Zachary Cale | Skywriting

22.07.2022

Ci sono alcuni stereotipi presenti nella musica cantautoriale americana, forse un po’ troppi. Solitudini, beautiful losers, larghi spazi, highways cosi dritte che sembrano non finire mai. E poi ancora la nostalgia di casa, le ostentazioni machiste, le nowhere lands. Tutti specchi che riflettono grandi vuoti esistenziali e un bel po’ di solipsismo. Tuttavia, spesso succede di ricascare nell’ascolto di questi calderoni di retorica, forse perché in fondo anche noi siamo attratti, sotto sotto, dalla vita errabonda di questi scontrosi heroes dagli stivali polverosi. Ci basta ascoltare una voce convincente, qualche melodia che gravi sui sensi raccontando un mondo fatto di persone sbagliate e fuori posto ed ecco che il sortilegio si compie. Però bisogna dirla tutta. Gli americani sanno intortarci molto bene, tecnicamente sono dei maestri e il loro colonialismo culturale – quando è solo culturale – finisce per non dispiacerci poi così tanto.

 

Non fa eccezione Zachary Cale, quarantaquattrenne autore, cantante e chitarrista, nato in Louisiana ma residente a New York, giunto con questo suo Skywriting al settimo disco della sua carriera. L’album è stato realizzato prima della pandemia ma viene pubblicato solo adesso ed è come se fosse stato lasciato lì tutto questo tempo a maturare, a dargli il tempo di distillare i suoi succhi, metà zuccherini e metà aspri. Non certo una voce potente, quella di Cale, con delle inflessioni naso-faringee che fa ricordare un ibrido tra il Bob Dylan di Nashville Skyline e Arlo Guthrie. Le sue canzoni sono tutte melodie più che decorose, alcune quasi irresistibili, sostenute da un’adeguata rock band che le valorizza facendone risaltare i colori. Forse il segreto di Cale è una certa sospensione tra la dolcezza e l’amarezza, tra la notte e il giorno, dove l’autore colpisce di fioretto provocando solo piccole ferite ma tutte sanguinanti. Le chitarre arpeggiano e raramente s’induriscono, avendo suoni vagamente acidi che rimandano ad atmosfere alla Tom Verlaine di quarant’anni fa o anche a certe fotografie sonore che ricordano Tom Petty.

 

Accanto a Cale ci sono quindi ben tre bassisti che si danno il cambio, James Preston, Jonathan Byerley e Peter Kerlin. Alla chitarra elettrica, oltre allo stesso Cale, troviamo Phil Jacob, mentre alla batteria ci sono altri tre musicisti ad alternarsi sui tamburi: Ethan Schmid, John Studer e Charles Burst. Sulle tastiere si affaccenda Robert Boston mentre la voce femminile è quella di Alfra Martini.

 

Zachary Cale - Skywriting

 

Brano di apertura è Miles Ahead, Miles Behind e già il titolo è un’evocazione del viaggiare quando non si calcolano più le distanze, talmente gli spazi sono vasti. Due o tre accordi di chitarra acustica ci fanno subito capire che siamo caduti ancora una volta nel solito, vecchio trucco sentimentale che ci piace così tanto e l’avvio della band rimanda a quel suono magnetico e avvolgente che sarà il marchio di fabbrica di tutto l’album. Una song da mettere in playlist quasi senza discussioni e che cresce con il succedersi degli ascolti.

Si passa a Cursed Spot che entra con un semplice riff di chitarre per poi trasformarsi in un cristallino arpeggio appoggiato a una batteria in mid tempo e un piano a lavorare discreto tra gli accordi. C’è anche un breve assolo di chitarra moderatamente distorta. Finale epocale che quando sembra spegnersi ci ributta invece ancora indietro al riff portante. Buon brano, anche se leggermente inferiore alla traccia d’apertura.

If I Knew the Name ha un testo pieno di se potessi, se avessi, cioè colmo di rimpianti. Tutti hanno qualcosa d’inconcluso nella propria storia personale, tutti hanno fatto scelte infelici, in primis quelli che affermano di non averne mai fatte. Qui andiamo a finire dalle parti dei Byrds – sempre di ballate rock si parla – e anche se il brano non è un capolavoro gli arpeggi di chitarre che s’incrociano sono sempre vincenti. S’accende anche l’organo nel finale, seppur solo come sfondo sonoro e si percepisce la voce della Martini tra i coristi.

Come on Easy, nonostante la batteria marziale che introduce il brano, sembra un po’ la continuazione del pezzo precedente e qui la Martini è ben udibile in seconda voce insieme al canto di Cale. Il coretto che scandisce il titolo della canzone conquista il cuore e così pure l’assolo di chitarra, pulito, pieno di riverberi, che sembra portarci verso il finale. Invece no. Come già accaduto in Cursed Spot si torna sui propri passi, anche se questo commiato, in definitiva, si trascina un po’ troppo a lungo.

Sandcastles sembra scritta da Neil Young e i suoi Crazy Horse, anche se probabilmente il canadese ci avrebbe dato dentro assai di più e avrebbe fatto a meno dei cori vagamente beatlesiani che si ascoltano qui. Forse il paragone con Ryan Adams è più appropriato. Insomma, poca originalità in questo frangente e in effetti mi sembra la traccia meno valida di tutto il disco.

Più scarna e intimista la seguente Spirit Drive, dove la voce si fa più dolce e gli arpeggi chitarristici diventano acustici, mentre le tastiere riempiono l’ambiente e creano la giusta profondità. Si torna ai livelli più che buoni dei primi brani, la melodia scorre notturna e ipnotica, carezzevolmente malinconica.

Green Screen prende un respiro più profondo e si concede anche una difficoltosa modulazione armonica, a dire il vero piuttosto forzata verso metà brano. La traccia si stiracchia senza infamia e senza lode fino alla fine, priva di ulteriori novità di rilievo.

Bigger Picture è un incrocio tra i Television e Johnny Marr ma è comunque un piacevolissimo brano pop, qualcosa da infilare nelle nostre personali raccolte disimpegnate o da posizionare tra i ricordi di pregresse educazioni sentimentali… Siamo già ricaduti, testa e piedi, nel pentolone della strega, dove ogni cosa si mescola, lo stilismo ammiccante, il formalismo manierista e un certo artificioso sentimentalismo. Ma è tutto così beatamente piacevole che le resistenze intellettuali s’afflosciano come salvagenti bucati e noi si sprofonda in mare, felici di annegarci dentro.

Più rockkeggiante e spudoratamente byrdsiana è Page by Page, ma forse per questo irresistibile, con il suo sibilare rock’n’roll tra i denti e l’essere però fondamentalmente una pop song truccata da altro.

 

Zachary Cale

 

Uno strano incontro, questo, con la musica ambigua di Zachary Cale, costruita tra piccole sferzate di chitarre elettriche e melodie acchiappa-sentimenti. Le canzoni sono arrangiate simmetricamente con una sensibilità romantica e un po’ oleografica. Alla fine, però, vince il carpe diem dell’attimo fuggente, l’estetica dell’hobo che racconta storie in cui si finisce, volenti o nolenti, a fare i conti con sé stessi.

 

Zachary Cale

Skywriting

CD e vinile Org Music 2022

Reperibile in streaming su Quobuz 16bit/44kHz e Tidal 16bit/44kHz

di Riccardo
Talamazzi
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