Tonhalle Orchestra di Zurigo in tour in Germania e Francia

02.04.2025

Foto immagine principale © Andreas Etter

 

Nella seconda metà dello scorso marzo l’orchestra della Tonhalle di Zurigo, insieme al suo direttore musicale Paavo Järvi e al pianista Víkingur Ólafsson, è stata impegnata in un tour in Germania e Francia presentando un ricco e variegato repertorio, parte del quale poco eseguito o del tutto ignorato dalle nostre parti. Ecco di cosa si parla:

  • Arvo Pärt, Für Lennart in memoriam, per orchestra d’archi
  • Witold Lutosławski, Concerto per orchestra
  • Robert Schumann, Concerto per pianoforte e orchestra
  • Robert Schumann, Sinfonia n. 3, Rheinische
  • György Ligeti, Concert Românesc
  • John Adams, After the Fall, Concerto per pianoforte e orchestra

Prima della partenza i musicisti hanno concesso, il 12 e 13 di marzo, due concerti a Zurigo, inserendo nel programma i primi due brani dell’elenco, oltre al Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven.

 

Il Für Lennart in memoriam per orchestra d’archi di Pärt fu commissionato nel 2006 poco prima della morte dall’ex presidente estone Lennart Meri per il suo funerale. Il brano, composto per orchestra d’archi, si basa sulla sesta ode del Kanon pokajanen, brano per coro a cappella che canta il mare come simbolo di vita e che viene spesso usato in quelle regioni in occasione delle celebrazioni funerarie. Come spesso accade nelle composizioni di Pärt la musica è pensata come un tutt’uno con il testo, arrivando persino allo studio del numero di sillabe nelle parole, con una attenzione ritmica e di cadenza degli accenti tali da creare un flusso unico, musicale, verbale e del respiro naturale.

La musica del compositore estone è sempre fortemente intrisa di spiritualità e di emozione e la sua apparente semplicità nasconde, in realtà, il frutto di uno studio accuratissimo e molto originale. Järvi, che ha schierato una sezione di archi ampia, si è mantenuto strettamente al metronomo di 60 battute al minuto voluto dal compositore, tempo tenuto anche durante le pause. Questo rigore esecutivo, pur aderendo alla perfezione al carattere del brano, una preghiera, non è andato a discapito della espressività esecutiva. La disposizione degli orchestrali ha visto gli archi in semicerchio, da sinistra a destra, i 14 primi violini, i 10 violoncelli, le 10 viole e i 12 secondi violini a destra, mentre gli 8 contrabbassi sono stati posti dietro i violoncelli, sulla sinistra.

Il suono degli archi ha riempito in modo impressionante la sala, in modo che non esito a definire commovente, denso e intenso, pieno di colori, con un timbro caldo, davvero materico. Raramente ho sentito archi suonare con questa densità ed intensità. Questo non solo per merito del direttore, ma anche dei musicisti e, non ultima, della bellissima e falsamente semplice composizione.

 

Il secondo brano della serata è stato invece il famosissimo Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven, vedi qui. Si tratta di una composizione amatissima sia dai musicisti che dal pubblico, che viene proposta spesso ma che personalmente ho sentito raramente dal vivo durante i miei abbondanti cinque decenni di esperienza d’ascolto. Non so se considerare questo fatto come una grave mancanza nella mia biografia di ascoltatore musicale ma così è capitato.

Questa è l’ultima composizione di Beethoven per pianoforte e orchestra, anche se il compositore più tardi riscrisse il suo concerto per violino anche per il pianoforte, e fu composta nel periodo delle guerre napoleoniche, spiccando, forse per questo, per il carattere grandioso e solenne che il compositore ha qui sparso a piene mani. Il brano rappresenta un ulteriore passo di Beethoven verso le caratteristiche dei concerti per solista e orchestra del periodo romantico e postromantico, nei quali l’orchestra, con un organico più largo, diventa un interlocutore posto alla pari con il solista. In questo caso l’orchestra vede così due flauti, due oboi, due clarinetti in La e Si bemolle, due fagotti, due corni in Re e Mi bemolle, due trombe in Mi bemolle, timpani, posizionati dietro gli archi. Gli strumenti a fiato sono disposti su tre file: nella prima, la più vicina al pubblico, parte dei legni con al centrosinistra i flauti e a centrodestra gli oboi. Subito dietro, due corni a sinistra, i clarinetti più in centro e i fagotti più a destra. Nella fila successiva da sinistra, i rimanenti due corni, trombe in mezzo e i timpani a destra, mentre davanti, al solito, il semicerchio degli archi.

