotto delle chitarre. Quando queste ultime, dopo qualche controllata dimostrazione si scatenano anche con un delizioso wha-wha, allora cresce decisamente l'eccitazione. Qui la voce della cantante e le chitarre alla Kaukonen ricordano da vicino i Jefferson Airplane, grazie anche a un poderoso basso che a tratti mi ha fatto pensare a quello di Jack Casady.

Segue poi Morning Dew, che tutti ricordiamo nelle lunghe e acide versioni dei Grateful Dead ma in realtà è un brano scritto nel1962 dall'autrice folk canadese Bonnie Dobson. La stessa traccia diventò famosa dopo che fu ripresa nel primo album dei Dead, The Grateful Dead, datato 1967. Non c'è dubbio che gli assoli chitarristici e soprattutto la timbrica rimandino a Garcia e del resto superare il climax del leggendario gruppo di San Francisco può sembrare impresa ardua. Ma devo dire che i Third Mind se la cavano egregiamente e pilotano il pezzo tra variazioni dinamiche, vuoti e pieni strumentali che s'avvicendano per mantenere accesa la tensione tra le parti. Qualche riserva, in questo caso, sulla voce della Skies un po' insicura in mezzo alle bordate chitarristiche e alla batteria scalpitante di Jerome. Il crescendo finale è da manuale, così come la caotica, acidissima chiosa terminale.

 

The Third Mind

 

Scrosci di applausi e poi tocca a East-West, brano cofirmato da Gravenites e Bloomfield, apparso nell'omonimo album della Paul Butterfield Blues Band del 1966. Un bluesaccio cattivo come la peste sorretto da un riff ossessivo a sei note in progressione discendente da parte del basso, poi raddoppiato da una delle chitarre. Qui interviene l'armonica a bocca di Rudy, dopo che la prima chitarra ha sibilato il suo assolo. Ritmica poderosa, l'armonica sale di dinamica, sputa linee rabbiose per farsi ascoltare su un fondo di materia musicale che si sviluppa in forma modale. Altra chitarra, la marea sonora sale e si ritira, poi le due chitarre dialogano come fossero in un confessionale e i volumi s'abbassano. Ma sarà solo un bell'attimo, forse il miglior intreccio musicale dell'album, dopodiché si arriva al gran finale pirotecnico. Quasi quindici minuti di corde tese e grande musica.

Accompagnato dalle chitarre acustiche giunge ora un brano composto da uno dei miei autori preferiti in assoluto. Si tratta di Fred Neil e il brano è A Little Bit of Rain, estratto dall'album Bleecker & Mac Dougal del 1965. La ballata, pur con tutta la volontà del mondo, è impagabile nella voce baritonale del suo autore e la band altro non può fare che cercare di renderla più che decorosa.

Il brano si sfuma senza interruzione nel pezzo successivo Dark Star, che è un classico di Jerry Garcia e dei suoi Grateful Dead, pubblicata nell'album Live/Dead del 1969, anche se il brano stesso venne editato come singolo l'anno prima. La versione di Third Mind, molto più stringata, punta molto sul tema ma è meno allucinata e quindi molto meno psichedelica. Potremmo dire che al racconto originale è stato tolto l'LSD e quello che è rimasto è comunque un bel riassunto da leggere...

 

The Third Mind

 

Mettendo da parte i dubbi manifestati all'inizio di questa recensione, c'è da dire che questo album è assai godibile e divertente. La qualità della musica è ottima, i musicisti tutti eccellenti e il progetto sembra molto ben riuscito. Però resta l'amaro in bocca tipico di un album fuori tempo. Le persone sono cambiate e il Mondo a loro correlato altrettanto. Nessuno più pensa di vivere in un orgiastico continuum con quel passato. Ma proprio per questo Live Mind è un gioco interessante, una specie di Macchina del Tempo che cerca di recuperare un po' di quell'ardore iconoclasta in cui questa musica è stata concepita e si è poi diffusa.

 

The Third Mind

Live Mind

CD e doppio LP Yep Roc

Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz

 

di Riccardo
Talamazzi
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