Yosef Gutman Levitt | Soul Song

08.12.2023

Forse non sarebbe nemmeno sufficiente la Patafisica di Alfred Jarry per superare gli evidenti paradossi e tutte le contraddizioni che in questi giorni la cronaca giornalistica propone davanti ai nostri occhi. Corto circuiti che devono aver coinvolto giocoforza anche un genuino artista come il quarantaquattrenne Yosef Gutman Levitt. Bassista, suona attualmente uno strumento elettrico a cinque corde, è nato in Sudafrica vicino a Johannesburg ma attualmente risiede a Gerusalemme. Nonostante la catastrofe in atto nel Medio Oriente, Levitt pubblica un album in quartetto, Soul Song, che definire soave pare sin troppo poco e non importa tanto che la progettazione di questo lavoro sia evidentemente cominciata prima dell'attuale conflitto. L'impressione è che questo balsamo spirituale provenga evidentemente da un altro mondo, un pianeta dove tutti noi vorremmo abitare, una galassia che ruota attorno alla Bellezza, lontana anni luce dall'orrore a cui attualmente siamo costretti ad assistere.

 

La carriera di Levitt come musicista ha avuto ad ogni modo una storia complicata. Arrivato dall'Africa negli USA per studiare musica al famoso Berklee College di Boston, il bassista approda in seconda battuta a New York dove cerca d'inserirsi nella dura realtà competitiva della metropoli, lavorando come cameriere e nello stesso tempo continuando a suonare pubblicamente quando possibile. Stringe una profonda amicizia col chitarrista Lionel Loueke, proveniente anch'egli dall'Africa, e che infatti appare nella formazione a quattro in evidenza in questo album. Ma dopo alcune esperienze concertistiche insieme allo stesso Loueke, Levitt molla il colpo, dubbioso sul fatto che la musica possa essere realmente la sua strada e oltretutto scoraggiato dalla difficoltà economica di vivere nella Big Apple. Nel 2009, con un nuovo lavoro di programmatore di software, si accasa a Gerusalemme, dove non approccerà quasi più la musica per una decina d'anni. Avrà però l'occasione in Israele, di meditare sulle proprie scelte e di recuperare un collegamento più solido con la cultura ebraica dei suoi padri. Tutto questo soprattutto per sintonizzarsi con le musiche tradizionali, in particolar modo con le melodie nigunim di tradizione chassidica, cioè di quel movimento nato nel '700 dagli ebrei polacchi che proponeva un rinnovamento spirituale influenzato dallo studio della Kabbalah.

Dal 2019 Levitt riprende attivamente la sua antica passione musicale e pubblica sette album a spron battuto, prima di questo odierno Soul Song, autoprodotto da una propria etichetta discografica. Al momento, mentre scrivo, a ulteriore sostegno della prolificità creativa di questo musicista apprendo che è appena uscito un secondo, nuovissimo disco, Melodies of Light.

 

Yosef Gutman Levitt

 

La scelta di collaborare con il vecchio amico Loueke – che in questi anni ha suonato con il fior fiore dei jazzisti americani, da Terence Blanchard a Herbie Hancock, da Wayne Shorter a Charlie Haden e molti altri nomi di grande rilievo – si è dimostrata assolutamente vincente, dato che i due musicisti s'intercalano magnificamente l'un l'altro al punto che in alcuni brani dell'album bisogna prestare una certa attenzione nel distinguere le sonorità dei due strumenti, soprattutto quando Levitt, con il suo basso più duttile per struttura rispetto a un normale basso elettrico, s'arrampica nella parte più alta del manico alla ricerca delle note meno gravi. Inoltre, accanto a Loueke, troviamo altri due musicisti capaci come il discretissimo Omri Mor al pianoforte e Ofri Nehemya alla batteria e alle percussioni.