Il solista della serata è stato il pianista islandese Víkingur Ólafsson, che ha effettuato i suoi studi, dopo i primi anni in patria, presso la famosa e rinomata Julliard School di New York. Ha la reputazione di essere molto musicale, pur avendo una grande attenzione per i dettagli, ma anche di sfidare le prassi esecutive “classiche”, cosa che gli ha portato vari riconoscimenti positivi ma anche critiche negative. Tutte queste caratteristiche lo hanno portato all’attenzione del mondo musicale dove, come al solito, per alcuni è una star emergente, un genio persino paragonato a un “Gould islandese”, per altri uno che devasta la prassi esecutiva con idee bizzarre.

 

Il brano si apre con un Allegro, che Beethoven, contro le convenzioni dell’epoca, struttura nell’esposizione dell’orchestra con un accordo fortissimo di tutti, orchestra e pianista, seguito da un assolo del pianoforte. Questa frase viene ripetuta tre volte prima di continuare con una lunga esposizione della sola orchestra. Un inizio potente, perciò, tutto in fortissimo prima della parte orchestrale che passa al forte. Già in queste prime battute Ólafsson conferma le sue caratteristiche interpretative, specialmente nelle parti in cui suona da solo: l’imprevedibilità e l’attenzione ai dettagli si accompagnano a variazione di tempo, più lento all’attacco dei i trilli e delle scale discendenti, che rallentano poi quando continua a scendere. Järvi si mantiene invece strettamente alle notazioni del compositore sottolineandole, tenendo il ritmo veloce dell’allegro, con i legati, variandoli con dei respiri di diverse intensità. Il tutto è stato accompagnato da grandi variazioni dinamiche ma soprattutto da una encomiabile espressività, sia nei passaggi quasi solistici che in quelli cameristici dell’orchestra. Un’introduzione orchestrale piena d’energia, di grande potenza, incisiva, ritmica ma anche espressiva e con tanta bella sensibilità, insomma.

Durante il resto del primo movimento, dove Beethoven sorprende con i suoi inaspettati cambi d'umore, fatti di contrasti dinamici e cambiamenti tonali, anche il solista aumenta le sue variazioni di tempo, di stato d’animo e accenti, lanciandosi in fraseggi non consueti, mentre l’orchestra si adegua a queste caratteristiche nelle parti in cui suonano insieme o in sottofondo.

Il secondo movimento, Adagio un poco mosso, mostra uno stato d’animo del tutto differente. Infatti, dopo una delicata introduzione dell’orchestra dove Jarvi esalta le variazioni dinamiche tra i passaggi in piano e forte, ecco una parte molto espressiva del pianoforte, con l’orchestra che si posiziona in secondo piano a fare da accompagnamento. Questo movimento è stato molto emozionante, molto passionale, al punto tale da far trattenere il respiro e far comparire anche qualche lacrimuccia. Infine, si passa al terzo movimento, Rondò. Allegro, che inizia anche qui con un fortissimo. A differenza dei primi due movimenti Ólafsson, salvo qualche eccezione durante i passaggi in piano, suona con poche variazioni di tempi, quindi con grande fluidità. Il risultato è stato quello di riuscire ad unire una parte potente con un’altra fluida e musicale, dandomi l’impressione di essere prigioniero di un vortice di bellezza artistica. Suonare in modo decisamente ritmico, energetico ma anche dinamico è stato anche merito dell’orchestra, tenuta fermamente dalla bacchetta di Järvi. Un’interpretazione che è stata accolta da una calorosa ovazione del pubblico. Che sia stata per l’hype che c’è intorno al solista? Non credo proprio e di sicuro i miei applausi sono stati molto sinceri davanti a una interpretazione fresca, esaltante, sensibile e interessante. Mi son piaciuti moltissimo gli elementi non convenzionali inseriti dal solista che, a mio parere, non hanno influito in alcun modo sul carattere del pezzo e neanche sulla fluidità del discorso musicale. Oltre a questo, ho trovato ottimo come Järvi e orchestra siano apparsi in uno stato di vera simbiosi con il solista, anche avendo a volte caratteri diversi, che però in realtà sono andati a completarsi. Certamente il secondo tempo è stato per me uno dei culmini delle serate musicali.

Come bis Ólafsson ha eseguito l’Ave Maria dal suo album From Afar, che è una trascrizione della composizione del suo compatriota Sigvaldi Kaldalóns, a dimostrazione che il solista è molto attivo nel promuovere la musica contemporanea, come dimostrano anche le diverse composizioni presentate nel tour in Germania.