La musica che si libera da questo album, quasi completamente acustica e in gran parte improvvisata, composta nelle sue basi portanti interamente dallo stesso Levitt, è solare, rilassata e distensiva, frutto di una sovrapposizione di senso tra elementi tradizionali ebraici e altri più generalizzati di derivazione mediorientale, ma con l'aggiunta di una componente ritmica che non poteva provenire altro che dal ricordo dell'Africa. Le costruzioni melodiche e armoniche sono lineari e aperte, intrise di un delicato e radioso lirismo che trasporta l'ascoltatore verso una calda partecipazione contemplativa. Levitt ama improvvisare ed è convinto, così come dichiara in un'intervista al sito web Fifteen Questions, che durante la stessa improvvisazione non ci si possa nascondere e che ogni musicista sia quindi in qualche modo “obbligato” a mostrare il proprio vero volto espressivo. Durante i brani in sequenza di Soul Song, che sono quattordici ma che si possono leggere quasi come un’unica traccia continua, si avverte una sensazione di pace che sembra provenire da una dimensione iniziatica, un momento di sognante abbandono pur necessariamente all'interno del coagulo violento di questi giorni di guerra. Levitt, leggendo quanto scrive sul suo personale sito web, è piuttosto chiaro nell'affermare “...che l'obiettivo della [sua] etichetta è incoraggiare gli artisti a creare musica onesta, improvvisata e ispirata, indipendentemente dal background religioso...”. Questo aiuta a sgomberare il campo da avventate e affrettate conclusioni ideologiche, dato che il clima avvelenato di questi tempi potrebbe persino infiltrarsi anche all'interno di opere individuali di grande qualità come questa.

 

Yosef Gutman Levitt - Soul Song

 

Chai Elul, il brano di apertura che nel titolo ebraico rivela una serie di significati simbolici connessi con l'essenza della vita, esordisce con un tema aperto, disteso come la superficie del deserto, dove la chitarra di Loueke e il piano di Mor hanno un ruolo predominante che fiorisce secondariamente in pieno clima africano, con tanto di percussioni e melodie reiterate.

La title track a seguire, Soul Song, presenta colori quasi mediterranei, con una cadenza ritmica che la rende simile a una ballata e con un curioso, involontario richiamo a You Only Live Twice di John Barry. Il suono di Levitt sembra indiscernibile da quello di un contrabbasso acustico, mentre il piano melodizza molto linearmente. Musica limpida e rasserenante che sboccia in un breve assaggio d'assolo dell'autore con suoni pieni e carnosi, poi subito imitato dalla chitarra. Assolutamente disinteressati a mostrare tecnicismi di sorta, Levitt e i suoi compagni di viaggio puntano alla caratura sentimentale delle sonorità, rese spesso in un loro caratteristico incedere piuttosto cantabile.

Myriad si avventura inizialmente tra spazi meno delineati per poi allinearsi su scale arabe riconoscibili per i loro frequenti e caratteristici intervalli di seconda minore. Loueke semina sonorità jazz su un tappeto di fiori mediorientali, con il piano che trascorre anch'esso tra inclinazioni tradizionali, inviti alla danza e spunti vagamente bluesy, maggiormente evidenti soprattutto verso il finale del brano. Buona la presenza della batteria e delle percussioni annesse, molto raffinate e mai invadenti.

Song of the Sea è una ballata dai colori languidi in cui la comparsa ripetuta dei piatti delicatamente percossi da Nehemya simula la risacca delle onde. Ci si arrende, in questo contesto crepuscolare, a una sensazione di abbandono e di riverberi, luminosi e sonori, che circondano l'ascoltatore come una fresca brezza marina.

Si prosegue sempre con questa configurazione delicata, emozionalmente trasparente, anche in The Tender Eyes of Leah, una grandiosa jazz ballad dai toni soffusi e dalla melodia mediterranea che ricorda a tratti lo stile del nostro Pino Daniele. L'intreccio tra basso e chitarra, come avevo già sottolineato poco sopra, quando gioca sulle note medio-alte diventa quasi un'unica sonorità in cui non è sempre facile distinguere le effettive sorgenti strumentali. Poco importa, perché l'atteggiamento più corretto verso una musica come questa non è tanto quello analitico quanto piuttosto quello dell'abbandono, dove ci si possa lasciar condurre fiduciosi verso le sorgenti del sentimento indicate da Levitt & Co.

 

Yosef Gutman Levitt

 

In Amad Anan Duet (Pillar of Clouds) la strumentazione si concentra su Levitt e Loueke, basso e chitarra. Introduce il dialogo lo stesso Levitt, segue la chitarra, quasi da lontano. Le note si susseguono senza fretta, con calcolata e cristallina delicatezza, seguendo una linea armonica non particolarmente complessa, anzi, la musica ondeggia accostandosi a una modalità vicina alle pop song.

Torah Tsiva si allunga invece tra Africa e Giamaica. La base armonica si circolarizza su una sequenza di I-VI-IV-V seguendo una ritmica reggae con un equilibrio mirabile tra gli strumenti, mentre il piano si trova a far le veci di un'ipotetica kora, idealmente evocata dall'insieme ondeggiante e ipnotico della musica proposta.