 

Dopo la pausa l’orchestra della Tonhalle di Zurigo diretto da Paavo Järvi ha eseguito il Concerto per orchestra di Witold Lutosławski un famoso brano virtuosistico del compositore polacco. Scritto in un periodo di crisi esistenziale a causa della repressione politica e culturale del regime socialista a cui cercava di sottrarsi, il Concerto per orchestra fu commissionato dal direttore della appena creata Orchestra filarmonica di Varsavia, con la raccomandazione di comporre un brano che fosse una vera sfida per i musicisti. Lutosławski ha utilizzato un vecchio canzoniere polacco, per ricevere dei sussidi dallo stato che esigeva il sostegno da parte degli artisti del valore folcloristico e nazionale, ma frantumandolo e stravolgendo il materiale folcloristico fino all’irriconoscibilità. Il risultato è quello di una musica altamente virtuosistica, energica e soprattutto ideologicamente chiara. Il solista di questo concerto è l’orchestra stessa, ciascun gruppo orchestrale viene interessato da parti specifiche, come se fosse il solista del momento. Come già il titolo del brano illustra, l’autore evidenzia il suo voler concertare per gruppi. Lo scopo della composizione non è quello di essere piaciona e appetitosa per tutti i palati ma, al contrario, di dare un violento scrollone all’ascoltatore.

La partitura richiede una grande orchestra composta da tre flauti (due ottavini raddoppiati), tre oboi (uno raddoppiante il corno inglese), tre clarinetti (un doppio clarinetto basso), tre fagotti (un doppio controfagotto), quattro corni, quattro trombe, quattro tromboni, tuba, timpani, rullante, due grancasse, piatti, tamburello, tam-tam, xilofono, campane, celesta, due arpe, pianoforte e archi. Le prime tre file della platea della Tonhalle sono state tolte per far posto all’estensione del palcoscenico per poter accogliere un’orchestra di queste dimensioni!

 

Il primo movimento, Intrada: Allegro maestoso, è incominciato con un ritmo ostinato per continuare mettendo in risalto la sezione degli ottoni da una parte e le percussioni dall’altra, per poi passare a un momento più calmo con gli archi e legni in risalto, mentre le percussioni rimangono in sottofondo. La direzione è stata anche qui molto precisa, specialmente nel ritmo, cadenza e nella trasparenza delle voci con un ottimo bilanciamento sonoro. In nessun momento si ha avuto la percezione di confusione nonostante il numero delle voci e l’intensità sonora. Ovviamente con un organico del genere e un direttore così attento le variazioni dinamiche sono state rilevanti.

Il secondo movimento, Capriccio notturno ed Arioso: Vivace, inizia con gli archi seguiti dai fiati e poi nell’Arioso dagli ottoni e dalle percussioni. Musica molto spettacolare, aggressiva e impulsiva che è continuata in questo modo anche nell’ultimo movimento ma con un’accelerazione del tempo, salvo che nel corale. Il concerto è terminato con un finale drammatico ed esplosivo come esige la partitura, eseguito con grande chiarezza e tantissima energia da parte dagli esecutori. Notevoli sono stati i colori orchestrali e la struttura timbrica, che hanno trascinato il pubblico ad applaudire alla fine freneticamente.

Per dare un’idea della spettacolarità del Concerto per orchestra mi è spesso venuto in mente un certo parallelo con quelle delle più note composizioni per grande orchestra di Igor Stravinsky. Di certo non era meno spettacolare, con la differenza che nel brano di Lutosławski ci sono decisamente più passaggi dove tutta l’orchestra suona insieme, dando un suono più amalgamato e possente. Non mi sorprende per niente che, durante la seconda serata del tour ad Amburgo, l’esecuzione di questo brano posto alla fine del programma, dopo quelli di Ligeti e Adams, abbia avuto un così grande successo anche da parte dei critici, applausi frenetici che mai si son sentiti prima dopo i molti concerti diretti da Järvi nella Elbphilharmonie. Il tour ha avuto un grande successo in tutte le città visitate con il risultato di molte altre richieste di concerti futuri.

 

Per me è un piacere vedere e sentire un’orchestra di tale livello vicino a casa mia. È evidente che Il lavoro con Neeme Järvi porta molti frutti e sono curioso di vedere a quale livello potranno arrivare in futuro. Spero di poter continuare a condividere con voi queste esperienze su queste pagine. Intanto, però, mi godo anche l’ascolto con il mio sistema Hi-Fi, che ho volutamente assemblato come rimpiazzo dei concerti dal vivo.

 

Programma

Tonhalle Zurigo Stagione 2024-25

Mercoledì 12 e giovedì 13 marzo 2025

Tonhalle di Zurigo

Tonhalle Orchestra

Paavo Järvi, Direttore

Víkingur Ólafsson, pianoforte

Arvo Pärt, 1935, Für Lennart in memoriam, per orchestra d’archi

Ludwig van Beethoven, 1770-1827, Concerto per piano e orchestra n. 5, op. 73

Witold Lutosławski, 1913-1994, Concerto per orchestra

 

Foto ufficiali nella gallery fotografica

© Sebastian Madej

Proprietà riservata - Vietata la riproduzione

 

Per ulteriori info: al sito della Tonhalle Orchestra Zürich

Tonhalle Orchestra © Sebastian Madej
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