Kave el Hashem-Hope resta in orbita africana e trasmette una sensazione di serena felicità, sempre lavorando attorno a una sequenza di accordi molto semplici. Qui non troviamo, come nella gran parte dei brani proposti, le comuni estensioni armoniche utilizzate nel jazz, le settime, le none, le undicesime ecc... La musica segue la sua strada pragmatica nel vitalismo, spesso modale, di immediata comunicazione. Ottimi gli assoli di Loueke e di Mor, completamente asserviti alla necessità emotiva del brano.

Devotion si allontana dall'orizzonte tradizionale africano per riavvicinarsi al senso del jazz, riappropriandosi delle atmosfere più consone al sentire della band, cioè quelle della ballad. Sempre attenti alla linea sovrana della melodia, servendosi di armonizzazioni semplificate avvertibili al di sotto del tema dal carattere sognante, gli elementi del gruppo si concedono più libertà improvvisative, in particolar modo la chitarra di Loueke e secondariamente il pianoforte, quest'ultimo almeno nella trama dell'accompagnamento. Si va di spazzole con la batteria ma non solo, Nehemya è abilissimo a colmare i vuoti e Levitt si limita a sostenere la melodia rimanendo volontariamente in secondo piano.

Tikun-Amend ritorna sulle coste dell'Africa con uno dei temi di più ampio respiro dell'album, una melodia dai toni iridescenti velatamente malinconici, dove chitarra e piano procedono per certe parti anche all'unisono e il basso di Levitt pulsa come un battito cardiaco in stato di felice grazia.

Kol Dodi resta in Africa, vibrando sulle percussioni e sulla linea di basso, perennemente in equilibrio instabile tra reggae e danze tradizionali. Ancora una volta il ruolo del piano tende a riproporre la nostalgia del suono di una kora, le armonie si ripropongono circolarmente per offrire il senso di una musica che sembra bastare a sé stessa, senza magari una precisa identità locativa ma proponendosi con una radiosità difficilmente percepibile nelle opere contemporanee.

Desert Song riporta l'ago della bussola nel cuore del Medioriente con un tema suonato progressivamente all'unisono inizialmente dal basso, dalla chitarra e poi dal piano. Proseguendo nell'ascolto si avverte come il brano tenda a cambiare aspetto, cercando di sovrapporre a una melodia dal sapore tradizionale qualche escapismo dalla tendenza più jazzata.

Hashkama-Up Early sembra voler descrivere la sensazione stupita di un paesaggio che si presenti davanti a un osservatore immerso nei suoi pensieri contemplativi. Come di frequente, quando il gruppo affronta una struttura che si sviluppi attraverso soluzioni più jazzate, l'assetto formale preferito è quello della ballad che appare come il più consono alle esigenze coesive di tutti i musicisti. Il difficile, semmai, sta proprio nell'accordare le melodie modali della tradizione con le esigenze più centrifughe del jazz. Comunque, il gioco riesce sempre bene, senza forzature.

L'ultimo brano è la ripresa di Amud Anan, questa volta sfilato dalle esigenze dialogiche del duo Levitt-Loueke per includervi anche batteria e pianoforte.

 

Yosef Gutman Levitt

 

Non sappiamo se il Tempo sarà in grado, in terra mediorientale, di dissolvere le profonde diversità dei popoli che tentano di coabitarvi dal dopoguerra. L'isola felice proposta da Levitt non è comunque irraggiungibile né aspira a essere una banale utopia. Semplicemente è un invito a superare quella visione della vita che si diffonde come un eterno, irrisolvibile contrasto. Trasformare questo veleno in bellezza non è lavoro improbo per l'autore israeliano, che cerca nella tradizione non solo un valore identitario ma un'occasione per coinvolgere sotto il medesimo tetto dell'emozione musicale chiunque ne voglia far parte. Soul Song è un lavoro superbo, benedetto dalla parte più ragionevole e spirituale dell'Uomo, direi quasi un'opera terapeutica nell'allontanare i demoni di ogni conflitto, senza bisogno di sfiorare chissà quali vertigini metafisiche.

 

Yosef Gutman Levitt

Soul Song

CD e due LP Soul Song Records 2023
Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e su Tidal qualità max fino a 24 bit/192 kHz

di Riccardo
Talamazzi
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